Nel Sudamerica nascosto

“Officina Bolívar” (Ediciclo Editore) è un viaggio che parte dal Nord di uno stato, l’Argentina, “che, in un continente che ha la parola Sud nel nome, pare proprio una contraddizione” e si muove tra due estremi, esplorando Argentina, Bolivia e Perù, lungo la Panamericana, l’arteria che attraversa tutto il continente. Mauro Daltin, classe 1976, originario di Gorizia, parte alla ricerca del suo “destino final” e risale l’America Latina, andando a ritroso nel tempo. Scava tra storie di immigrazione, lingue che mescolano i dialetti del Nord Italia a uno spagnolo incerto, siede a osterie friulane nel cuore dell’Argentina dimenticata. Attraversa saline, circhi, mercati cittadini, autobus infiniti. “[…] ho sempre voluto vedere le facce, gli occhi, di chi è in grado di giocare con la vita come una palla da calcio, e farla sparire e poi ricomparire, qualche metro più avanti o qualche anno più indietro”. Destinazione ultima: Cuzco, Perù.

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Il viaggio inizia a Buenos Aires, città di mare “che del mare non ha nulla”, forse solo il porto. Intrisa di terra fino allo spirito dei suoi abitanti, animo concreto, faccia scura e rugosa. Ai piedi dello stadio Bombonera, il ghigno sfrontato di El Loco è rimasto ancora negli occhi dei bimbi che giocano a pallone. La storia del Boca, dei genovesi di Buenos Aires, gli xeneises, i colori della Regina Sophia che si spalmarono sulle maglie dei giocatori, le risate degli italiani, teste fumanti e anarchiche, che proclamarono la Repubblica Libera de la Boca, il passato ritorna o forse non se n’era mai andato. Daltin chiede, bussa alle porte, cerca storie di vite al confine per raccontare l’Argentina di ieri, sogno italiano. La Boca, intanto, scompare, piegata alle esigenze del turismo. La cronaca di una morte annunciata di un quartiere, che tanto assomiglia ai destini di tutti gli altri quartieri simbolo delle metropoli, “qualcosa d’altro, tana di cani randagi e di marionette appese alle finestre”, con i “ballerini di tango a contendersi turisti, e pittori di strada che disegnano caricature o ricordi di tempi passati”.

“L’Argentina è come le macchine che vedi per le strade. Se si rompono le leghi con uno spago e vai avanti finché resistono”. A Colonia, gli italiani di quarta e quinta generazione oggi si mescolano all’ondata di emigrazione boliviana, che cerca lavoro in una terra dove sbarcare il lunario, almeno a prima vista, sembra più facile. A Puesto Viejo, il vuoto assedia una storia che è finita prima ancora di cominciare. Puesto Viejo è un posto abbandonato prima di essere abitato, dove i primi emigranti italiani cominciarono a tirare su edifici e abitazioni prima di decidere che non fosse poi il terreno adatto. Qui nelle vecchie osterie, c’è chi biascica ancora qualche parola in friulano, tra un bicchiere e l’altro di Fernet e Coca Cola, tra le bevande più comuni in quel remoto angolo di Argentina. “Qualcosa come il mate, para compartir”. Davanti al finestrino del bus scorrono binari abbandonati, lasciati dormire su canyon che si aprono anche per 4000 metri di profondità dove uomini e lama brulicano placidi. La Quiaca, estremo Nord dell’Argentina, al confine con la Bolivia, è una cittadina persa “come se qualcuno se la fosse giocata al tavolo verde”. L’orizzonte è lunare, aspro, i colori più accesi sono spalmati sulle gonne delle lavoratrici che ogni giorno scaricano i camion argentini e trasportano la merce in Bolivia, operazione necessaria per non pagare i pedaggi e le dogane.

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