Coffee and cigarettes

Dedicated to all people thinking when I’m writing I’m talking about them.

I am. 

Lei: “Quindi non torni più a Parigi?”

V: “No, non credo, per ora no”.

Lei: “Dai…ma come si fa a lasciare Parigi, la città dell’amore?”

V: “…”

Lei: “Ma non ti manca Parigi?” (ndr, la stessa persona almeno un mese fa mi chiedeva se non mi mancasse l’Italia)

V: “Sì un po’, ma non voglio tornarci”

Lei: “No, secondo me menti a te stessa, vedrai che ci torni”

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Lui: “E cosa facevi a Parigi?”

V: “Un po’ di tutto, studiavo, lavoravo”

Lui: “E adesso passi le tue giornate a mandare curriculum, brutto no?”

V: “No, faccio anche altro”

Lui: “E cosa?”

V: “Cose mie”

Lui: “Se vuoi ti aiuto io a trovare lavoro, aspetta dammi il tuo numero…”

V: “No, non ti preoccupare”

Lui: “Sì, dai conosco un sacco di gente, senti, intanto vieni a cena da me stasera così ne parliamo?”

V: “…”

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Lei: “Io ho sempre voluto vivere a Parigi”

V: “Ah, davvero?”

Lei: “Sì, secondo me è la città ideale per vivere”

V: “Ma dai! Mi dev’essere sfuggito”

Lei: “Sì, davvero, io ci sono stata una settimana, mi ha cambiato la vita”

V: “Ok…”

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Lui: “Va bene, ma ora quali sono i tuoi progetti?”

V: “Ancora non lo so, mi guardo intorno, sto cercando di farmi venire un’idea”

Lui: “Secondo me dovresti scegliere un posto da cui cominciare”

V: “Sì, in realtà non mi dispiacerebbe vedere un posto nuovo…”

Lui: “Ma che dici! Per quanto tempo pensi ancora di prendere e partire? Hai 27 anni!”

V: “Prego?”

Lui: “Non hai altre esigenze adesso? Una casa, un ragazzo, una famiglia?”

V: “Ho preso un gatto”

Lui: “Parlavo seriamente”

V: “Me ne ordini un altro? Seriamente.”

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I dialoghi di cui sopra sono realmente avvenuti all’ombra di una piazza, tra un caffè e un pacchetto di sigarette sempre più vuoto, davanti a un salvifico campari soda, negli ultimi trenta giorni di vita italiana. A questo tipo di conversazioni ero abituata, sin dal mio secondo anno di vita all’estero: “Com’è Parigi? Come sono i francesi? Davvero non si lavano? Ma non ti manca la pasta? Ma quante volte a settimana la vedi la Tour Eiffel?”. C’è una particolare categoria di persone per le quali rappresenti una specie di alieno, non sanno bene se invidiarti o compatirti e, nell’attesa di decidere, ti bombardano di domande improbabili. Ora, niente è cambiato, le domande semplicemente sono volte al passato. E fanno solo un po’ più male.

Per chi non l’avesse intuito dal mio sopracciglio alzato, parlare di Parigi al passato mi fa venire un nodo in gola. Non ho mai considerato la Francia come una parentesi allegra prima di dedicarmi alla vita reale, anche se molti intorno a me la pensavano così. Per anni sono stata, anche agli occhi della mia famiglia, quella che aveva deciso di divertirsi ancora un po’ prima di “pensare alle cose serie” e a diventare grande. “Se vuoi stare ancora in Francia, prima di sistemarti, non fa niente, dai…”, commiserazioni di tale spessore mi sono giunte all’orecchio non poche volte. Per me non è stato mai così, invece. Mi sono impegnata sin dall’inizio perché Parigi diventasse la mia casa, per potermela meritare. E penso anche di esserci riuscita, almeno per un po’ di tempo.

Parlarne all’imperfetto non mi piace. Due giorni fa, nel treno, ho avuto un attimo di buio. Quando chiudo gli occhi, mi tornano in mente giorni che sto cercando di riporre in un cassetto, le mie strade, le mie parole francesi preferite, la musica, il Cafè Martin vicino casa a place Gambetta, i sei piani di scale, la rue d’Avron. Tutte le volte che sono stata felice e forse non me sono accorta. Parigi mi è sempre mancata tantissimo, non è una novità, ma adesso c’è qualcosa in più, o in meno forse. Tutto mi manca più di quanto avrei mai potuto immaginare, ma se potessi tornarci domani, non lo farei. Non mi sono mai sentita così, ma è quasi un sollievo, il fatto di struggermi per la mia vecchia città e poi realizzare, all’improvviso, di non doverci tornare, di non essere costretta ad atterrare all’aeroporto di Beauvais, aspettare una tristissima navetta, trascinarsi fino alla metro e poi a casa. Sarà pure un’illusione ma mi sento libera come non mi succedeva da almeno un paio d’anni.

