Couchsurfing: istruzioni per l’uso

Nel 1999, Casey Fenton, studente universitario di Boston, in procinto di partire per l’Islanda manda una mail ai 1500 universitari della capitale islandese per chiedere ospitalità. Fenton ha bisogno sì di risparmiare qualche soldo, ma vuole soprattutto mescolarsi ai suoi coetanei di Reykjavík, guardarli da vicino, vivere come loro. Sono in 50 a rispondere e a proporre una soluzione: alla fine Fenton trova un divano dove dormire e, alla fine del viaggio, una risposta all’esigenza di autenticità avvertita dai tanti viaggiatori che nel terzo millennio non sono più soddisfatti dal semplice week-end in ostello a tariffe low-cost. Era ufficialmente nato il couchsurfing. “In viaggio sul sofà” (Morellini Editore) è la prima guida non ufficiale al couchsurfing, ideata e scritta da Elena Refraschini e Davide Moroni. I due raccontano, attraverso esperienze dirette e ironia, il bello di bussare a una porta e incrociare la vita di un altro viaggiatore, anche grazie alle parole di chi ha sperimentato sulla propria pelle cosa vuol dire dormire sul divano di uno sconosciuto e a volte anche farselo amico.

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OCCHIO AL LERCIO E ALLO SCROCCONE. La prima parte della guida è ricca di consigli pratici, dalla compilazione del profilo al primo approccio con i membri della community, e approfondisce ogni dettaglio sulla convivenza, cosa fare e cosa evitare, come esser un buon host e un buon guest, e come partecipare agli eventi organizzati dai couchsurfer nella propria città. Dritte semplici, ma utili: come comportarsi se si viaggia con bambini, come riconoscere chi ha scambiato couchsurfing per un sito d’incontri, come mandare la prima richiesta di ospitalità. La seconda parte della guida è, invece, dedicata ai cosiddetti “incontri fuori dal normale”, vale a dire cosa succede e come reagire quando ci accorgiamo di non essere atterrati a casa della persona giusta o quando abbiamo aperto le porte a una persona diversa da quella che ci aspettavamo, con l’analisi di cinque ospitanti “tipo” e di cinque profili di guest che un couchsurfer non vorrebbe mai incontrare sul suo cammino, dall’immancabile “lercio” all’ancor più comune “scroccone”…

 

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Tutta la solitudine che meritate

Dal finestrino dell’aereo, “ciò che si vede è ciò che si vedeva diecimila anni fa, ed è anche un annuncio di quella che, uscendo da Reykjavík, è la parte più memorabile di ogni esperienza islandese: ci si trova spesso da soli”. E, continuando a leggere le pagine di “Tutta la solitudine che meritate” (Humboldt Books/Quodlibet), l’idea stessa di solitudine si trasforma in qualcosa che forse non abbiamo mai assaporato, una sensazione sconosciuta, a volte quasi anelata.

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A viaggiare sulle strade d’Islanda sono Claudio Giunta, storico della letteratura italiana, e Giovanna Silva, fotografa e fondatrice di Humboldt Books, che firmano il terzo libro di viaggi della giovane casa editrice. E la strada è quasi sempre una sola, la Route 1, l’arteria principale dell’isola che connette tra loro tutte le ragioni e attraversa il paese in modo circolare. Meglio fidarsi delle indicazioni, infatti, e non lasciare le strade segnate. L’itinerario è quindi regolare, con poche sorprese all’orizzonte, solo il tempo cambia a ogni tornante, e il paesaggio si fa foglio bianco dove Giunta intesse osservazioni su cosa voglia dire vivere quando l’orizzonte è solo fiordo, grigio, nebbia e pescherecci.

L’Islanda ha una densità abitativa che conta poco più di 3 persone per chilometro quadrato. La metà dei suoi 300.000 abitanti è concentrata nel distretto della capitale. Il resto è disperso in quelle immense distese di grigio cenere e lava, di assenze di boschi e cielo plumbeo. La strada “è l’unico manufatto umano che vedrete per gran parte della giornata”, un itinerario tra cittadine e villaggi isolati, dove aringhe e merluzzi sono più numerosi degli abitanti stessi, ma, piacevole conseguenza, l’attivismo a favore dell’arte è molto più concreto: i tanti appartamenti sfitti, abbandonati da chi è partito alla rotta della capitale, sono concessi agli artisti che, approfittando della calma e dell’ispirazione, riescono a rinvigorire la vita intellettuale di latitudini isolate e dimenticate.

