Tutta la solitudine che meritate

Dal finestrino dell’aereo, “ciò che si vede è ciò che si vedeva diecimila anni fa, ed è anche un annuncio di quella che, uscendo da Reykjavík, è la parte più memorabile di ogni esperienza islandese: ci si trova spesso da soli”. E, continuando a leggere le pagine di “Tutta la solitudine che meritate” (Humboldt Books/Quodlibet), l’idea stessa di solitudine si trasforma in qualcosa che forse non abbiamo mai assaporato, una sensazione sconosciuta, a volte quasi anelata.

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A viaggiare sulle strade d’Islanda sono Claudio Giunta, storico della letteratura italiana, e Giovanna Silva, fotografa e fondatrice di Humboldt Books, che firmano il terzo libro di viaggi della giovane casa editrice. E la strada è quasi sempre una sola, la Route 1, l’arteria principale dell’isola che connette tra loro tutte le ragioni e attraversa il paese in modo circolare. Meglio fidarsi delle indicazioni, infatti, e non lasciare le strade segnate. L’itinerario è quindi regolare, con poche sorprese all’orizzonte, solo il tempo cambia a ogni tornante, e il paesaggio si fa foglio bianco dove Giunta intesse osservazioni su cosa voglia dire vivere quando l’orizzonte è solo fiordo, grigio, nebbia e pescherecci.

L’Islanda ha una densità abitativa che conta poco più di 3 persone per chilometro quadrato. La metà dei suoi 300.000 abitanti è concentrata nel distretto della capitale. Il resto è disperso in quelle immense distese di grigio cenere e lava, di assenze di boschi e cielo plumbeo. La strada “è l’unico manufatto umano che vedrete per gran parte della giornata”, un itinerario tra cittadine e villaggi isolati, dove aringhe e merluzzi sono più numerosi degli abitanti stessi, ma, piacevole conseguenza, l’attivismo a favore dell’arte è molto più concreto: i tanti appartamenti sfitti, abbandonati da chi è partito alla rotta della capitale, sono concessi agli artisti che, approfittando della calma e dell’ispirazione, riescono a rinvigorire la vita intellettuale di latitudini isolate e dimenticate.

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Nessuna fretta. La stessa capitale è “il paradiso del viaggiatore ansioso”. A Reykjavík il tempo basta sempre. “Nessun pittore veramente famoso, nessuno scultore veramente famoso, nessun principe-benefattore che ha donato le sue collezioni ai sudditi costringendo poi voi a passarci attraverso”. Il turista non ha obblighi, né vere e proprie guide, il viaggiatore non ha sensi di colpa per i grandi assenti nel suo tour. Nessuna grande insegna reclama attenzione, tutte le catene dello shopping sono rinchiuse nei centri commerciali. L’unico imperativo è godere della non-grandeur, dell’aria provinciale di una capitale europea. Si trova di rado quel cattivo gusto che è il frutto del mix letale tra agiatezza e ignoranza”. La categoria pertinente è quella del “desolato nordico”. Il vero piacere sembra essere l’andare stesso, immerso in quella luce che fa anche dei parcheggi e delle strade spoglie un’attrazione, che fa del tragitto in macchina il vero punto d’arrivo.

Lasciandosi alle spalle Reykjavík, l’Islanda si concede a tratti, si disperde e poi si lascia trovare, regalando meraviglie splendidamente isolate. Come Tjöruhúsid, letteralmente “la casa incatramata”, il ristorante migliore d’Islanda, situato a ĺsafjördur, il capoluogo dei fiordi nord-occidentali, dove la popolazione raddoppia quando arrivano le navi da crociera. Il caffè Simbahöllin, nel villaggio di dieci case di Thingeyri. La Biblioteca dell’Acqua di Stykkishólmur, residenza per scrittori in un villaggio di poco più di mille abitanti. Dopo i luoghi, vengono poi le persone. O meglio le storie. “Perché naturalmente un viaggio riuscito è fatto, al cinquanta per cento almeno, di cose che coi paesi attraversati non c’entrano molto, e c’entrano invece con gli incontri fortuiti”. E il periplo islandese si trasforma anche in racconto delle persone incontrate, dei camerieri che servono ai tavoli, degli osti e delle locandiere, degli italiani trapiantati in Islanda. Il viaggio diventa infine ipertesto, con dritte su come continuare il cammino, ma anche con link a video su YouTube e consigli di libri per arricchire il proprio immaginario. Come da tradizione, poi, le informazioni utili sono tutte alla fine. Si consiglia di prediligere il mese di maggio, anche se il viaggio in aereo potrebbe allungarsi un po’. E ancora, fidarsi degli uffici turistici, scegliere i ristoranti sul porto nella capitale, diffidare di North Face e 66North per proteggersi dal freddo e preferire invece la marca d’abbigliamento Cintamani.

