Morire per amore è bello, ma stupido

Irene ha 24 anni, studia antropologia all’École de Hautes Études en Sciences Sociales a Parigi e vive nel decimo arrondissement della città. Gioca qualche volta a pallavolo, lavora poche ore in una cartoleria, collabora con un’associazione di volontariato per le donne colpite da cancro al seno, si ferma a guardare da vicino i barboni di Parigi. Lei stessa ha dovuto farsi asportare un seno, “per assomigliare di più alle amazzoni”. I suoi obiettivi sono tre: realizzare un reportage a fumetti sui clochard a Parigi, diventare protagonista di un fumetto e suicidarsi. Un progetto che propone agli stessi autori Ruppert & Mulot, durante una sessione di dediche in una libreria in città. E i due rifiutano. È da questo fumetto nel fumetto, da questa sequenza metanarrativa che prende il via la storia, divisa in capitoli, di “Irene e i clochard”.

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“L’amore romantico è stato inventato per manipolare le donne”

“Un giorno dovrei mettermi a girare per strada con una pistola per far fuori tutti quelli con una faccia poco convincente”, si dice Irene, schivando le facce meschine dei parigini annoiati. Innamorata di Naïma, giornalista di Libération, Irene non riesce a liberarsi del disincanto, del pessimismo, dell’indifferenza che la accompagna e che lei stessa considera tra le migliori armi personali. Seduta sul divano del suo monolocale, davanti al cielo di Parigi, immagina di capitolare dal balcone, di mollare anche l’ultimo ormeggio che continua a tenerla legata a terra. Impastoiata in una vita metropolitana che ha perso ormai ogni luccichio, angosciata dalle conversazioni di chi le sta intorno, cammina portandosi dietro una katana, per uccidere, almeno nella testa, chi intavola discussioni arroganti, si sofferma su argomenti banali, la sua amante, che non è innamorata di lei ma ci esce lo stesso insieme anche se le sue amiche di Versailles “scopano meglio”. Un climax di violenza costante, a volte triviale, se non splatter, ma sempre effimero, instabile, in equilibrio tra comicità e disperazione.

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Intanto Irene si lascia trasportare dalla città, continua ad andare a letto con Naïma, perché senza anche quel minimo sussulto la vita sarebbe forse uguale a quella dei suoi clochard, in pieno sfacelo psico-emotivo. Si lascia andare a un’aggressività repressa, fin troppo riconoscibile e familiare, facendo affiorare un lato oscuro, che, sulla carta, diventa estremamente realistico e struggente. Sopravvive in un sentire acuto, come carne viva, afflitta da una realtà che vive di vita propria e della quale si ritrova spesso a essere semplice spettatrice, sfiancata da Parigi, dai suoi tentacoli di ferro, dall’inerzia delle sue strade e dal suo lancinante anonimato.

“L’indifferenza e la menzogna sono potenti armi personali”

Il tratto del disegno è nervoso, quasi asincronico, leggerissimo, senza alcuna campitura e la predominanza del bianco sulla pagina è solo un’illusione. Il disegno è una trama di linee nere che intessono la polifonia dei tetti di Parigi, le facciate liberty dei palazzi, il frontone barocco delle stazioni. Ma non solo, la traiettoria di una mosca sulle pareti, i volti confusi della noia in metropolitana, la scenografia di una Parigi muta e indifferente, che scorre via quasi senza far rumore. Jérôme Mulot, in un’intervista, ha parlato di “ligne claire fragile”, una linea labile e sottile, sincopata, quasi una trasposizione per matite dell’essenza di Irene.

Le sequenze sono precise, i movimenti esatti, senza alcun orpello o dettaglio ornamentale, lo stesso tratto fragile delimita corpi e palazzi, arti umani e strade, ancora una volta nel tentativo di annientare l’introspezione e la carica emotiva e affidare tutto all’essenzialità dell’azione e del movimento. Il volto in sé non esiste, al suo posto un anonimo accento circonflesso trionfa sull’ovale di ogni personaggio, per annullare la mimica facciale e sfuggire all’identificazione del lettore a tutti i costi. Come già avevano fatto nei loro libri precedenti, Ruppert e Mulot veicolano l’interiorità dei personaggi attraverso le azioni, la gestualità, lo slancio essenziale di un movimento, come in un intenso behaviorismo a fumetti.

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“Il disgusto è la risposta appropriata alla maggior parte delle situazioni”

“Irène et les clochards” è stato pubblicato in Francia nel 2009 dalla casa editrice indipendente L’Association, la stessa di Marjane Satrapi e David B. Florent Ruppert e Jérôme Mulot sono i due autori, presenti in una sequenza del fumetto, probabilmente in un episodio realmente accaduto della propria vita. Cammei improvvisi in tutte le loro storie, fantasmi privati messi su carta, Ruppert e Mulot non hanno rinunciato ad avere la loro parte anche nella vita di Irene. I due, rispettivamente classe 1979 e 1981, si conoscono all’École nationale supérieure d’arts di Dijon e iniziano a lavorare insieme dal 2002. Il loro sito è una miniera di piccoli tesori a fumetti, dai fenachistoscopi ispirati a Muybridge ai “Petits accidents sur commande“, incidenti mortali à la carte, realizzati dalla coppia su richiesta dei lettori che hanno inviato loro descrizione del bersaglio e morte desiderata.

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“A una certa età, gli ideali vengono rimpiazzati da obiettivi convenzionali”

Mi sono imbattuta la prima volta in Irene per caso, restando folgorata dalla sua figura che sorvola la città di Parigi, tratti bianchi su sfondo nero, con una katana in mano. Quell’immagine mi ha fatto compagnia per tanto tempo, senza sapere da dove venisse fuori, finché non me la sono ritrovata davanti sullo stand di Canicola Edizioni, associazione culturale e casa editrice di fumetti con sede a Bologna, durante l’edizione 2013 del Festival Lucca Comics & Games, al quale mi ci sono trovata sempre per puro caso. Prima di ritornare a Parigi, a seguire anche io traiettorie incerte e un sogno sempre più vicino allo sfacelo. Ma senza katane.

Il risveglio di Irene sul sito di Ruppert & Mulot.

Autumn Leaves

Oggi è la vigilia del mio compleanno. Che io lo scriva senza timori e riserve dimostra una certa consapevolezza, quella di aver fatto più o meno pace con quello che è stato sempre un avvenimento controverso del mio abbondante quarto di secolo. Non ho mai organizzato feste, né invitato gli amici a cena, né portato torte in ufficio e la minaccia che mia sorella è solita rivolgermi quando litighiamo è “guarda che ti faccio una festa a sorpresa per il tuo compleanno!”. Ora, non che sia in procinto di organizzare un party indimenticabile sotto la Tour Eiffel, ma non ho neanche l’impulso di nascondermi sotto le coperte e spegnere telefono, computer, cervello, come succedeva fino allo scorso anno.