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Nessuna fretta. La stessa capitale è “il paradiso del viaggiatore ansioso”. A Reykjavík il tempo basta sempre. “Nessun pittore veramente famoso, nessuno scultore veramente famoso, nessun principe-benefattore che ha donato le sue collezioni ai sudditi costringendo poi voi a passarci attraverso”. Il turista non ha obblighi, né vere e proprie guide, il viaggiatore non ha sensi di colpa per i grandi assenti nel suo tour. Nessuna grande insegna reclama attenzione, tutte le catene dello shopping sono rinchiuse nei centri commerciali. L’unico imperativo è godere della non-grandeur, dell’aria provinciale di una capitale europea. Si trova di rado quel cattivo gusto che è il frutto del mix letale tra agiatezza e ignoranza”. La categoria pertinente è quella del “desolato nordico”. Il vero piacere sembra essere l’andare stesso, immerso in quella luce che fa anche dei parcheggi e delle strade spoglie un’attrazione, che fa del tragitto in macchina il vero punto d’arrivo.

Lasciandosi alle spalle Reykjavík, l’Islanda si concede a tratti, si disperde e poi si lascia trovare, regalando meraviglie splendidamente isolate. Come Tjöruhúsid, letteralmente “la casa incatramata”, il ristorante migliore d’Islanda, situato a ĺsafjördur, il capoluogo dei fiordi nord-occidentali, dove la popolazione raddoppia quando arrivano le navi da crociera. Il caffè Simbahöllin, nel villaggio di dieci case di Thingeyri. La Biblioteca dell’Acqua di Stykkishólmur, residenza per scrittori in un villaggio di poco più di mille abitanti. Dopo i luoghi, vengono poi le persone. O meglio le storie. “Perché naturalmente un viaggio riuscito è fatto, al cinquanta per cento almeno, di cose che coi paesi attraversati non c’entrano molto, e c’entrano invece con gli incontri fortuiti”. E il periplo islandese si trasforma anche in racconto delle persone incontrate, dei camerieri che servono ai tavoli, degli osti e delle locandiere, degli italiani trapiantati in Islanda. Il viaggio diventa infine ipertesto, con dritte su come continuare il cammino, ma anche con link a video su YouTube e consigli di libri per arricchire il proprio immaginario. Come da tradizione, poi, le informazioni utili sono tutte alla fine. Si consiglia di prediligere il mese di maggio, anche se il viaggio in aereo potrebbe allungarsi un po’. E ancora, fidarsi degli uffici turistici, scegliere i ristoranti sul porto nella capitale, diffidare di North Face e 66North per proteggersi dal freddo e preferire invece la marca d’abbigliamento Cintamani.

Per chi volesse continuare il viaggio, verso altre solitudini, anche dall’Islanda partono voli low cost e l’aeroporto si raggiunge anche a piedi. “All’aeroporto di Reykjavík, voli locali, si arriva a piedi in un quarto d’ora dal centro. E, dato che dall’aeroporto di Reykjavík partono anche i voli per la Groenlandia, in sala d’attesa avrete l’emozione di trovarvi accanto famiglie di inuit che tornano chiassosamente a Kulusul, a Narsarsuaq, a Ittoqqortoormiit, verso deserti molto più deserti dell’Islanda, inimmaginabili”.

 

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Tra i santuari della Grecia

Riscoprire la Grecia partendo da quello che la Grecia non è, ma soprattutto visitando templi, oracoli e santuari, per liberarsi, finalmente, di pregiudizi e cliché: “sono i posti migliori per certi addii”. “Oracoli, santuari e altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia” è il secondo libro di viaggio della casa editrice Humboldt Books, realizzato in collaborazione con Quodlibet, e racconta il pellegrinaggio nei luoghi di culto della Grecia continentale. A firmare i testi è Dino Baldi, filologo e scrittore, con le immagini di Marina Ballo Charmet, fotografa alla ricerca di una nuova prospettiva del “sempre visto”, che lei stessa definisce come “il rumore di fondo della nostra mente”.

