Paris, rue d’Avron

La rue d’Avron è un lungo viale del 20simo arrondissement di Parigi. Io ci passo almeno due volte al giorno e la conosco ormai fin troppo bene. Saranno quattro anni che la attraverso, in una direzione e nell’altra. Di fretta, oppure piano guardandomi intorno. Con l’emozione di un trasloco e di una nuova vita, ferma lì ad aspettare, o con l’amarezza di una partenza improvvisa e di un’esistenza tutta da ricominciare, con l’impazienza di suonare un campanello o con il desiderio di correre fino a ritrovarmi al sicuro, dall’altra parte della città.

Ieri, facendo qualche ricerca per un reportage, ho letto che quello della stazione di Avron è uno degli ingressi considerati monumento storico della metro di Parigi, per il raffinato stile Art Nouveau, per le forme morbide degli steli in metallo, una struttura voluttuosa, color verde scuro, che sorregge la scritta, anch’essa verde su fondo giallo, ormai familiare a ogni cittadino di Parigi, un’ancora di salvezza quando ci si sente perduti nel groviglio di strade e che appare come un faro nella grisaille della città: “métropolitain”.

Il percorso dalla fermata di Avron a casa potrei farlo a occhi chiusi. Conosco tutto di questo quartiere e a ogni crocevia si accendono epifanie, qui le strade sono vecchie conoscenze, dove vengono a salutarmi le immagini di una volta, ologrammi di me che se ne andavano girovagando nel 20simo arrondissement qualche anno fa. Questa sera, mezzanotte è già passata e io torno a casa, con le altre ombre nella strada, in procinto di rientrare, passi svelti, un po’ di solitudine in tasca, insieme agli spiccioli e al biglietto del metrò.

Imbocco la rue d’Avron e vado dritta verso casa. La prima insegna che incontro è quella dell’Usine de Charonne, all’incrocio con il Boulevard de Charonne, popolare caffè del quartiere, atmosfera da archeologia industriale e terrazza sempre gremita. Continuo a camminare e ritrovo la panchina di un hotel, dove ci sono ancora io seduta, infreddolita, in una sera di gennaio di qualche anno fa, con un caleidoscopio nascosto in un pacchetto regalo. Svoltando a destra, si raggiunge Nation, la grande place des Antilles, le fumetterie, i viali alberati.

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Vado più avanti e c’è il ristorante di sushi, la boulangerie, qualche negozietto etnico e poi il bivio della rue Planchat. Continuo a camminare e ci sono altri ristorantini, il discount e poi l’incrocio della rue de Buzenval, con la stazione della metropolitana che si affaccia ad angolo sulla strada, il chiosco dei giornali e le biciclette. Da qui girando a destra si raggiunge il Père Populaire, caffè aperto tutta la giornata, rifugio ideale per fare colazione con baguette e marmellata la mattina, studiare o leggere durante il pomeriggio, fermarsi per un bicchiere in tarda serata. Sono almeno quattro anni che non ci metto piede, eppure è tra i miei locali preferiti di Parigi, quello che consiglio alle amiche e dove mi riprometto di tornare da mesi. Mi piaceva sedermi in fondo al corridoio e, nelle giornate vuote, senza tanta gente intorno, mettermi a suonare il pianoforte.

Imboccando la strada a sinistra, si finisce in rue des Haies, con la biblioteca dedicata a Louise Michel e i bagni pubblici, struttura tra le più antiche di Parigi, dove vengono a rinfrancarsi con una doccia gratuita i poveri, vecchi e nuovi, del quartiere. Continuando dritto, invece, si segue la rue d’Avron: in strada non c’è nessuno, solo i taxi che aspettano chi abbia voglia di tornare a casa, dall’altra parte della città, i kebab che sbadigliano, le sedie dei bar già sull’attenti sui tavolini per la giornata di domani, la luce arancionata dei lampioni.

Io giro a sinistra per rue de la Réunion, qui tutto è rimasto uguale, la lavanderia, le pizzerie improbabili, la fauna umana al bancone de “Au couscous royal”, un posto a metà tra una sala giochi di provincia e un caffè tunisino per soli uomini. La clientela dopo mezzanotte, e molto probabilmente anche prima, è tutta al maschile. Risalgo la strada, ci sono sempre il supermercato biologico, il bar tabacchi “L’Imprévu”, sulla sinistra e, sulla destra, al numero 30, una delle mie vecchie case, secondo piano, porta rossa, un letto a soppalco e tanti progetti.

Una rapida occhiata e continuo per la rue des Haies. Da qui la strada è ancora lunga e assomiglia un po’ alle mie giornate. Per arrivare, bisogna camminare, sempre dritto, passare sotto un ponte, imboccare la strada giusta a tre incroci e, in ultimo, raccogliere fiato per sei piani di scale. In fondo, in alto, c’è casa mia. E, sul marciapiede, ci sono io che cammino, e non so se ho voglia di andare avanti o tornare indietro.

 

Soundtrack: Yann Tiersen, Dernière

Image: © Thomas Campi

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2 pensieri su “Paris, rue d’Avron

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