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Please, don’t confront me with my failures,

I’ve not forgotten them.

Nico

“L’idea strana e terrificante che le si andava chiarendo riguardo al suo mondo futuro, mentre cercava di immaginarlo, era che lei in quel mondo non sarebbe esistita. Vi si sarebbe soltanto mossa, avrebbe aperto la bocca e parlato, facendo ora questo ora quello. Ma non sarebbe stata davvero presente.” Quando sono tornata in Italia, ho pensato che la mia vita sarebbe stata questa, un continuo parallelo con il passato, dove non sarei mai stata presente a me stessa, mi sarei solo mossa, costretta dalle esigenze, avrei solo aperto la bocca, senza pensare tanto ad argomentare le mie idee, “facendo ora questo ora quello”, accumulando distrazioni e amenità, come un personaggio dei racconti di Alice Munro, persa nelle coordinate spazio-temporali degli ultimi quattro anni.

Per fortuna non è stato così. In poco più di un mese, ho conosciuto almeno 50 persone nuove, ho una nuova bici, abbiamo adottato un gatto trovatello che dorme con noi, ho ripreso a correre lungo l’argine del Bassanello a Padova, ho comprato una tastiera pur non avendone lo spazio, ho chiuso gli occhi sotto il sole nella laguna di Venezia, ho preso parte a una riunione di redazione, sono tornata a fare teatro, ho letto tantissimi libri, scrivo molto di più, ho tante storie da raccontare, sono andata a scuola da una parte e dall’altra del banco, ho incrociato esistenze di cui vorrei fare parte. Mi sembra di aver ricominciato a respirare e a volte ho quasi l’impressione di essere felice, pur non avendone nessun motivo.

Non che tutto questo sia stato un processo naturale. Come Marion, la trapezista de Il cielo sopra Berlino, mi capita di pensare che se non facessi uno sforzo ogni mattina, vi sarei caduta sulla testa già da un pezzo e, soprattutto, che ho ancora il diritto di avere paura ma di non parlarne con nessuno. Alla fine, resto della convinzione che mi devo una vita, nonostante tutto, come scriveva Christopher Hitchens, tengo asciutte le polveri per le battaglie che ho di fronte, nella speranza di poterle riconoscere. E, per rispondere una volta per tutte, non ho progetti, non ho alcun piano B, né esigenze riproduttive. Per adesso, mi basterebbe andare a dormire senza avere paura di spegnere la luce, addormentarmi entro i primi 30 secondi. Poi potrò anche pensare al resto.

Se vi siete riconosciuti nei miei dialoghi, sappiate che ogni riferimento non è casuale. Fatevi qualche domanda, invece di rivolgerle alla sottoscritta, oppure non fatele affatto, in fondo conversare non è obbligatorio e un mondo più silenzioso sarebbe sicuramente un mondo migliore. Vi voglio bene.

Soundtrack: Days, The Drums

Images © WASTED RITA

Noir et blanc

Photo Credits: Jérôme Briot

“Essere nati in un paese e vivere in un altro è un po’ come avere un amante senza rinunciare del tutto al vecchio e devoto marito. Se il primo ci scontenta c’è sempre l’altro e viceversa: un paese ufficiale e uno di scorta.”

Gabriela Wiener, Corpo a corpo

Oggi avrei voluto fare a meno del mio paese di scorta. Non aver mai conosciuto il mio amante. Solo un vecchio e devoto marito. Nessun rischio, nessuna sfida, nessuna amarezza, nessun compromesso. Nessuna serata passata da sola davanti al monitor freddo di un computer. Nessuna sigaretta lasciata a spegnersi tra le dita. Conversazioni di cui distinguo perfettamente ogni parola e ogni sfumatura di significato, qualcuno da chiamare che non sia a mille chilometri di distanza, orizzonti conosciuti, solo passi certi, cadute sì ma sempre con una rete di salvataggio ad aspettarmi. Il vuoto, non sapere neppure cosa sia.