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LA SUGGESTIONE DEL MITO. “La prima cosa che si impara da un viaggio in Grecia è che spesso nelle piccole cose abitano spiriti giganteschi”. Ma soprattutto che nella bassa stagione, e lontano dai luoghi più turistici, si nasconde la verità. Il processo di democratizzazione della cultura classica ha comportato la diffusione di timpani, colonne, vasellame e mitologia nel più remoto angolo dell’Ellade, ma forse, come scrive Baldi, “mi sembra che conservino di più la memoria dell’antichità questi negozi di souvenir […] delle pietre corrose che gli archeologi tirano fuori a fatica dalla terra. La cosa migliore è non pensarci, lasciarsi andare e godersi questo accogliente pessimo gusto senza troppi pensieri”. Al giallo delle spighe e all’odore di gomma bruciata si mescolano le suggestioni dei miti, delle leggende, le creature di poeti e scrittori, qui celebrati con mausolei e statue, come personaggi storici. Il viaggio si fa strada nell’erudizione di Baldi, nel suo amore del mito e nelle acute riflessioni che alla lettura fantastica delle leggende greche contrappongono l’esperienza diretta, il camminare sui sassi, il trovarsi di fronte alle rovine, alle facce rugose, ai nomi allitterati dei greci.

TORNARE AD OSSERVARE. “La Grecia reale era il luogo meno adatto per ospitare la Grecia ideale”, scrive Dino Baldi e la Grecia qui non è più un luogo ma una fede, una religione, una di quelle che sono inculcate da piccoli e poi, anche quando sono ormai un ricordo, restano come un sostrato di sensi di colpa e abitudini. Il mito ha costruito la Grecia per noi, tanto da farci illudere di conoscerla già. Adepti del continuo ripiegamento su noi stessi, “forse ci siamo scordati come si fa a vedere, scrive Baldi, “appagati dalla vista interiore, abbiamo dato in appalto la vista originaria, ci affidiamo a visioni da catalogo che sono di tutti e di nessuno, e non siamo più in grado di dire nulla su quello che ci circonda”. L’orizzonte greco è decostruito, passo dopo passo, raccontato attraverso la leggenda, ma reso agli occhi del viaggiatore nella sua totale interezza contemporanea. “La Corinto moderna sfoggia un benessere fuorimoda e goffo come un vestito troppo largo”. La stessa Arcadia, tramandata a noi come paesaggio docile e bucolico, si svela brutale. Nel museo di Olimpia, doverosa corvée, i paragoni dei turisti edotti dalle guide, da Michelangelo a Bacon, fanno da colonna sonora ai sentieri che si diramano tra le statue, alle storie che prendono vita dalle capigliature divine, da indovini panciute, da dee imbronciate.

UNA MISCELLANEA FINALE. Arrivati alla fine del viaggio, altri racconti aspettano il lettore: Marco Rinaldi, che racconta il viaggio in Grecia del pittore Gastone Novelli; Maria Giovanna Cicciari, giovane film-maker, con i suoi appunti per un film sulla Grecia ispirati al libro di Hölderlin, “Hyperion”, scritto senza mai muoversi della Germania; un’introduzione semiseria alla cucina greca firmata da Alberto Saibene, per le urgenze culinarie, anche se alla fine “si viene condotti in cucina e si addita quello che si vuole mangiare”; informazioni su tratte e biglietti aerei e consigli utili per viaggiare nell’Ellade. Ma soprattutto resta la voglia di camminare, di lasciare che il racconto, anche quello fantastico, prenda il sopravvento sulla realtà, di offrirsi altre immaginazioni. “I racconti del mito e le cosmogonie nascono nella noia dei lunghi percorsi fatti a piedi. Mano a mano che si cammina e ci si guarda intorno le cose crescono, diventano enormi e pieni di vita, mentre gli uomini si fanno sempre più piccoli, fino a riprendere la misura giusta”.