Orbito alla giusta distanza tra sogno e realtà e penso di aver più o meno raggiunto un equilibro tra lavoro, studio, progetti, utopie e l’infinita burocrazia esistenziale di questa città, tra dichiarazioni di redditi inesistenti, soldi da recuperare qua e là, contratti, certificati e giustificazioni di domicilio da presentare anche per comprare una baguette. Inoltre, tra me e Parigi vige una tregua ormai duratura e abbiamo iniziato a volerci di nuovo reciprocamente bene. Questa città mi regala ogni giorno sorprese, me le ritrovo lungo la strada sotto forma di persone inattese da conoscere, percorsi (o ferrovie abbandonate) da esplorare, biblioteche e librerie che spuntano a ogni angolo, avventure da vivere. E un nuovo appartamento.

A Parigi, ho vissuto circa in 12 case diverse. Chi ha cercato un tetto nella capitale francese almeno una volta nella vita sa che cosa significa tutto questo, le dimensioni incommensurabili che prende quella che dovrebbe essere la semplice ricerca di un alloggio, conosce bene i brividi lungo la schiena alla parola “dossier”. L’idea di cercare un appartamento è stata una fonte di angoscia quotidiana per anni. Ho passato mesi a lasciare messaggi in segreteria, scrivere e-mail, spulciare annunci, inventarmi soluzioni provvisorie. Ho assistito a veri e propri colloqui dell’assurdo, e a volte ne sono stata la protagonista, se non la vittima, cercando di convincere il padrone di casa a fidarsi di me, supplicandolo di darmi una chance, corrompendolo promettendo dieci mensilità in anticipo, tutto per avere un misero posto letto in uno studio di 10 metri quadri, al prezzo di un normale appartamento per due nelle altre città.

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Sono volata da un subaffitto all’altro, vivendo permanentemente in condizioni temporanee. L’instabilità è diventata la normalità e ci si abitua giorno dopo giorno alla precarietà, a fare le valigie in pochi minuti, a organizzare i traslochi alla perfezione, ad avere almeno tre domicili, a ricevere la corrispondenza in posti diversi e andarsela a recuperare perdendo giornate intere, a prestare sempre attenzione quando si parla di alloggi e case. Però, alla fine, mi sono divertita e conosco benissimo quasi tutta la città di Parigi, anche per via di tutti gli indirizzi che ho accumulato negli anni. Quando un amico si trasferisce in un quartiere, so consigliargli negozi, bar e anche il supermercato meno caro e io ho collezionato ricordi in tantissimi posti diversi.

La mia prima casa è stata un bed & breakfast di Oberkampf, a casa di un’elegante donna in carriera. All’epoca ero una stagista dell’Ambasciata d’Italia a Parigi, passavo la maggior parte del tempo nei quartieri più ricchi, vicino alla Tour Eiffel e pensavo di essere lontana da tutti i centri nevralgici della città, ignara che tra Oberkampf e Ménilmontant avrei poi trascorso quasi tutte le serate dei quattro mesi a venire. L’anno scorso, invece, mi sono trasferita a Père-Lachaise e ho avuto l’ebbrezza di un appartamento tutto per me, con un contratto vero, dove alla fine ci sono rimasta solo per pochi mesi, prima di saltare dall’altra parte del cimitero, al sesto piano di un palazzo sgangherato. Qui, al secondo piano, abita un’anziana signora che pulisce tutte le mattine la porta di casa perché, un giorno mi ha detto incontrandomi per le scale, qualcuno viene a bussarle ogni giorno e le grida che è tutta sporca. Al primo piano, invece, c’è un bambino dagli occhioni nerissimi che vive con un’altra anziana signora e mi ricordano tantissimo Momo e Madame Rosa de La vita davanti a sé di Romain Gary.

Uno dei miei domicili preferiti è stato un piccolo studio a Bagnolet, vicino place Edith Piaf, l’appartamento di una giornalista che mi ha lasciato casa per tre settimane. Un rifugio accogliente, pieno di cuscini, abat-jour, libri, giornali, tazze una diversa dall’altra e una radio impermeabile da ascoltare sotto la doccia. Tra i peggiori, sicuramente il mese e mezzo in Avenue d’Italie, in una stanza di pochi metri quadri senza finestre, con un materasso buttato sulla moquette polverosa e libri e vestiti obbligatoriamente chiusi negli zaini per mancanza di spazio. I quartieri dove ho vissuto più a lungo sono il ventesimo e soprattutto il tredicesimo arrondissement, nei pressi di Place d’Italie. Conosco benissimo i ciottoli del quartiere Saint-Blaise e del villaggio della Butte aux Cailles, nonché due dei migliori ristoranti asiatici della città e ho scoperto un giorno per caso la Cité Floral, un micro-quartiere isolato del sud di Parigi, un gomitolo di vialetti, dove tutte le case hanno le pareti dipinte di colori pastello e aiuole fiorite e le strade hanno il nome di fiori e arbusti.

Maeve Brennan ha scritto che l’idea di casa è un luogo della mente. Per me, oggi questo luogo è un appartamento semi-vuoto ai piedi della basilica del Sacro-Cuore a Montmartre. Ha la porta verde, le pareti bianche e il soffitto con le travi a vista. Qui tra qualche giorno lascerò definitivamente le valigie e inizierò a sistemare tutti i miei libri secondo il colore delle copertine, come ho sempre voluto fare.

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Ricordo benissimo cosa avevo immaginato per i miei 27 anni quando ero più piccola. Pochi desideri, ma alcuni incredibilmente forti. Quando ho iniziato a lavorare in un pub a 19 anni, a Lecce, avevo ingenuamente pensato di mettere i soldi da parte per trasferirmi a Parigi il più presto possibile. Ero iscritta all’università, ma dopo qualche mese ho smesso di frequentare e ho cominciato subito a lavorare in un giornale. Sognavo di continuare a scrivere, di avere tanti libri intorno, almeno un gatto, di avere la possibilità di viaggiare e conoscere posti nuovi, che fosse anche una strada diversa per tornare a casa o andare al lavoro. Speravo di riuscire a stare sempre bene con la sola compagnia ingombrante della mia persona e di sentirmi in un modo o nell’altro libera di fare quello che mi piace.

A conti fatti, oggi penso di aver più o meno realizzato ogni cosa, con il bonus speciale di una variabile fissa, presente nella mia vita da almeno tre anni. Ancora non so che cosa voglia dire essere felici, sentirsi bene sotto tutti i punti di vista, semplicemente in pace, sicuri di sé, delle proprie scelte, ma alla fine le persone troppo sicure non mi sono mai piaciute, i dubbi sono molto più faticosi ma anche più eccitanti e mi sono sempre sottratta alla schiavitù della felicità a tutti i costi. Come diceva sempre Romain Gary, alla felicità preferisco la vita, e la mia, soprattutto negli ultimi tempi, è quella che mi sono sempre augurata di vivere.