Per chi volesse continuare il viaggio, verso altre solitudini, anche dall’Islanda partono voli low cost e l’aeroporto si raggiunge anche a piedi. “All’aeroporto di Reykjavík, voli locali, si arriva a piedi in un quarto d’ora dal centro. E, dato che dall’aeroporto di Reykjavík partono anche i voli per la Groenlandia, in sala d’attesa avrete l’emozione di trovarvi accanto famiglie di inuit che tornano chiassosamente a Kulusul, a Narsarsuaq, a Ittoqqortoormiit, verso deserti molto più deserti dell’Islanda, inimmaginabili”.

 

Qui la recensione pubblicata per OggiViaggi.

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Tra i santuari della Grecia

Riscoprire la Grecia partendo da quello che la Grecia non è, ma soprattutto visitando templi, oracoli e santuari, per liberarsi, finalmente, di pregiudizi e cliché: “sono i posti migliori per certi addii”. “Oracoli, santuari e altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia” è il secondo libro di viaggio della casa editrice Humboldt Books, realizzato in collaborazione con Quodlibet, e racconta il pellegrinaggio nei luoghi di culto della Grecia continentale. A firmare i testi è Dino Baldi, filologo e scrittore, con le immagini di Marina Ballo Charmet, fotografa alla ricerca di una nuova prospettiva del “sempre visto”, che lei stessa definisce come “il rumore di fondo della nostra mente”.

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LA SUGGESTIONE DEL MITO. “La prima cosa che si impara da un viaggio in Grecia è che spesso nelle piccole cose abitano spiriti giganteschi”. Ma soprattutto che nella bassa stagione, e lontano dai luoghi più turistici, si nasconde la verità. Il processo di democratizzazione della cultura classica ha comportato la diffusione di timpani, colonne, vasellame e mitologia nel più remoto angolo dell’Ellade, ma forse, come scrive Baldi, “mi sembra che conservino di più la memoria dell’antichità questi negozi di souvenir […] delle pietre corrose che gli archeologi tirano fuori a fatica dalla terra. La cosa migliore è non pensarci, lasciarsi andare e godersi questo accogliente pessimo gusto senza troppi pensieri”. Al giallo delle spighe e all’odore di gomma bruciata si mescolano le suggestioni dei miti, delle leggende, le creature di poeti e scrittori, qui celebrati con mausolei e statue, come personaggi storici. Il viaggio si fa strada nell’erudizione di Baldi, nel suo amore del mito e nelle acute riflessioni che alla lettura fantastica delle leggende greche contrappongono l’esperienza diretta, il camminare sui sassi, il trovarsi di fronte alle rovine, alle facce rugose, ai nomi allitterati dei greci.

TORNARE AD OSSERVARE. “La Grecia reale era il luogo meno adatto per ospitare la Grecia ideale”, scrive Dino Baldi e la Grecia qui non è più un luogo ma una fede, una religione, una di quelle che sono inculcate da piccoli e poi, anche quando sono ormai un ricordo, restano come un sostrato di sensi di colpa e abitudini. Il mito ha costruito la Grecia per noi, tanto da farci illudere di conoscerla già. Adepti del continuo ripiegamento su noi stessi, “forse ci siamo scordati come si fa a vedere, scrive Baldi, “appagati dalla vista interiore, abbiamo dato in appalto la vista originaria, ci affidiamo a visioni da catalogo che sono di tutti e di nessuno, e non siamo più in grado di dire nulla su quello che ci circonda”. L’orizzonte greco è decostruito, passo dopo passo, raccontato attraverso la leggenda, ma reso agli occhi del viaggiatore nella sua totale interezza contemporanea. “La Corinto moderna sfoggia un benessere fuorimoda e goffo come un vestito troppo largo”. La stessa Arcadia, tramandata a noi come paesaggio docile e bucolico, si svela brutale. Nel museo di Olimpia, doverosa corvée, i paragoni dei turisti edotti dalle guide, da Michelangelo a Bacon, fanno da colonna sonora ai sentieri che si diramano tra le statue, alle storie che prendono vita dalle capigliature divine, da indovini panciute, da dee imbronciate.

UNA MISCELLANEA FINALE. Arrivati alla fine del viaggio, altri racconti aspettano il lettore: Marco Rinaldi, che racconta il viaggio in Grecia del pittore Gastone Novelli; Maria Giovanna Cicciari, giovane film-maker, con i suoi appunti per un film sulla Grecia ispirati al libro di Hölderlin, “Hyperion”, scritto senza mai muoversi della Germania; un’introduzione semiseria alla cucina greca firmata da Alberto Saibene, per le urgenze culinarie, anche se alla fine “si viene condotti in cucina e si addita quello che si vuole mangiare”; informazioni su tratte e biglietti aerei e consigli utili per viaggiare nell’Ellade. Ma soprattutto resta la voglia di camminare, di lasciare che il racconto, anche quello fantastico, prenda il sopravvento sulla realtà, di offrirsi altre immaginazioni. “I racconti del mito e le cosmogonie nascono nella noia dei lunghi percorsi fatti a piedi. Mano a mano che si cammina e ci si guarda intorno le cose crescono, diventano enormi e pieni di vita, mentre gli uomini si fanno sempre più piccoli, fino a riprendere la misura giusta”.