 

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Guerrilla store e vetrine effimere nel Marais

Si definisce “guerrilla store”, semplicemente perché “non cerchiamo di piacere a tutti i costi ma portiamo avanti una lotta estetica ben precisa”. A metà tra la boutique chic e l’atelier creativo per adulti, il punto vendita biologico e la libreria impegnata, Moratoire, ultima vetrina effimera nel cuore del Marais, intende preservare la sua anima pedagogica e proporsi come luogo di scoperta, di stimolo, intellettuale, culinario e anche modaiolo. Al civico 12 di rue du roi de Sicile, nel cuore del quartiere, spuntato quasi dal nulla lo scorso marzo, come ogni pop-up store che si rispetti, Moratoire resterà aperto ai visitatori per tutta la primavera.

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IN LOTTA CON LE GRANDI MARCHE. “La scelta del Marais non è casuale”, spiega Tristan Bera, classe 1984, storico dell’arte e artista, coinvolto nel progetto, “è un quartiere che manca crudelmente di spazi di lotta impegnati e indipendenti dalle grandi marche e inoltre è un’area internazionale, che pullula di nazionalità differenti, grazie al turismo di massa, al pubblico delle gallerie e dei tanti saloni”. Insieme a Bera, provenienti da ambiti ed esperienze completamente differenti, ci sono anche Matthieu Blancher e Karim Adjab, uniti nell’intento di cimentarsi in un progetto commerciale etico in un ambiente urbano completamente saturo. Da qui la scelta di un ventaglio di prodotti alimentari ispirati alla tradizione giapponese e vegetariani (in collaborazione con il catering Roulé Boulé), una selezione di testi impegnati e l’esposizione e la vendita di veri e propri abiti da lavoro, calzini da città, calzature adatte all’asfalto urbano e, soprattutto, punto forte della collezione, tute da lavoro risalenti agli anni Cinquanta, scovate qualche anno fa, riammodernate e adattate alle esigenze contemporanee. Così, anche se le porte chiuderanno il 15 luglio, Moratoire punta su uno stile di vita destinato a durare, che non passa di moda. E che, soprattutto, come precisa Bera, necessita di una riflessione, un’esigenza reale, un approfondimento. “I testi selezionati arrivano direttamente dalle nostre librerie”, continua, “si tratta di una sorta di biblioteca engagée”, con libri che vanno da Sartre al marchese De Sade, “letture non solo impegnate ma anche impegnative”. Mentre, per l’angolo culinario, la cucina nipponica si sposa con le esigenze della vita urbana, con comodi formati take away e curiosi mix tra Giappone e Francia, come le dolci roll-cake al gusto di tarte tatin.

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IL CAPOSTIPITE DELL’EFFIMERO. Sempre nel Marais, si trova la vetrina effimera per eccellenza. Nello spazio della galerie Joseph, al civico 7 di rue Froissart (per esempio nel weekend del 23, 24 e 25 maggio, con abbigliamento, gioielli, accessori, ceramiche, oggetti di design…) o al 116 di rue de Turenne, apre i battenti regolarmente, almeno una volta ogni due mesi, la Boutique Ephémère, luogo di ritrovo di creativi, modaioli e semplici curiosi, nata nel 2011 da un’idea della creatrice Marthe Lazarus. Dotata di una vetrina on-line dal 2013, resta lo spazio ideale per scambiare idee, contatti e passaparola, la cornice giusta per fare del semplice atto della vendita un evento esclusivo. Effimero quindi, per gusto sì, ma anche per necessità, data l’impossibilità, soprattutto per i creatori emergenti, di far fronte all’affitto mensile e aprire una boutique personale nel cuore della capitale. Di necessità, Parigi fa dunque virtù e l’effimero fa sempre più tendenza.

OGNI ACQUISTO UN PESCIOLINO. Un pizzico di novità insomma per un quartiere come il Marais che, nonostante l’apertura compulsiva di atelier e boutique, resta come impaludato nello stesso stile di sempre, con scarse differenze tra una vetrina e l’altra. A cimentarsi con l’effimero, di recente, ci si è messa anche la maison Kenzo con “No Fish No Nothing”, al civico 11 di rue Debelleyeme, spazio appositamente dedicato alle vetrine temporanee. Dal 21 al 27 marzo scorso, in collaborazione con la Blue Marine Foundation, Kenzo ha inaugurato una vera e propria boutique digitale, dove poter scegliere e ordinare da uno schermo i pezzi della nuova collezione. A ogni acquisto, un nuovo pesciolino raggiungeva i suoi simili in una sorta di acquario digitale esposto in vetrina. Un’idea per associare impegno per l’ambiente e passione per la moda, sensibilizzando anche i turisti più frivoli del Marais alla lotta contro la pesca selvaggia.