Images © Emiliano Ponzi

Soundtrack: In my mind, Amanda Palmer

Paris, rue François Miron

L’intenzione era quella di stare lontana dal computer, parlare con almeno cinque persone diverse durante il giorno, tornare a casa stanca e addormentarmi subito, imparare nuove cose, abbandonare la scrittura, almeno per un po’. Così l’anno scorso, ho iniziato a lavorare in un negozietto di giocattoli e accessori nel Marais, nella parte sud del quartiere, quella più discreta, con meno kebab e più gallerie, meno bar alla moda e più palazzi residenziali.

Il negozio si trova in rue François Miron, accanto alle abitazioni medievali risalenti al Trecento, tre case dal tetto spiovente, con le travi in legno, tra le più vecchie di tutta Parigi, dove, incredibilmente, ho scoperto che hanno l’ascensore (chi sa dove abito capirà il motivo di tale sgomento)! Di fronte, gongola uno degli empori più famosi della capitale, Chez Izrael, un pittoresco bazar di spiriti e sapori da tutto il mondo, gestito da un’anziana coppia, Françoise e Izrael, canuti e schietti. Qui si fa la fila per comprare frutta secca e datteri, olive marinate e dolciumi turchi, spezie e riso, noci di macadamia, anice, tamarindo, acquavite di Borgogna, farine, tarama, pesto, acciughe, feta, canditi e ci si perde nella collezione di pepe e olio d’oliva.

Cercavamo proprio Chez Izrael, io e i miei genitori, quando abbiamo scorto l’annuncio di lavoro, esattamente un anno fa. Ho accettato il posto per sfuggire alla solitudine della scrittura in solitaria dietro a un computer e avere un minimo contatto con il mondo reale. Avendo debuttato nel periodo prenatalizio, più che un contatto, ho subito una vera e propria invasione barbarica, una sfrenata corsa al regalo, con più di 2000 scontrini al giorno e migliaia di clienti in un negozio di una ventina di metri quadri. In pochi mesi, ho imparato a fare i conti rapidissimamente, a confezionare pacchetti regalo impeccabili, a improvvisare un argomento a favore di ogni singolo articolo del negozio, a inventare parole in francese e a farmi anche capire.

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La clientela è abbastanza varia. Tanti turisti alla ricerca di un briciolo di Parigi da portare a casa, fidanzati smarriti alla ricerca di un braccialetto o un paio di orecchini da regalare, donne giapponesi che in 5 minuti escono con 300 euro di borsa appesi al braccio, eleganti signore del quartiere che vengono a controllare le novità, ragazzine appassionate di bricolage che collezionano nastri adesivi colorati, nonne con passeggini al seguito, indefessi arbitri del gusto che passano i fine settimana a cercare un vassoio per l’aperitivo che abbia la stessa sfumatura di verde del divano del salotto, studentelli in cerca di cover per i-phone, madri disperate che, alla vigilia delle vacanze, hanno un urgente bisogno di giochi, stampini, timbri, carillon e ninnoli per tenere occupata la prole.

Ho continuato a lavorare fino al mese di maggio e ho ripreso da poco, nonostante quest’anno sia in tutt’altre faccende affaccendata, per il piacere di tirarmi fuori dal mio bozzolo e andare al lavoro fuori dalle quattro mura di casa, perché alla fine chiacchierare con i clienti e aiutarli a fare un regalo mi piace, mi piace quando arrivo la mattina presto, da sola, faccio partire la musica e lascio la porta aperta e anche per guadagnare un po’ di soldi, da spendere in frivolezze senza tanti sensi di colpa.

Ogni giorno ho circa un’ora di pausa, che di solito impiego lanciandomi alla scoperta del quartiere. Se c’è bel tempo, invece, vado a sedermi vicino la Senna oppure sulle panchine di Square Marie Trintignant per leggere al sole. Scarto tutte le boulangerie di lusso e vado da Manon, una panetteria discreta vicino la metropolitana, tra le migliori della zona. Da qui, poi trattengo il fiato per attraversare la rue du Prévot, una sorta di toilette pubblica del quartiere, e sbuco dall’altro lato dell’isolato. Una settimana fa, c’era un sole insperato, mi sono seduta sul ciglio della Senna, mi sono sentita felice, pur non avendo nessun motivo in particolare. Mi sono detta che quando mi succede qualcosa di bello, resto sempre un po’ interdetta, non so come reagire, se esultare, se sorridere, se fare finta di niente e l’entusiasmo sfuma in quei pochi secondi. Invece, sentire affiorare la serenità, quasi la contentezza senza motivo è la forma di buon umore che mi riesce meglio, almeno finora.

Prima di tornare dietro il bancone, passo da Chez Mademoiselle, in rue Charlemagne, a prendere un caffè. È un ristorante accogliente, con una bella terrazza. L’anno scorso, avevo l’abitudine di andarci quasi tutti i giorni e hanno cominciato a chiamarmi “la petite” e a prepararmi un caffè già quando mi vedevano arrivare. Sono le gioie infinitesimali dell’essere straniero in una città e trovare un angolo di casa in un bar sconosciuto.

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Poco distante inizia il Village Saint-Paul, una serie di cortili collegati fra loro, dove si affacciano ristoranti, gallerie, mostre temporanee, negozietti di chincaglierie e antiquariato. Svoltando verso rue Saint-Paul, tornano le decorazioni improbabili, il Museo della Magia, l’Hotel della Settima Arte, con ninnoli e souvenir dal mondo del cinema, ristoranti di sushi e il famoso Thanksgiving, storico punto vendita americano, dove trovare cheesecake fatte in casa, cheddar, tutto l’occorrente per preparare i veri hot-dog e hamburger, bourbon e whiskey dalla California, tortilla di mais, birre americane e ovviamente tacchini e ingredienti del ripieno, il tradizionale “turkey stuffing”, per il Giorno del Ringraziamento. Tornando indietro, si passa per rue de Fourcy, dove troneggia la Maison Européenne de la Photographie, gigantesca istituzione della fotografia, che ha accolto le mostre, fra gli altri, di Lynch e Salgado. Poco lontano, un porticato con le vetrine di un negozio di biancheria intima è il rifugio di tre, quattro clochard, che ormai non chiedono neanche più l’elemosina. Prendendo invece rue de Jouy, ci s’imbatte in una delle librerie indipendenti più autorevoli di Parigi, gestita da madame Michèle Ignazi.