 

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

Un altro viaggio in Etiopia

“Ricognizioni approfondite in territori poco battuti”, racconti per testo e immagini di viaggi personali, che mescolino l’arte alla scoperta, la letteratura alla geografia, la ricerca dell’inquadratura con quella del semplice indirizzo. È quanto si propone di fare Humboldt Books, giovanissima casa editrice, nata il 14 febbraio del 2012, da un’idea di Giovanna Silva, fotografa e photo-editor, iniziativa fresca e raffinata, in un panorama editoriale difficile e settario come quello italiano, così battezzata in onore di Alexander von Humboldt, avventuroso esploratore ottocentesco. L’idea è quella di situarsi a metà tra la praticità della guida e lo stile lirico della narrativa, una sorta di non-fiction con variazioni, più o meno romanzate, sul tema del viaggio.

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IN VIAGGIO NEL CORNO D’AFRICA. Così è per “Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia”, il primo tra i libri di viaggio della Humboldt (in coedizione con Quodlibet), la cronaca di una traversata nel Corno d’Africa con i testi di Vincenzo Latronico, giovane penna italiana, e le immagini di Armin Linke, fotografo italo-tedesco. “Ciò che racconta è accaduto davvero”, scrive Vincenzo Latronico in apertura, “scontato di una scusabile misura di epica”. “I luoghi sono abbastanza esotici da evitare il déjà-vu”, continua, “il tutto, nonostante la drammaticità un po’ forzata, rispetta il carattere essenziale del racconto di viaggio, il suo essere portatore sano di panorami”. Una dichiarazione di poetica che si promette di evitare i cliché, il troppo facile, lo strettamente personale e tutti i facili trabocchetti del racconto di viaggio e che fa da preludio a una straordinaria esperienza a ritroso nel tempo.

LE TRACCE DELLA NOSTRA LINGUA. Il viaggio comincia durante i primi mesi del 2012, in Gibuti, sulle tracce di una leggendaria ferrovia, fatta costruire dai colonizzatori italiani. Passata la “Svizzera d’Africa”, Linke e Latronico si addentrano in Etiopia, passando per Dire Dawa, un tempo centro di snodo e manutenzione di treni, e arrivano ad Harar, “antica metropoli di temibili genti”, città di mercati e compravendite sin dall’Ottocento, dove un certo agente commerciale mise radici nella speranza di trovarvi una vita borghese, ma forse il vento, la polvere depositata nei polmoni, lo uccise, facendone un mito chiamato Arthur Rimbaud. Il viaggio abbandona la ferrovia, utopia incompiuta del sogno coloniale italiano, per seguire imprese cinesi alla testa di autostrade giganti, aerei privati gestiti da una misteriosa commerciante di oppiacei, e continua, destinazione Addis Abeba, con la storia di Hailé Selassié, la lingua italiana che fa capolino in quella amarica, le vestigia del nostro colonialismo, di cui nessuno parla più. “In Italia non parliamo di colonialismo”, scrive Latronico, “perché, in fondo, non ci riteniamo dei veri colonizzatori: sarà la convinzione, consolatoria e falsa, che sia stato in fondo poca cosa rispetto a quello di altri paesi europei; sarà l’illusione, comoda e falsa, che la nostra inettitudine bellica ci abbia impedito di commettere atti poi così gravi; sarà la coda lunga dell’apparato fascista che ha impedito elaborazioni collettive delle colpe”.

LA MAPPA INTERATTIVA. Come ogni libro di viaggio che si rispetti, “Narciso nelle colonie” riserva in coda una serie di appendici: un approfondimento sulla figura storica di Hailé Selassié con un’intervista al giornalista e storico Angelo Del Boca, che lo ha incontrato di persona, un excursus sul ruolo del negus nella musica giamaicana, un dizionario dei lasciti italiani nella lingua amarica e un prontuario di indirizzi. E per seguire il viaggio, su Google Maps c’è anche una mappa interattiva, tappa dopo tappa. Alla fine, resta un’ammissione di colpe. “Sono partito cercando una cosa, e non l’ho trovata”, ammette Latronico, perso davanti a quel “collasso della cronologia” che sono gli archivi del Corno d’Africa. E, tra le righe, la consapevolezza che, inevitabilmente, pur sfuggendo al soggetto imperante, si è finiti per parlare di se stessi, tra le polveri rosse delle autostrade, le sagome delle gazzelle e il retrogusto piccante delle cene etiopi. Sarà perché “siamo andati in Etiopia, da europei, cercando un’immagine di noi”, o “come Narciso nelle colonie, convinti di avere a che fare, in buona sostanza, con uno specchio, e di sapere già che immagine avrebbe restituito”.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.