DORMIRE. Per un soggiorno dotato di ogni comfort, nel cuore del Marais, l’indirizzo giusto è l’Hotel Turenne (al civico 6 di rue de Turenne). Interamente climatizzato, l’hotel offre 41 camere con accesso internet gratuito, servizio in camera, possibilità di colazione (con un supplemento di 14 euro) e servizio lavanderia. Camera doppia a partire da 107 euro. Per viaggi più economici, il gruppo Mije ha il suo ostello di riferimento nel quartiere al civico 6 di rue de Fourcy, a due passi dalla Maison Européenne de la Photographie, in un antico palazzo che offre più di 200 camere, postazioni internet (ma wi-fi a pagamento), lenzuola e coperte. Contare circa 30 euro a notte.

MANGIARE. Il Marais offre un ventaglio invidiabile di sapori e curiosità culinarie, dai falafel della rue des Rosiers alle delizie delle coloratissime panetterie ebraiche sparse nel quartiere. Per chi avesse voglia, invece, di una pausa in uno dei raffinati ristoranti nascosti nelle viuzze del quarto arrondissement, a due passi dalla Senna, al civico 16 di rue Charlemagne, c’è Chez Mademoiselle, fresco bistrot, ammodernato di recente, dalla cucina semplice ma ricercata (circa 35 euro per un pasto completo), con ingredienti tutti di stagione, e carni rigorosamente di qualità, reinterpretati creativamente da uno giovane chef. È consigliato il filetto di salmone impanato al sesamo bianco. Per sentirsi impegnati invece, anche a cena, il posto giusto è Les Philosophes, al 28 di rue Vieille du Temple, albero maestro del gruppo Caféine, di cui fanno parte anche tutti gli altri bistrot della strada, impegnati nell’offrire una cucina eticamente sana sotto la guida dello chef e attivista politico Xavier Denamur (il piatto del giorno a partire da 12 euro).

ARRIVARE. Si arriva a Parigi, o giù di lì, con Ryanair, collegamenti quotidiani a partire da 30 euro (con Ryanair, meglio prenotare il più presto possibile) da tutte le principali città. Tuttavia, mettete in conto almeno altri 16 euro di bus, per arrivare, con una corsa di circa un’ora e un quarto, dall’aeroporto di Beauvais a Porte Maillot, alle porte della città. Da lì, una fila di taxi è costantemente in attesa a disposizione dei passeggeri, altrimenti basta girare l’angolo, oltrepassando il centro commerciale, per trovare l’entrata della metro (linea 1). Con easyjet, collegamenti quotidiani da tutte le importanti città italiane, tra cui Pisa e Milano, a partire da 37 euro.

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Un altro viaggio in Etiopia

“Ricognizioni approfondite in territori poco battuti”, racconti per testo e immagini di viaggi personali, che mescolino l’arte alla scoperta, la letteratura alla geografia, la ricerca dell’inquadratura con quella del semplice indirizzo. È quanto si propone di fare Humboldt Books, giovanissima casa editrice, nata il 14 febbraio del 2012, da un’idea di Giovanna Silva, fotografa e photo-editor, iniziativa fresca e raffinata, in un panorama editoriale difficile e settario come quello italiano, così battezzata in onore di Alexander von Humboldt, avventuroso esploratore ottocentesco. L’idea è quella di situarsi a metà tra la praticità della guida e lo stile lirico della narrativa, una sorta di non-fiction con variazioni, più o meno romanzate, sul tema del viaggio.

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IN VIAGGIO NEL CORNO D’AFRICA. Così è per “Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia”, il primo tra i libri di viaggio della Humboldt (in coedizione con Quodlibet), la cronaca di una traversata nel Corno d’Africa con i testi di Vincenzo Latronico, giovane penna italiana, e le immagini di Armin Linke, fotografo italo-tedesco. “Ciò che racconta è accaduto davvero”, scrive Vincenzo Latronico in apertura, “scontato di una scusabile misura di epica”. “I luoghi sono abbastanza esotici da evitare il déjà-vu”, continua, “il tutto, nonostante la drammaticità un po’ forzata, rispetta il carattere essenziale del racconto di viaggio, il suo essere portatore sano di panorami”. Una dichiarazione di poetica che si promette di evitare i cliché, il troppo facile, lo strettamente personale e tutti i facili trabocchetti del racconto di viaggio e che fa da preludio a una straordinaria esperienza a ritroso nel tempo.