Il mio negozio è un po’ come il resto del quartiere: il trionfo del superfluo. Vendiamo guanti per le mezze stagioni, piccoli e costosissimi magneti da frigo, radioline che si caricano a manovella, portamonete in pelle d’anguilla, occhiali senza correzione, mini-cannoni usa e getta per esplosioni di coriandoli, timer per misurare il tempo d’infusione di tè e tisane, spugne da cucina ecologiche e biodegradabili. Si entra raramente trafelati, alla ricerca di un bene di prima necessità, ad eccezione degli sventurati turisti colpiti da un acquazzone che si affacciano chiedendo disperatamente un ombrello e se ne vanno moggi rifiutando la mia proposta di acquistare un ombrellino di design a 45 euro, l’unico che abbiamo.

Mi piace restarmene dietro il bancone e osservare chi si aggira tra gli scaffali, entrare per un attimo in collisione con altre esistenze. L’anno scorso, per ringraziarmi dei consigli nella scelta dei regali, un ragazzo è tornato a regalarmi un cd di Bruce Springsteen (!) e una lettera in italiano, visibilmente tradotta con Google, con annesso numero di telefono, dove mi scriveva che a Napoli, la statua del Cristo gli aveva promesso di inviare sulla sua strada una piacente donna italiana, che sarei io. Una signora della Carolina del Sud mi ha raccontato di una traversata in auto lungo tutta la Puglia a fotografare i siti archeologici, con suo marito, storico dell’arte medievale. Pochi giorni fa, entra precipitoso un signore. Mocassini di pelle, jeans leggermente cadenti tenuti su da un cinturone nero, una t-shirt viola attillata infilata dentro i pantaloni, un lungo cappotto grigio e una shopping bag bianca di tela. Aveva occhi vispi nascosti dietro un paio di occhiali evidenti dalla montatura nera pesante, pochi capelli e un accento straniero che me lo ha reso immediatamente simpatico. “Bonjour madame”, ha esordito, “avete cartoline per condoglianze?”. Ho fatto un veloce inventario in testa: noi abbiamo carte di compleanno psichedeliche, cartoline d’auguri in legno, cartoline di Parigi panoramiche, cartoline di Parigi acquerellate, cartoline con disegni giapponesi, nient’altro. “Ho fatto il giro di tutto il quartiere, ma non sono riuscito a trovarle. Sembra quasi che, da queste parti, morire sia proibito”.

Images: © Olimpia Zagnoli © Emiliano Ponzi

Soundtrack: Molly Nilsson, opera omnia

Paris, rue d’Avron

La rue d’Avron è un lungo viale del 20simo arrondissement di Parigi. Io ci passo almeno due volte al giorno e la conosco ormai fin troppo bene. Saranno quattro anni che la attraverso, in una direzione e nell’altra. Di fretta, oppure piano guardandomi intorno. Con l’emozione di un trasloco e di una nuova vita, ferma lì ad aspettare, o con l’amarezza di una partenza improvvisa e di un’esistenza tutta da ricominciare, con l’impazienza di suonare un campanello o con il desiderio di correre fino a ritrovarmi al sicuro, dall’altra parte della città.

Ieri, facendo qualche ricerca per un reportage, ho letto che quello della stazione di Avron è uno degli ingressi considerati monumento storico della metro di Parigi, per il raffinato stile Art Nouveau, per le forme morbide degli steli in metallo, una struttura voluttuosa, color verde scuro, che sorregge la scritta, anch’essa verde su fondo giallo, ormai familiare a ogni cittadino di Parigi, un’ancora di salvezza quando ci si sente perduti nel groviglio di strade e che appare come un faro nella grisaille della città: “métropolitain”.

Il percorso dalla fermata di Avron a casa potrei farlo a occhi chiusi. Conosco tutto di questo quartiere e a ogni crocevia si accendono epifanie, qui le strade sono vecchie conoscenze, dove vengono a salutarmi le immagini di una volta, ologrammi di me che se ne andavano girovagando nel 20simo arrondissement qualche anno fa. Questa sera, mezzanotte è già passata e io torno a casa, con le altre ombre nella strada, in procinto di rientrare, passi svelti, un po’ di solitudine in tasca, insieme agli spiccioli e al biglietto del metrò.

Imbocco la rue d’Avron e vado dritta verso casa. La prima insegna che incontro è quella dell’Usine de Charonne, all’incrocio con il Boulevard de Charonne, popolare caffè del quartiere, atmosfera da archeologia industriale e terrazza sempre gremita. Continuo a camminare e ritrovo la panchina di un hotel, dove ci sono ancora io seduta, infreddolita, in una sera di gennaio di qualche anno fa, con un caleidoscopio nascosto in un pacchetto regalo. Svoltando a destra, si raggiunge Nation, la grande place des Antilles, le fumetterie, i viali alberati.

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Vado più avanti e c’è il ristorante di sushi, la boulangerie, qualche negozietto etnico e poi il bivio della rue Planchat. Continuo a camminare e ci sono altri ristorantini, il discount e poi l’incrocio della rue de Buzenval, con la stazione della metropolitana che si affaccia ad angolo sulla strada, il chiosco dei giornali e le biciclette. Da qui girando a destra si raggiunge il Père Populaire, caffè aperto tutta la giornata, rifugio ideale per fare colazione con baguette e marmellata la mattina, studiare o leggere durante il pomeriggio, fermarsi per un bicchiere in tarda serata. Sono almeno quattro anni che non ci metto piede, eppure è tra i miei locali preferiti di Parigi, quello che consiglio alle amiche e dove mi riprometto di tornare da mesi. Mi piaceva sedermi in fondo al corridoio e, nelle giornate vuote, senza tanta gente intorno, mettermi a suonare il pianoforte.

Imboccando la strada a sinistra, si finisce in rue des Haies, con la biblioteca dedicata a Louise Michel e i bagni pubblici, struttura tra le più antiche di Parigi, dove vengono a rinfrancarsi con una doccia gratuita i poveri, vecchi e nuovi, del quartiere. Continuando dritto, invece, si segue la rue d’Avron: in strada non c’è nessuno, solo i taxi che aspettano chi abbia voglia di tornare a casa, dall’altra parte della città, i kebab che sbadigliano, le sedie dei bar già sull’attenti sui tavolini per la giornata di domani, la luce arancionata dei lampioni.

Io giro a sinistra per rue de la Réunion, qui tutto è rimasto uguale, la lavanderia, le pizzerie improbabili, la fauna umana al bancone de “Au couscous royal”, un posto a metà tra una sala giochi di provincia e un caffè tunisino per soli uomini. La clientela dopo mezzanotte, e molto probabilmente anche prima, è tutta al maschile. Risalgo la strada, ci sono sempre il supermercato biologico, il bar tabacchi “L’Imprévu”, sulla sinistra e, sulla destra, al numero 30, una delle mie vecchie case, secondo piano, porta rossa, un letto a soppalco e tanti progetti.

Una rapida occhiata e continuo per la rue des Haies. Da qui la strada è ancora lunga e assomiglia un po’ alle mie giornate. Per arrivare, bisogna camminare, sempre dritto, passare sotto un ponte, imboccare la strada giusta a tre incroci e, in ultimo, raccogliere fiato per sei piani di scale. In fondo, in alto, c’è casa mia. E, sul marciapiede, ci sono io che cammino, e non so se ho voglia di andare avanti o tornare indietro.