Stato d’animo ideale per cercare un volo in Italia.

Soundtrack: Billie Holiday, I’m a Fool to Want You

Facce da Nuit Fatale

Paris, Nuit Fatale, sabato 20 ottobre. Festival du Burlesque à la Bellevilloise.

Lucia, 26 anni, alla porta del Peep Show, controlla la fila e assicura che nessuno abbia con sé la macchinetta fotografica prima di assistere alla performance di spogliarello burlesque, ovvero cinque minuti in una piccola sala buia, dove due ballerine si esibiscono per sole 15 persone alla volta.

Lucia è tra le ragazze dell’Ecole des Filles de Joie, la scuola che sostiene la cultura del Cabaret Moderno e del Burlesque e insegna alle donne di ogni età e carattere, e girovita, l’arte della seduzione. Diretta dall’ipnotica e divina Juliette Dragon, la scuola offre corsi di American Show Girls, Iniziazione al Burlesque, Danza orientale, Espressione Scenica e stage per imparare a indossare, e a sfilare, un reggiseno con le paillettes.

Oscar, raffinato anfitrione, parisien et sevillano. Guida ai locali branché della capitale, dall’International della rue Moret al minuscolo Gast. Amico prezioso sin dalla prima settimana di vita nella capitale, per chiassose chiacchierate in italiano e serate cinema in rue des Prairies. Volontario al Paris Festival du Burlesque, “per sorvegliare affinché gli artisti si ubriachino e si divertano”.

Ospite d’onore alla Fiesta de la Muerte. L’esquelette. Costui era all’ingresso dello studio tatuaggi, al piano superiore della Bellevilloise, dove per 1 euro si aveva in cambio una malabar, la caramella con tatuaggio temporaneo integrato.

Lustrini. Pois. Coriandoli. Copri-capezzoli colorati e frustini. Erotismo allo stato puro, con altissimi picchi trash. Serpenti intorno al collo e sangue che scivola su curve di pelle bianchissima. Calaveras e tarocchi, morsi di vampiri e trucchi da zombie. Al centro, un ring per le sfide delle prorompenti ballerine. La mia preferita, Mosquito contro Ouaish Ouaish, tipico approccio da banlieusard.

Inseguita per le scale della Bellevilloise da una splendida Julià in versione Burlesque, perché io potessi immortalare uno tra i volti più eleganti di tutto il festival. La signora è rimasta fino alle 3 del mattino, per il concerto-performance di Juliette Dragon. Una volta iniziato il dj-set, ha preso serafica la via di casa, a piedi.

Ci sarebbe un’ultima faccia, per dovere di cronaca, della mia più bella retrouvaille, ma, come per il peep show, in certe occasioni non si fanno fotografie.

 

To be continued_

 

 

 

 

Parigi in bicicletta

La Rue du Faubourg Saint-Antoine è una delle strade più antiche di Parigi. Deve il suo nome all’abbazia di Saint-Antoine des Champs, divenuta poi l’ospedale di Saint-Antoine, ed è una delle brulicanti arterie che si staccano dalla rotonda di place de la Nation e procedono dritto in discesa. Da grande asse del 20esimo arrondissement, elegante e popolare allo stesso tempo, si trasforma in frizzante strada dell’11esimo, con le boutique, le raffinate boulangerie e i caffè. Scendendo giù, e alzando lo sguardo, ci s’imbatte improvvisamente nell’angelo d’oro della Bastiglia, che compare al di là della grigia cortina dei tetti di Parigi. Fino ad arrivare ai suoi piedi, dopo quasi due chilometri di strada.

Come la città stessa, cela mille anime, ed è la strada dove ci sono l’Extra Old Cafè e la Liberté, i caffè dove mi sono seduta in compagnia di persone speciali, tra cui un amico incontrato per caso a uno di quei terribili e interminabili rendez-vous parigini, alla ricerca disperata di un appartamento, appuntamento che sarebbe dovuto durare un pomeriggio intero e si trasformò in un’avventurosa balade alla scoperta del decimo arrondissement.

Ma torniamo nel quartiere.

La Rue du Faubourg Saint-Antoine incrocia Avenue Ledru-Rollin, Rue des Boulets, Rue de Montreuil, è vicina a Rue de Charonne, a Boulevard Voltaire, si biforca, cambia carattere, colori e ampiezza.