LE TRACCE DELLA NOSTRA LINGUA. Il viaggio comincia durante i primi mesi del 2012, in Gibuti, sulle tracce di una leggendaria ferrovia, fatta costruire dai colonizzatori italiani. Passata la “Svizzera d’Africa”, Linke e Latronico si addentrano in Etiopia, passando per Dire Dawa, un tempo centro di snodo e manutenzione di treni, e arrivano ad Harar, “antica metropoli di temibili genti”, città di mercati e compravendite sin dall’Ottocento, dove un certo agente commerciale mise radici nella speranza di trovarvi una vita borghese, ma forse il vento, la polvere depositata nei polmoni, lo uccise, facendone un mito chiamato Arthur Rimbaud. Il viaggio abbandona la ferrovia, utopia incompiuta del sogno coloniale italiano, per seguire imprese cinesi alla testa di autostrade giganti, aerei privati gestiti da una misteriosa commerciante di oppiacei, e continua, destinazione Addis Abeba, con la storia di Hailé Selassié, la lingua italiana che fa capolino in quella amarica, le vestigia del nostro colonialismo, di cui nessuno parla più. “In Italia non parliamo di colonialismo”, scrive Latronico, “perché, in fondo, non ci riteniamo dei veri colonizzatori: sarà la convinzione, consolatoria e falsa, che sia stato in fondo poca cosa rispetto a quello di altri paesi europei; sarà l’illusione, comoda e falsa, che la nostra inettitudine bellica ci abbia impedito di commettere atti poi così gravi; sarà la coda lunga dell’apparato fascista che ha impedito elaborazioni collettive delle colpe”.

LA MAPPA INTERATTIVA. Come ogni libro di viaggio che si rispetti, “Narciso nelle colonie” riserva in coda una serie di appendici: un approfondimento sulla figura storica di Hailé Selassié con un’intervista al giornalista e storico Angelo Del Boca, che lo ha incontrato di persona, un excursus sul ruolo del negus nella musica giamaicana, un dizionario dei lasciti italiani nella lingua amarica e un prontuario di indirizzi. E per seguire il viaggio, su Google Maps c’è anche una mappa interattiva, tappa dopo tappa. Alla fine, resta un’ammissione di colpe. “Sono partito cercando una cosa, e non l’ho trovata”, ammette Latronico, perso davanti a quel “collasso della cronologia” che sono gli archivi del Corno d’Africa. E, tra le righe, la consapevolezza che, inevitabilmente, pur sfuggendo al soggetto imperante, si è finiti per parlare di se stessi, tra le polveri rosse delle autostrade, le sagome delle gazzelle e il retrogusto piccante delle cene etiopi. Sarà perché “siamo andati in Etiopia, da europei, cercando un’immagine di noi”, o “come Narciso nelle colonie, convinti di avere a che fare, in buona sostanza, con uno specchio, e di sapere già che immagine avrebbe restituito”.

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Israele a fumetti

Se fosse stato il semplice resoconto di un viaggio, probabilmente 60 giorni, in 200 pagine, non sarebbero bastati. Ma il viaggio di Sarah Glidden, autrice di “Capire Israele in 60 giorni (e anche meno)”, scava in profondità, ritorna in superficie, plana su dubbi, convenzioni e preconcetti. A ogni passo, esercita il diritto al dubbio, il rifiuto della propaganda acritica, ma anche la messa in discussione dei suoi stessi pregiudizi contro un paese che tutti conoscono solo attraverso il filtro della stampa.

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L’album, entrato direttamente nella classifica delle migliori 10 graphic novel del 2010 e pubblicato da Rizzoli Lizard nel 2011, è il primo libro di Glidden, classe 1980, ebrea americana di Brooklyn, e racconta la sua esperienza a ritroso nel tempo e nello spazio, alla ricerca delle proprie origini e della storia del suo popolo. A 26 anni, infatti, Sarah decide di partecipare al programma Taglit, una sorta di viaggio-studio, finanziato dagli ebrei di tutto il mondo, perché i più giovani possano visitare Israele e vedere da vicino le tappe del popolo eletto.