 

Soundtrack: Yann Tiersen, Dernière

Image: © Thomas Campi

Ad occhi chiusi

Questa è la storia di un libro trovato per caso sulla bancarella di una casa editrice al Salone del Libro di Parigi lo scorso anno. O forse la storia di un articolo tenuto in cantiere per tanto, troppo tempo ma non abbastanza da essermi sfuggito. Oppure è la storia di una risoluzione che stenta ad affermarsi ma c’è, chiara, nitida, mi scivola davanti agli occhi e io non riesco ad afferrarla, almeno per ora. Parole venute fuori qualche mese fa, dal desiderio impellente di volatilizzarmi per ricompormi altrove, lontano, parole di cui avrei voluto sbarazzarmi subito, ma che, per qualche motivo, sono ancora attuali, probabilmente lo saranno sempre. Di certo, è la storia di un anno che si chiude qui, con una porta in faccia alla manovalanza gratuita e, forse, anche a chi mi perseguita con la ricetta magica per migliorare la mia vita.

 

Si intitola Les yeux fermés, les yeux ouverts, letteralmente “Gli occhi chiusi, gli occhi aperti”, tra i gioielli della casa editrice indipendente Chemin de Fer, piccola iniziativa editoriale nata nel 2005 in Borgogna, con il proposito di ristabilire un ponte tra immagine e parola. Questa è una storia scritta su, o forse è meglio dire con, Francesca Woodman. A firmarla è Virginie Gautier, autrice francese, classe 1969, che insegna arti plastiche, fotografa, dipinge, scolpisce. E scrive. Le foto sono tutte della Woodman e compaiono quasi a intermittenza, si accendono e si spengono, lungo le poche pagine.

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Tutti penseranno di avermi inventata”, scrive Francesca, o forse è Virginie a parlare. La prima e la terza persona si avvicendano senza preavviso, le stanze, le autostrade scorrono come dietro il finestrino di un treno, l’orizzonte a volte profuma di bosco, altre volte semplicemente di oggetti vissuti, di quell’odore acuto, immediatamente riconoscibile, che hanno le case quando non sono le proprie.

“Prendere distanza, un piede dopo l’altro. Avere, come solo orizzonte, questa ripetizione”. Farsi fluido, illudere i confini del corpo. Virginie, o Francesca, scivola da una stanza all’altra, tra l’ombra e la luce, persa nel chiaroscuro di giornate liquide. “Gli interni, alla fine, si assomigliano tutti”. Le parole sono centellinate, “a volte si esauriscono”, inevitabilmente, “coltivo meglio un muro di silenzio che un giardino intorno a me. All’inizio, sicuramente, ci saranno stati dei ricordi, una durata. Adesso, so che niente si può conservare. Ci si risveglia un mattino e ci si rende conto che, da un giorno all’altro, tutto è sparito. Niente è più riconoscibile”. E non è più necessario essere gli stessi.

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La fuga è un motivo costante, come un memento che s’intrufola nel quotidiano. Il movimento, la partenza, l’atto di camminare, di andare, di disintegrarsi e riassemblarsi altrove. “A forza di aggiungere paesaggi nuovi, ci si dimentica di altri, li si trasforma, si dona loro un’impronta diversa”. Passare da un altrove all’altro, senza più farci caso, perdere l’abitudine alla permanenza, alla vita stessa, essere incapaci di restare e di partire. “Mi applico perché in ogni gesto ci sia attenzione. Come per avvicinarmi a quello che è impossibile ottenere. Perché è diventato troppo difficile restare, trovare in sé la persona adeguata”.

I passi sono quelli di un esilio volontario, di un addio alle città. Il decoro diventa indifferente, l’orizzonte sempre uguale, dormire da soli o in compagnia non provoca sconvolgimenti di sorta. L’incapacità di conservare una condizione di immobilità. Prendere la forma della fuga, della dissolvenza, correre il rischio di sparire, o di vivere, senza chiedere poi così tanto all’esistenza.

“Prendere quello che c’è, senza pensarci troppo […], convincere il corpo a ripartire. Ritrovare quella parte sicura e impaziente, nascosta in fondo a se stessi”.

 

Soundtrack: The Dresden Dolls, Bad Habit

Images © Francesca Woodman

Una giornata al mare

Se la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, quella per il paradiso è lastricata di spazzatura e prevendite per il Rio Bo. Almeno a Gallipoli, precisamente sul tratto del litorale che porta alla Baia Verde, un pezzo di costa che fino a qualche anno fa era sinonimo di fondali trasparenti e cristallini, e da un po’ di tempo a questa parte è diventato il regno della movida più kitch, quella del Mojito annacquato con i piedi a mollo nello Ionio, della musica house da somministrare a tardo-adolescenti intontiti già alle 3 del pomeriggio, delle vagonate di testosterone spalmate di olio e slip bianchi attillati. E delle montagne di rifiuti che affollano le spiagge, e non solo la mattina presto (per prevenire le obiezioni di quelli che “le foto della spazzatura le fanno quando ancora non sono passati gli operatori”).

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Questa è la strada che dal villaggio porta al mare, se mare si può chiamare quella striscia di sabbia ogni anno più angusta che gli stabilimenti balneari concedono ai comuni mortali. Insieme alle bottiglie di birra, ci sono le prevendite per i vicini templi del divertimento, le riduzioni per il Rio Bo o per la Praja, le pubblicità dell’ultimo divo tv che ci fa l’onore di scendere nel Salento. Tonnellate di carta che finisce anche in mare. Locandine e manifesti per le discoteche, ma anche per i parcheggi e per le navette, tutto in mano ai soliti noti, che a ogni estate si ritagliano una porzione in più. 

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Per non fare il verso agli articoli di Vice dove, al di là dell’atteggiamento scafato, c’è parecchia verità, mi limiterò a pochi dettagli: come i sacchi di spazzatura nelle campagne, le bottiglie di birra buttate dal finestrino della macchina nei boschi, l’indolenza e il fatalismo del “tanto ad agosto è sempre così, poi quando se ne vanno i turisti…”, l’affitto selvaggio di ogni buco libero nel centro di Gallipoli e Otranto, i prezzi alle stelle di un lettino, un succo di frutta che arriva a costare 8 euro, l’accoglienza proverbiale che invece è solo un tentativo disperato di spremere quanto più possibile “perché se non guadagniamo ora che è estate, quando facciamo soldi?”, la grande illusione del turismo e della destagionalizzazione.