Per tradizione, questo è il viale dove ebanisti e tappezzieri hanno aperto i propri atelier e l’arte del mobile è ancora di casa, ma è anche la strada dove perdersi in uno dei tanti misteriosi passages parisiens, gallerie urbane, collegamento tra una strada e l’altra, dove la città cela le sue meraviglie, nascoste in quelli che la lingua inglese chiama behinds, le quinte. Uno fra tutti, le passage de la Boule-Blanche, che ospita i celebri Cahiers du Cinéma. E poi la cour de Bel-Air, la Cour de l’Etoile d’Or et la Cour des Trois-Frères. E risalendo, verso Place de la Nation, si trova le passage de la Bonne Graine, che collega ad Avenue Ledru-Rollin, passaggio cantato da Edith Piaf, in una delle sue ballate, “J’m’en fous pas mal”.

Oggi, rampicanti si attorcigliano in molti di questi cortili, altri invece hanno assunto un aspetto decadente, in disuso, risvegliato solo dalle vecchie insegne delle attività di un tempo. Altri sono le residenze hype della nuova piccola borghesia intellettuale, in un crescendo di gentrification che ha stravolto l’anima di questo quartiere.

Un labirinto di tunnel, gallerie, corti e passaggi, alcuni vecchi di secoli, che hanno fatto di questo faubourg uno dei più rivoltosi, quando era tempo di ergere barricate e contrastare l’avanzata di un potere tiranno, nei moti che travolsero Parigi nel giugno del 1848. All’epoca, la città era ancora intrisa di echi d’Ancien Régime e costruita come un villaggio, un intreccio di viuzze e strettoie, prima che il Barone Haussmann spianasse quest’intricata meraviglia di ruelle dando vita ai grand boulevard.

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Chi mi conosce almeno un po’ sa che ho vissuto a Parigi, forse l’anno più bello della mia vita. Il che mi ha reso incapace di vivere in maniera pienamente soddisfacente in qualsiasi altro posto che non sia ai piedi di una torre di ferro. Esagerata? Sì, forse, un po’. In ogni caso, ho precedenti illustri:

If you are lucky enough to have lived in Paris as a young man, then wherever you go for the rest of your life, it stays with you, for Paris is a moveable feast.

Ernest Hemingway, A moveable feast.

E non che sia stato un anno facile. Ma, come canta Yves Montand, “les ennuis” sono dappertutto, Parigi no. E anche il vento, quando arriva a specchiarsi nella Senna, non ha che una sola preoccupazione: andare a spassarsela nei bistrò più belli della città. Ma Montand era una di quelle anime perdutamente innamorate di Parigi, e non riusciva a spiegarsi perché fosse travolto dall’emozione, passeggiando lungo i quai de Seine.

Io ho vissuto uno splendido periodo rosa, proprio quando abitavo a Nation. Era aprile. E mi avevano appena regalato una bicicletta azzurra. Mi divertivo a girare intorno alle due colonne di place de la Nation e poi a pedalare giù per la rue du Faubourg Saint-Antoine. Erano giorni in cui camminavo sulle nuvole di Parigi, sprofondati improvvisamente in un periodo blu. Il cui strascico, dopo i tre mesi scintillanti passati a New York City, era ancora qui ad aspettarmi, una volta tornata.

“As it has never been”, avrebbe detto Susan Sontag.

Bon, tant pis. Se un giorno finirò di nuovo a Parigi, andrò a riprendere la mia vecchia bicicletta azzurra e, arrivata a Nation, girerò intorno alla piazza, lasciandomi alle spalle le due colonne e mi tufferò lungo la Rue du Faubourg Saint-Antoine. Sono sicura di riuscire ancora ad indovinare il momento esatto in cui, dai tetti grigi di Parigi, si stacca il profilo dell’angelo d’oro di Bastille. E forse smetterò di pretendere sempre qualcosa in più, perché mi sembrerà di avere di nuovo tra le mani tutto quello che ho sempre voluto, anche solo per il tempo di una discesa.

Intanto, mi diverto in bicicletta nelle giravolte del centro storico di Lecce. Qui dai tetti piatti dei palazzi, dai frontoni delle chiese e dai capricci del barocco, spunta all’improvviso Sant’Oronzo, con il suo corteo di angeli e santi, che se la ride dall’alto della sua colonna del brulichio affannoso della città. E forse anche di me.

Drawing © Vincent Gavarino

Soundtrack: Yves Montand, La ballade de Paris

in a sentimental mood

La Gare du Nord a Parigi è un vuoto terribile di partenze.

Scendo dalla linea 4 della metropolitana, subito dopo Gare de l’Est. Chi va a Barbès prosegue la corsa fino al diciottesimo arrondissement. Ma i più si fermano alla stazione, scendono con me e mi accompagnano mentre salgo le scale. Sbaglio uscita. Torno indietro. Risalgo. Arrivo vicino ai treni. Non posso fare a meno di fissarli. I bar tutt’intorno sono ancora aperti. Qualcuno mangia un hot dog. I francesi bevono cafè crème. È notte. La metropolitana sta per chiudere ma la stazione è sempre aperta.

I treni sono in fermento, riflessi nelle vetrate oblique della Gare du Nord. I cartelloni elettronici sbattono gli occhi.

Mi guardo intorno. Le rotaie sembrano infinite. È aria di casa. Sono da sola. Sono felice.

Passo accanto ai binari. Al chiosco dei giornali. Al bar. Al ristorante della stazione. Qualcuno mi chiama. Mademoiselle. Sono di nuovo io. Chez moi.

Esco e Parigi mi esplode davanti. La Gare du Nord non dorme mai. Il decimo arrondissement è sempre sveglio, riecheggia dei fischi dei treni, odora di orari e partenze. Stretto intorno alle due stazioni, è tappa obbligata, assiste a ogni arrivo e accompagna ogni partenza. Dall’altro lato, si alza la facciata illuminata di Gare de l’Est, a due passi dal Canal Saint-Martin.

Il piazzale della stazione brulica di gambe in tuta nera e valigie. Ragazzi che confabulano ed eleganti messieurs dal profilo basso che camminano guardando dritto. Il freddo esce allo scoperto, sbatte sulle vetrate del nuovo padiglione e torna a pungermi. Mi avvolgo nello scialle nero.

Di fronte i ristoranti uno in fila all’altro aspettano di sfamare i viaggiatori, di fare da sfondo a chiacchiere stanche. Camerieri in camicia si annoiano dietro i banconi. Attendono l’ora di chiusura. Arriva l’eco di baruffe.

C’è ancora qualcuno, in quel miscuglio di insegne e menu.

Sono io che non ci sono più.

Non passo più accanto alle rotaie. Non conto più le fermate della metro. Non rincorro i miei stessi passi per fare in fretta, sempre più in fretta. Non posso aspettare. Corro ma poi rallento, perché sono appena arrivata. E ho paura di entrare. Ho paura di svegliarmi. Di sbattere la testa. Contro il mio sogno di Parigi, più bello e irreale che mai. Più veloce e sfuggente di un treno. Aspetto. Guardo indietro verso la stazione. Giusto il tempo di chiedermi se tutto questo sia vero.

Sì, lo è. O lo è stato. Chiudo gli occhi. Un respiro. Sorrido.

Bonsoir.

Sono andata via. Lontano da casa. Lontano dalle città. Lontano dalla stazione.

Dove sono? E chi l’ha detto poi che tutti devono avere una casa? E che ci si deve sempre tornare?

Quella stazione restava a guardare ogni esitazione e ogni fuga. E io mi sentivo a casa tra una partenza e un addio. Con gli arrivi e gli abbracci a fare da sfondo. Una vita fatta di valigie e chilometri da lasciarsi alle spalle. Si parte. E così niente più progetti da cominciare, solo faccende da concludere. E in fretta. Con la pancia in subbuglio, con in mano solo l’incertezza del viaggio, come tutte le volte che si deve prendere un treno. E si ha paura di perderlo, oppure di salirci.

Mi piace pensarmi libera di scegliere. Per consolarmi di ogni cosa che mi sfugge dalle mani quando alla fine decido “per il mio bene”. Per la mia vita, per il mio futuro. E me lo ripeto, sempre, ogni mattina. Insieme al caffè. Per coprire quell’insopportabile rumore di fondo, di tutto quello che c’è in mezzo, tra un arrivo e una nuova partenza, che intanto si spezza e poi si cancella.

Ma non importa. Siamo quelli che abbiamo scelto per il nostro meglio e cogliamo tutte le opportunità.

E allora che cosa ho perso? Un treno?

O una stazione?

 

Soundtrack: Maxence Cyrin, No Cars Go (Arcade Fire Piano Cover)