ISRAELE COME UNA CELEBRITY. Scegliendo di parlare in prima persona, come hanno fatto prima di lei grandi del fumetto autobiografico, da Marjane Satrapi a Joe Sacco fino ad Art Spiegelman, Glidden approccia la storia confrontando la versione israeliana della situazione al suo punto di vista personale, alle sue letture, rifiutando ogni sorta di propaganda e facile retorica. Ogni capitolo è introdotto da una mappa dell’area visitata e, a fine album, a completare le informazioni ci sono un piccolo glossario e una breve cronologia del conflitto israelo-palestinese, per decifrare più facilmente la storia del paese. Perché visitare Israele, scrive Sarah, “è come avvistare una celebrità in una strada affollata, qualcuno la cui vita folle ce la ritroviamo sempre sbattuta in prima pagina sui giornali, e poi alla fine è là, proprio di fronte a noi”.

LA SCONFITTA DEI BEDUINI. Il viaggio inizia dalle alture del Golan, il maestoso altopiano situato ai confini tra Giordania, Libano, Siria e Israele, tra i territori più contesi dell’area israeliana. La terra, vista fuori dal finestrino, appare come un piano susseguirsi di campi, tutti non edificabili per via delle centinaia di mine anti-uomo disperse. L’autobus trasporta il lettore di scoperta in scoperta, dal Lago di Tiberiade ai tanti kibbutz sperduti nelle campagne, dall’incontro con i soldati israeliani, giovanissimi e quasi inconsapevoli, al campo dei beduini nel deserto del Negev, nella parte meridionale dello stato d’Israele, una distesa di sabbia che occupa più della metà del paese stesso. Qui, la calma apparente delle dune dissimula una delle storie più tristi di Israele, quella dei beduini, la cui sconfitta, considerata ormai a livello internazionale come un fatto compiuto, non desta più interesse. Un tempo signori del deserto, dopo l’indipendenza di Israele, nel 1948, i beduini furono espulsi o confinati nel 2% del loro antico territorio, senza diritti sulla terra, acqua ed energia elettrica. Così oggi, per non soccombere alla miseria, guidano le caravane di turisti lungo i luoghi della loro sconfitta. “Per lo stato di Israele, siamo erbacce da sradicare”, conclude la guida.

QUELLO ZIO IMPAZZITO. “Ho sempre pensato di essere progressista, questo vorrebbe dire che sono anti-Israele”, rimugina Sarah, “ma sono ebrea, quindi dovrei sostenere il mio stato, invece sono pro-Palestina”. Lentamente, ogni convenzione sembra allentare le redini, ogni etichetta cancellarsi e svanire nel grande caos finale di Gerusalemme, della sua città vecchia dalle tre anime, cristiana, araba ed ebrea, dove i minareti si confondono con le stelle di David e le stazioni della via crucis, i bazar profumano di spezie e incenso sacro e i copricapi sono di tutte le forme e dimensioni. “Essere a Gerusalemme è un po’ come essere a New York o a Parigi”, ha dichiarato Glidden in un’intervista, “ci si sente al centro del mondo, si ha voglia di restare, inventarsi qualcosa per cambiare la realtà, ma sono fantasie un po’ ingenue, e anche un po’ egoiste”. Si finisce per non farsi più le stesse domande, per non cercare più risposte forse, per accettare le contraddizioni di un paese per quelle che sono. Come Sarah, che alla fine del viaggio, resta semplicemente a guardare. “Alcuni di noi vedono Israele come un povero zio impazzito… sul quale abbiamo ormai perso ogni controllo, ma del cui comportamento siamo in qualche modo responsabili, e rigettarlo pubblicamente sarebbe come sbandierare la vergogna della nostra famiglia”.