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E questo non solo a Gallipoli. Anche a Portoselvaggio, area protetta e parco naturale, ci sono bicchieri di plastica in riva al mare, il sentiero che porta all’insenatura è ricoperto di mozziconi di sigaretta e non mancano mai i soliti cretini che scavano la roccia calcarea della scogliera e se la spalmano sulla faccia e sulle natiche perché “dice che fa bene” e, ahimè, nessuno aveva un accento del Nord. E, per restare sullo Ionio, poco più in là, la spiaggia libera non esiste quasi più e, dove non ci sono gli ombrelloni dello stabilimento balneare, regnano bottiglie e spazzatura.

Forse non ci meritiamo nulla. Non ci meritiamo la ricchezza del turismo, la curiosità dei viaggiatori, l’apertura di nuovi orizzonti. Stiamo bene così, ci sentiamo dritti di natura e, alla fine, se ci hanno regalato il mare, pensiamo di avere il diritto di farne quello che vogliamo. O forse sono solo io a prendermela sul personale quando scorgo l’ennesima sigaretta in acqua e il mio è solo lo sfogo di un’estate particolarmente nevrotica e di pochissime ore passate all’aria aperta, dove c’è anche un po’ di nostalgia per i lunghi cinque mesi di bella stagione di una volta, mai congestionati dal traffico, della Baia Verde che conoscevano in pochi, di Portoselvaggio, il tesoro nascosto alla fine di un viale di pini d’Aleppo. Alla fine, sono in tanti a non pensarla come me. E tra questi, alcuni hanno anche una certa autorevolezza. Il National Geographic e la Lonely Planet hanno accolto la Puglia nell’Olimpo delle destinazioni migliori al mondo e nei viaggi da consigliare per il 2014. Saranno sicuramente venuti a settembre, quando i turisti non ci sono più. 

 

 

 

 

 

Couchsurfing: istruzioni per l’uso

Nel 1999, Casey Fenton, studente universitario di Boston, in procinto di partire per l’Islanda manda una mail ai 1500 universitari della capitale islandese per chiedere ospitalità. Fenton ha bisogno sì di risparmiare qualche soldo, ma vuole soprattutto mescolarsi ai suoi coetanei di Reykjavík, guardarli da vicino, vivere come loro. Sono in 50 a rispondere e a proporre una soluzione: alla fine Fenton trova un divano dove dormire e, alla fine del viaggio, una risposta all’esigenza di autenticità avvertita dai tanti viaggiatori che nel terzo millennio non sono più soddisfatti dal semplice week-end in ostello a tariffe low-cost. Era ufficialmente nato il couchsurfing. “In viaggio sul sofà” (Morellini Editore) è la prima guida non ufficiale al couchsurfing, ideata e scritta da Elena Refraschini e Davide Moroni. I due raccontano, attraverso esperienze dirette e ironia, il bello di bussare a una porta e incrociare la vita di un altro viaggiatore, anche grazie alle parole di chi ha sperimentato sulla propria pelle cosa vuol dire dormire sul divano di uno sconosciuto e a volte anche farselo amico.

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OCCHIO AL LERCIO E ALLO SCROCCONE. La prima parte della guida è ricca di consigli pratici, dalla compilazione del profilo al primo approccio con i membri della community, e approfondisce ogni dettaglio sulla convivenza, cosa fare e cosa evitare, come esser un buon host e un buon guest, e come partecipare agli eventi organizzati dai couchsurfer nella propria città. Dritte semplici, ma utili: come comportarsi se si viaggia con bambini, come riconoscere chi ha scambiato couchsurfing per un sito d’incontri, come mandare la prima richiesta di ospitalità. La seconda parte della guida è, invece, dedicata ai cosiddetti “incontri fuori dal normale”, vale a dire cosa succede e come reagire quando ci accorgiamo di non essere atterrati a casa della persona giusta o quando abbiamo aperto le porte a una persona diversa da quella che ci aspettavamo, con l’analisi di cinque ospitanti “tipo” e di cinque profili di guest che un couchsurfer non vorrebbe mai incontrare sul suo cammino, dall’immancabile “lercio” all’ancor più comune “scroccone”…

 

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Video Killed the Radio Star: Italiani a Parigi

Poco meno di due mesi fa, Luciana Mella, di Radio Colonia, emittente italiana di base in Germania, mi ha telefonato per farmi qualche domanda sulla vita dei giovani italiani in Francia, precisamente a Parigi. Mi ha trovata nell’unica settimana francese della mia estate, trascorsa, per il resto, interamente in Italia, tra il Veneto e Lecce, anzi quel non-luogo alla periferia della città che è l’ospedale di Lecce (ma questa è un’altra storia).

Ero a casa, l’appartamento per due bipedi e due felini che abbiamo trovato a maggio e che lasceremo a novembre, stavo per finire un articolo e aspettavo la telefonata. Luciana mi ha chiesto qualche informazione generale, sulla routine di un’italiana a Parigi, le difficoltà principali nel trovare un tetto e un lavoro, le reti di solidarietà tra italiani all’estero, e l’intervista si è conclusa dopo pochi minuti. E io dopo pochi giorni sono partita per l’Italia, ritrovandomi faccia a faccia con tutto quello che avevo lasciato da parte, con un passato che avevo spensieratamente dimenticato e che mi è ripiombato addosso senza avvertire (ma anche questa è un’altra storia).

Ripensando alla telefonata con Luciana, avrei voluto parlarle di più di Parigi vista dagli occhi di chi, pur da straniero, è diventato ormai un locale, di come la città si stia inchinando al turismo, prendendo le forme di un gigantesco parco giochi per macchine fotografiche eccitate e gruppi di pensionati d’assalto. Di come paradossalmente, l’ultima volta che mi sono spinta nella Rive Gauche, nella vecchia Parigi che si srotola sulla Senna, con le sue strade tortuose, che vivono in silenzio, nascoste dal delirio di Notre-Dame, tutto mi sia sembrato più naturale, persino più vero, della miriade di enoteche, caffè e boutique sul Canale, che fanno a gara per sembrare di essere appena usciti da Brooklyn o Berlino. Avrei voluto dirle di come tutto si stia facendo troppo esclusivo, troppo unico, per poter essere anche divertente.

Ma non c’era molto tempo. E quindi, prima le cose serie, casa e lavoro, due parole in grado di far scendere i brividi lungo la schiena a ogni straniero a Parigi. Si è chiacchierato un po’ di casupole al sesto piano senza ascensore a 1600 euro al mese, di dossier simili a una candidatura per la NASA per poter supplicare i proprietari di lasciarti in affitto il loro monolocale di pochi metri quadri (mai a meno di 800 euro al mese), di visite per la casa simili a colloqui di lavoro…insomma tutta robaccia che i residenti nella Ville Lumière conoscono, ahimè, fin troppo bene.

E poi di lavoro, di come la maggior parte delle volte sia necessario fare un passo indietro, ripartire da uno stage, da un corso universitario per poter accedere al mondo professionale, e di come, tra i tanti italiani, anche over 30, sbarcati nella capitale, sia forte e contagiosa la voglia di rimettersi in gioco, di darsi un’altra possibilità, di ricominciare e trovare qualcosa di più affine ai propri studi e centri d’interesse, mettendosi alla pari con una popolazione di autoctoni che a 23 anni hanno già posizioni senior, si presentano come liberi professionisti già avviati e sanno già quello che vogliono dalla vita, senza il minimo tentennamento.

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waiting for you to come home © Witchoria

Mi sono interrogata a lungo su cosa volessi fare il prossimo anno, su quale città avrei scelto come sfondo e alla fine mi sono decisa a tornare a Parigi, promettendomi di lasciarla un po’ più spesso e di viaggiare più di frequente, rispetto allo scorso catastrofico anno, che mi ha distrutto nervi, corpo e spirito. Avevo detto a Luciana che, probabilmente, sarei tornata a Parigi dopo la parentesi estiva, ma all’epoca non ne ero ancora convinta. Oggi ho acquistato il volo di ritorno per la Francia e sono (quasi) sicura di volerci tornare, malgrado tutto, nonostante la fauna umana, gli affitti da capogiro, lo scontro quotidiano.

Torno, un po’ perché il ritorno a casa, da un po’ di anni, per me significa arrivare a Parigi-Beauvais, insieme ai meridionali che saltano la fila e che battono le mani al momento dell’atterraggio, un po’ perché sono ancora convinta che le cose e le persone che hanno lo stesso odore devono stare insieme, perché l’euforia è rarissima, ma quando c’è è assoluta, infinita, travolgente, perché inizio a soffrire di nostalgia anche per le strade più anonime e gli angoli più trascurati. E poi perché, in tempi in cui è necessario cambiare prospettiva, Parigi quest’anno mi ha offerto un punto di vista nuovo da cui guardare il mondo e io non vedo l’ora di cominciare.

Qui il link al servizio di Luciana.

Dedicato all’amico di famiglia che, durante una delle poche giornate di mare quest’estate, mi ha apostrofato così: “e tu a Parigi stai ancora? va bene dai, se ti vuoi divertire un altro po’ prima di sistemarti…”.

Soundtrack: All Ears, The Whitest Boy Alive

Credits photo © Witchoria

Nel Sudamerica nascosto

“Officina Bolívar” (Ediciclo Editore) è un viaggio che parte dal Nord di uno stato, l’Argentina, “che, in un continente che ha la parola Sud nel nome, pare proprio una contraddizione” e si muove tra due estremi, esplorando Argentina, Bolivia e Perù, lungo la Panamericana, l’arteria che attraversa tutto il continente. Mauro Daltin, classe 1976, originario di Gorizia, parte alla ricerca del suo “destino final” e risale l’America Latina, andando a ritroso nel tempo. Scava tra storie di immigrazione, lingue che mescolano i dialetti del Nord Italia a uno spagnolo incerto, siede a osterie friulane nel cuore dell’Argentina dimenticata. Attraversa saline, circhi, mercati cittadini, autobus infiniti. “[…] ho sempre voluto vedere le facce, gli occhi, di chi è in grado di giocare con la vita come una palla da calcio, e farla sparire e poi ricomparire, qualche metro più avanti o qualche anno più indietro”. Destinazione ultima: Cuzco, Perù.

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Il viaggio inizia a Buenos Aires, città di mare “che del mare non ha nulla”, forse solo il porto. Intrisa di terra fino allo spirito dei suoi abitanti, animo concreto, faccia scura e rugosa. Ai piedi dello stadio Bombonera, il ghigno sfrontato di El Loco è rimasto ancora negli occhi dei bimbi che giocano a pallone. La storia del Boca, dei genovesi di Buenos Aires, gli xeneises, i colori della Regina Sophia che si spalmarono sulle maglie dei giocatori, le risate degli italiani, teste fumanti e anarchiche, che proclamarono la Repubblica Libera de la Boca, il passato ritorna o forse non se n’era mai andato. Daltin chiede, bussa alle porte, cerca storie di vite al confine per raccontare l’Argentina di ieri, sogno italiano. La Boca, intanto, scompare, piegata alle esigenze del turismo. La cronaca di una morte annunciata di un quartiere, che tanto assomiglia ai destini di tutti gli altri quartieri simbolo delle metropoli, “qualcosa d’altro, tana di cani randagi e di marionette appese alle finestre”, con i “ballerini di tango a contendersi turisti, e pittori di strada che disegnano caricature o ricordi di tempi passati”.

“L’Argentina è come le macchine che vedi per le strade. Se si rompono le leghi con uno spago e vai avanti finché resistono”. A Colonia, gli italiani di quarta e quinta generazione oggi si mescolano all’ondata di emigrazione boliviana, che cerca lavoro in una terra dove sbarcare il lunario, almeno a prima vista, sembra più facile. A Puesto Viejo, il vuoto assedia una storia che è finita prima ancora di cominciare. Puesto Viejo è un posto abbandonato prima di essere abitato, dove i primi emigranti italiani cominciarono a tirare su edifici e abitazioni prima di decidere che non fosse poi il terreno adatto. Qui nelle vecchie osterie, c’è chi biascica ancora qualche parola in friulano, tra un bicchiere e l’altro di Fernet e Coca Cola, tra le bevande più comuni in quel remoto angolo di Argentina. “Qualcosa come il mate, para compartir”. Davanti al finestrino del bus scorrono binari abbandonati, lasciati dormire su canyon che si aprono anche per 4000 metri di profondità dove uomini e lama brulicano placidi. La Quiaca, estremo Nord dell’Argentina, al confine con la Bolivia, è una cittadina persa “come se qualcuno se la fosse giocata al tavolo verde”. L’orizzonte è lunare, aspro, i colori più accesi sono spalmati sulle gonne delle lavoratrici che ogni giorno scaricano i camion argentini e trasportano la merce in Bolivia, operazione necessaria per non pagare i pedaggi e le dogane.

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Montreuil: Silent University a Bamako-sur-Seine

A Montreuil piove. È una grigia mattinata di fine maggio e alle porte di Parigi inizia un lunedì come tutti gli altri. Montreuil, periferia a est della capitale, conta il 20% di stranieri su una popolazione di poco più di 100.000 abitanti.

L’altissima concentrazione di maliani le ha valso il soprannome di “Bamako-sur-Seine” tra gli autoctoni. Ci sono almeno 112 nazionalità diverse, tra cui almeno 31 paesi africani, e il 50% dei bambini è straniero. Un melting pot effervescente sostenuto da una rete associativa capillare che a Montreuil si occupa, in maniera più o meno efficace, d’integrazione, al quale si aggiunge un nuovo fenomeno demografico che, di recente, ha fatto di Montreuil una delle cittadine prese di mira dalle giovani coppie, stanche forse dei ritmi parigini, ma non così tanto da rinunciare alla metropolitana vicina, e sedotte dalla possibilità di affittare un appartamento di 60 metri quadri con giardino a una cifra, forse, inferiore ai 1000 euro. Montreuil, cittadina “bobo” e rifugio d’immigrati.