 

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In viaggio con Chatwin

copertina_Chatwin“La domanda cui cercherò di rispondere è la seguente: perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?”, così scriveva nel 1969 Bruce Chatwin, il più instancabile dei viaggiatori del mondo contemporaneo, in una lettera indirizzata a Tom Maschler. Il suo grande progetto, incompiuto, era quello di dare vita a un inedito “libro nomade”, come si dice nell’introduzione, “destinato a scandagliare una personale inquietudine cui si univa una morbosa preoccupazione per le radici”. Il libro nomade, purtroppo, non vide mai la luce ma “Le Vie dei Canti” (Adelphi) raccoglie non poche delle sue scoperte e considerazioni. Chatwin s’inerpicò sulle pagine di questo libro per anni. Le spalmò su mille taccuini, sparpagliando appunti lungo le sue peregrinazioni, collezionando citazioni, nell’attesa di fermarsi, prima o poi, e mettere giù un personalissimo elogio del camminare che, in questo caso, s’intreccia con una ricostruzione del Tempio del Sogno australiano e con le labirintiche Vie dei Canti.

ODORE D’AUSTRALIA. Tra le pagine, volano folate di polvere rossa, si sparge il forte odore degli eucalipti, sgusciano goanna e canguri, si afferma una luce imperante, “il fulgore dell’Australia che fa sognare il buio”. La storia, però, inizia in una villetta nei dintorni di Stratford-upon-Avon, con un giovanissimo Bruce Chatwin in compagnia di zia Ruth e zia Katie. “Un giorno zia Ruth mi disse che un tempo il nostro cognome era ‘Chettewynde’, che in anglosassone significa ‘sentiero serpeggiante’, e cominciò a germinare nella mia testa l’idea che tra la poesia, il mio nome e la strada ci fosse un nesso misterioso”. Da qui comincia l’infinito “walkabout” di Chatwin, anche lui, come gli australiani in cammino rituale, partito per ritrovare le sue origini e dare una ragione all’irrequietezza dell’uomo. Capire perché si desidera sempre l’orizzonte che si è appena lasciato. “Tutte le volte che vado in Russia non vedo l’ora di andar via. Poi non vedo l’ora di ritornarci”, dice Arkady, la sua guida nell’intricato sogno australiano.

LA CIVILTA’ DEL DESERTO. “Di notte, mentre vegliavo sotto le stelle, le città dell’Occidente mi parevano tristi e aliene, e le pretese del ‘mondo dell’arte’ assolutamente idiote. Qui invece avevo la sensazione di essere tornato a casa”, scriveva Chatwin, dal buio di una notte nel deserto sudanese, ripensando al suo vecchio lavoro come esperto impressionista per Sotheby’s, la casa d’asta londinese, che abbandonò senza rimpianti quando il suo oculista gli consigliò di smettere di guardare i quadri da vicino e volgere lo sguardo a orizzonti più ampi. “Il deserto era un serbatoio di civiltà”, continua nei suoi taccuini, “e i popoli del deserto erano avvantaggiati rispetto agli altri perché erano più morigerati, più liberi, più coraggiosi, più sani, meno pingui, meno vili, meno disposti a sottostare a leggi infami, e, nel complesso, guarivano più facilmente dalle malattie”.

A PIEDI PER IL MONDO. Quando Arkady parte in missione, Chatwin decide di restare, risoluto a riaprire i vecchi taccuini e lasciar affiorare i ricordi. Le traversate in jeep si arrestano per fare spazio alle lente passeggiate di Chatwin, dalla Mauritania a Londra, dai caffè di Parigi al deserto del Gobi, dall’Afghanistan al treno Francoforte-Vienna, ma non solo. Il viaggio nello spazio s’accompagna a un girovagare temporale, attraverso le parole dei grandi letterati, inguaribili camminatori, viaggiatori per vocazione, nello spirito o sulla strada, da William Blake a Herman Melville, da Anatole France a Rimbaud, poeta dalle suole di vento, che per molto tempo si vantò “di possedere tutti i paesi possibili”. Chatwin morì poco dopo aver messo la parola fine al suo lungo itinerario australiano. Era rammaricato per la chiusura della fabbrica di Moleskine, il suo taccuino preferito. Se si fosse ormai rassegnato alla naturale irrequietezza dell’uomo, non ci è dato sapere. Forse, come Kipling, sarà giunto anche lui alla più serena delle conclusioni: “Tutto considerato, al mondo ci sono solo due tipi di uomini: quelli che stanno a casa e quelli che non ci stanno”.

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