È in questo variegato tessuto sociale che ha messo radici la Silent University, una sorta di università parallela nata per favorire la circolazione e la messa in pratica del sapere e delle conoscenze, pensata per coinvolgere rifugiati e immigrati nella vita accademica e professionale del loro paese d’accoglienza, liberando gli invisibili contemporanei dalla rete vischiosa della burocrazia europea.

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Il progetto, nato nel 2012 a Londra presso la Tate Gallery, da un’idea dell’artista e attivista curdo Ahmet Öğüt, 33 anni, nasce dalla concezione del silenzio come forma di resistenza attiva, gesto di protesta e come condizione propedeutica all’ascolto. L’obiettivo è la creazione di una comunità di persone che abbiano voglia di condividere le proprie competenze con gli altri, attraverso una piattaforma autonoma on-line.

La modalità è semplice: ci s’iscrive indicando quali competenze si possiedono e quali possono essere condivise, si indica la quantità di ore da poter dedicare al progetto. Una volta registrati, è possibile proporre una serie di lezioni e tutti i corsi sono a disposizione, gratuitamente. Ogni docente elabora il corso nella lingua e nel formato che preferisce, abitualmente sotto forma di dispense e slide, con l’aggiunta di contributi video.

Per ora, è possibile seguire, tra gli altri, un corso sulla Storia della Letteratura curda, uno studio comparativo tra le leggi della Sharia e il sistema politico svedese, un corso pratico su come creare il proprio business personale, lezioni sulla calligrafia araba e una sessione sulle malattie sessualmente trasmissibili e la storia dell’HIV. Infine, ci sono i consulenti, avvocati, commercialisti o semplici cittadini, con un passato da immigrati illegali, ormai perfettamente inseriti nella comunità, che offrono a chi ancora arranca dritte e consigli.

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Dopo Londra, la Silent University ha aperto le porte a Stoccolma, presso la Tensta Konsthall, è in procinto d’apertura a Berlino e, dallo scorso ottobre, ha trovato casa a Parigi. “No, a Montreuil”, precisa Maya Mikelsone, 32 anni, di origine lettone, unica responsabile della Silent University francese. Una precisazione non da poco, visto che è la città di Montreuil a finanziare l’iniziativa per un anno e a permettere che il piccolo ufficio della Silent University sia accolto dal 116, un contenitore d’arte nuovo di zecca alle porte della città.

È al terzo piano di questo immenso centro d’arte contemporanea, ridipinto di bianco, che la Silent University ha aperto i battenti, accogliendo curiosi e visitatori in due stanzette, che odorano ancora di mobili nuovi e carta appena stampata. Sulla porta, il logo del progetto, uno scudo giallo e nero.

“Bisogna rivoltare il concetto di università dall’interno e presentarsi seriamente, a cominciare dal logo, volutamente istituzionale”, ha dichiarato Öğüt, “se ci presentassimo come un progetto troppo alternativo non saremmo neanche presi in considerazione”, l’idea è invece quella di fornire diplomi e attestati che abbiano la stessa validità delle istituzioni universitarie tradizionali. Come ha specificato Öğüt: “vogliamo creare una piattaforma che riattivi le competenze accademiche dei richiedenti asilo, ma è importante capire che la parte più importante del nostro processo è l’approccio iniziale a questo tipo di comunità, che, purtroppo, è fatta solo di ombre”.

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In ogni città, il progetto prende una forma diversa: “è inevitabile”, spiega Maya, “ogni stato prevede leggi diverse in materia di immigrazione e la popolazione è differente”. Ma l’intenzione resta la stessa. Dare voce a chi non ne ha. È per questo motivo che nel 2013 la Silent University ha vinto i Visible Awards, un riconoscimento che premia i progetti artistici impegnati nel sociale in grado di ripensare le città e gli spazi urbani.

Fulcro del progetto è, infatti, la riflessione sul concetto di visibilità e invisibilità, dell’immigrato percepito come risorsa o come problema o, semplicemente, come essere umano. “Penso ai moduli da completare per la registrazione degli immigrati”, chiarisce Maya, “la loro professione, i loro studi, non sono richiesti”. Eppure, nella maggior parte dei casi, si tratta di rifugiati costretti a venire in Europa, che vorrebbero tornare indietro o almeno fare quello per cui hanno studiato e in cui hanno investito.

Il paradosso, sebbene prevedibile, è che questo progetto, nato per immigrati e rifugiati, abbia attirato l’attenzione di intellettuali e artisti, almeno in quel di Parigi. In Francia, infatti, ci si ritrova con un’abbondanza di consulenti ma pochi conferenzieri: “ci rivolgiamo a persone in difficoltà e dovrebbero essere loro gli attori principali, invece sono contattata da tutt’altro tipo di persone”, spiega Maya.

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In Francia, la Silent University ha assunto contorni artistici, troppo idealisti forse, studiosi e professionisti dello spettacolo sono attratti dal progetto, dall’idea dell’impegno sociale, dalla possibilità di un’ulteriore vetrina o, più banalmente, dal pensiero di sentirsi utili e di mettere il proprio pensiero a disposizione della collettività, ma sembrano perdere di vista lo scopo principale, cioè quello di coinvolgere gli immigrati. “Credo che molti di loro abbiano problemi con i documenti e non vogliano mettere i propri dati on-line”, continua Maya.

E qui, forse, s’intuisce quella che è un po’ la falla di questo progetto, nobile nelle intenzioni, forse ancora troppo poco rodato. I luoghi, gli spazi, sembrano non corrispondere alla filosofia: internet, purtroppo ancora non accessibile a tutti, ma soprattutto i grandi centri d’arte, dalla Tate Gallery al 116, dove difficilmente si vedrà entrare un rifugiato. Così a Montreuil, città che conta una delle più alte concentrazioni di stranieri e immigrati nella periferia vicina alla capitale, non si trovano persone da aiutare.

Forse basterebbe anche solo fare un salto nella biblioteca comunale, enorme e attivissima, che da tempo organizza corsi di francese anonimi. Un banchetto della Silent University, all’entrata, sarebbe forse più utile di questo ufficetto patinato nascosto al terzo piano di un centro d’arte. Il progetto nasce effettivamente per muoversi da solo, indipendente, on-line, ma, tenendo conto dell’altissimo potenziale, lo si vorrebbe magari un po’ più concreto, con meno fili e piattaforme, più radicato nella realtà locale.

Probabilmente, alla fine del mandato di un anno, la Silent University cambierà posto, si parla del Centre Pompidou. Forse si dissolverà nella rete o diventerà, idealmente, itinerante, senza un vero ufficio. Senza fissa dimora e magari più vicino allo stile di vita dei suoi studenti.

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero.