Parigi osa: Hidalgo la socialista vince la capitale

Orchestra, fiumi di champagne e la cornice maestosa dell’Hôtel de Ville. Per Anne Hidalgo, nuovo sindaco di Parigi, il primo strappo alla regola di una campagna all’insegna della moderazione e del rigore è la celebrazione della sua vittoria nel cuore della città, in quello che sarà il suo quartier generale per almeno altri 6 anni. Da ieri sera, Hidalgo è il primo sindaco donna della capitale francese. Origini spagnole, 54 anni, alle spalle una lunga militanza accanto al sindaco uscente e un passato da ispettrice del lavoro, la candidata socialista risolleva le sorti della sinistra, che fallisce miseramente nel resto della Francia, perdendo 155 comuni e offrendone 13 al Front National. Hidalgo, oltre a portarsi a casa il 54,5% dei voti, vale a dire 9 punti in più rispetto alla sua rivale, vince anche nei distretti chiave di Parigi, il 12esimo e il 14esimo (dove la candidata socialista Carine Petit ha battuto Nathalie Kosciusco-Morizet in persona). Una vittoria che, se non per il numero di voti, resta comunque significativa davanti alla sconfitta socialista e al disastro di Hollande.

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Seconda sul podio, dopo aver assaporato il brivido della vittoria domenica scorsa, Nathalie Kosciusco-Morizet è costretta a ricominciare quindi non da zero, ma almeno da due, salvando, tra quelli più importanti, il nono distretto, con la candidata Delphine Bürkli, e, suo malgrado, il quinto, con la vittoria di Dominique Tiberi, figlio dell’ex-sindaco Jean, candidato dissidente dell’Ump, uno di quelli che a Nkm non andava tanto a genio. Kosciusco-Morizet resta, tuttavia, la candidata più mediatizzata di Francia, con 5 biografie all’attivo redatte durante i mesi della sua campagna e, per lei, c’è chi parla di vittoria, “malgrado tutto”. La candidata UMP è, infatti, riuscita nell’obiettivo principale: farsi un nome, avvicinarsi al tavolo dei grandi della destra e sedervisi senza alcun timore reverenziale. Purtroppo, c’è chi è convinto, soprattutto tra i suoi militanti, che sia stata la vicinanza ai sempiterni baroni della destra ad affossare Nkm. Come a dire, gli elettori non vogliono Hollande, ma di certo non vogliono indietro Sarkozy.

Una sconfitta, quella della candidata Ump, forse, resa ancora più amara dalla virata generale a destra, o estrema destra, di tutta la Francia. Tolosa, Pau, Reims, Saint-Etienne, Limoges, Quimper sono solo alcune delle città che passano alla destra, da Ajaccio a Caen più di metà della Francia cambia bandiera e dà inizio a un nuovo corso. Su tutto il territorio nazionale, l’UMP ha totalizzato il 45,91% dei voti, mentre i socialisti si fermano a un risicato 40,57% e il Front National si ringalluzzisce del suo 6,84%e delle sue città, alcune conquistate già al primo turno, tra cui Béziers, Beaucaire e Fréjus. Nathalie Kosciusko-Morizet perde Parigi ma guadagna un’ampia fetta di elettorato, portandosi a casa non la fascia da sindaco ma una fiducia da cui poter ripartire. Come dichiara ai microfoni della stampa, senza nascondere un’innegabile amarezza, “un movimento si è creato e si annunciano altre battaglie, per la Francia, per Parigi”. E, sebbene Nkm punti ormai all’Eliseo, potrebbe rifarsi con un match di ritorno per la presidenza del cosiddetto “Grand Paris”, vale a dire la capitale e le sue numerose banlieue, tra le quali, da Yvelines a Seine Saint-Denis, non poche sono passate a destra.

Pascale Nivelle, giornalista politica di Libération, non acclama alcun cambiamento. “La novità per Parigi è un primo sindaco donna e socialista”, conferma, “ma l’elettorato della capitale resta eccezionalmente stabile da circa 12 anni, blu a ovest, rosa a est, (il blu è il colore della destra, il rosa della sinistra, ndr), uno scenario che sarà difficile da sradicare per la destra, anche in futuro”, al quale si aggiunge un tasso di partecipazione decisamente poco incoraggiante, che si attesta intorno al58%. Niente di nuovo quindi per la capitale, dove anche il consiglio municipale conserva quasi le stesse percentuali, con 91 consiglieri a sinistra e 71 a destra, ma si presenta più verde, con 16 consiglieri ecologisti contro i 9 del consiglio uscente, e un po’ più rosso, con 13 consiglieri comunisti.

All’Eliseo, intanto la vergogna è cocente. Il nome di Hollande, sulla stampa internazionale e nelle dichiarazioni dei politici, a destra e a sinistra, è ormai sinonimo di disastro e, all’indomani di quello che per molti era soprattutto un referendum per Hollande, il governo annuncia le dimissioni.

Nell’attesa, la sinistra francese riparte da Hidalgo e dalla sua “Paris qui ose”. Da domani, i 163 nuovi consiglieri comunali di Parigi seguiranno il consueto iter di accoglienza. Un vero e proprio cammino iniziatico che passa dalla biblioteca dell’Hôtel de Ville, dove verrà loro consegnato un dossier con le informazioni necessarie, alla Buvette, per sorseggiare il loro primo caffè da consiglieri fino alla consegna di saccoccia e sciarpa cittadine. L’elezione ufficiale del nuovo sindaco si terrà sabato 5 aprile. Poi, tutti gli occhi saranno puntati su Anne, impazienti di sapere se Parigi sarà finalmente in grado di osare, al di là di piste ciclabili, lungofiume e fontanelle d’acqua gassata.

 

Qui l’articolo pubblicato sulla pagina di FQParigi, blog de Il Fatto Quotidiano.

Parigi: testa a testa senza passione tra UMP e socialisti

Faceva freddo ieri lungo il Boulevard Henri IV. Il quartier generale di “Oser Paris”, la lista di Anne Hidalgo, candidata socialista alle municipali di Parigi, invaso dai giornalisti, raggelati, e da un manipolo di militanti, cercava di salvare le apparenze e trovare qualcosa da dire alla stampa, dopo i primi positivi, ma illusori, auspici. Lei, l’andalusa, come la chiamano a Parigi, si è fatta vedere solo intorno alle 22, a scrutini ormai conclusi, con un discorso di circa 3 minuti.

Mentre dall’altra parte della città la sua rivale si rallegrava “dell’insurrezione democratica dei parigini”, Hidalgo si limitava a ringraziare tutti colori che si erano mobilitati, ben pochi a dir la verità visti i tassi di partecipazione in tutto il paese (l’astensione si attesta intorno al 38%, superando il record del 2008 del 33,4%), e ricordava a sostenitori e detrattori che le elezioni, si sa, si vincono su due turni e c’è ancora una settimana per recuperare terreno. Nessuna considerazione riguardo ai risultati su scala nazionale, alla minacciosa avanzata del Front National. “Sappiamo che il contesto nazionale non è facile”, questo il senso della litote per Hidalgo, e per i socialisti tutti che si mostrano, almeno in apparenza, sicuri, perché “dopo il successo strepitoso del 2008”, dicono, “ci aspettavamo di perdere qualche città”.

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Eppure, a inizio serata, la sconfitta non era all’orizzonte. Le prime voci davano Hidalgo vittoriosa con il 38% dei voti, contro il 35% della rivale dell’Ump Nathalie Kosciusko-Morizet. Ma i sorrisi hanno fatto presto a diventare smorfie, soprattutto alla notizia che nel 15esimo distretto, dove Hidalgo si era presentata personalmente, il candidato Ump annunciava già una riuscita insindacabile, con il 48,9% dei voti.

L’atmosfera era diversa al cafè Delaville, bar chic lungo i Grands Boulevards, a due passi dal quartier generale di Nathalie Kosciusko-Morizet, in rue de la Lune, affittato per metà dai militanti Ump, per seguire insieme lo scrutinio del primo turno. Si canta vittoria, un po’ troppo facilmente, considerata la sconfitta schiacciante in due distretti chiave di Parigi, il 12simo e il 14simo. Ma Nkm non se la prende, sceglie ancora una volta la metropolitana (con agenti di scorta e telecamere al seguito,cela va sans dire) per raggiungere il suo quartier generale e ringraziare i parigini. La stampa, tuttavia, non ci casca, e Hidalgo non ha tutti i torti nel riporre le sue speranze nel secondo turno. Il recupero dei voti degli ecologisti potrebbe apportare ai socialisti quei pochi punti in più necessari per ribaltare la situazione.

Un dato che non si presta a numerose interpretazioni è, invece, il tasso di astensione dei parigini. La campagna tutta al femminile per la corsa alle municipali non sembra, infatti, aver entusiasmato la città. “Si gioca a colpi di foto sui social network”, hanno denunciato i giornalisti locali, “ma non c’è nulla di rivoluzionario nei programmi”. Così è stato, infatti, soprattutto per la candidata Ump. Passerà alla storia il suo celebre tweet sul “momento di grazia” nella metro, e la conseguente reazione su twitter degli internauti. Non è stata da meno la pausa sigaretta con i senzatetto, il cui effetto sperato di arrivare a toccare il cuore più povero di Parigi è miseramente fallito, quando, sempre sui social network, occhi impietosi hanno riconosciuto la borsa di 2000 euro della candidata in questione, la quale, per la cronaca, ignora anche il prezzo di un biglietto della metropolitana.

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Anche aguzzando la vista, sono poche le differenze tra i programmi delle due candidate, entrambi ancorati si problemi cruciali della capitale francese: alloggio, economia in letargo, inquinamento e trasporti. “La sicurezza della città è tra le mie priorità”, puntualizza la candidata Ump, che intende potenziare il sistema di polizia e telecamere, per le strade e nei trasporti, “insieme all’economia”, con incentivi per le start-up e il proposito di diminuire la pressione fiscale. Kosciusko-Morizet annuncia inoltre una rivoluzione degli orari parigini, con biblioteche e asili nido aperti fino a tardi e la metropolitana attiva tutta la notte nel fine-settimana. Sembra puntare sul problema alloggio Hidalgo, con la promessa del 30% di alloggi sociali in più per il 2030 e la riconversione di 200.000 metri quadri di uffici vuoti in abitazioni. Segue il proposito di non aumentare le tasse e l’obiettivo di difendere il patrimonio culturale.

La chic Nkm e la pasionaria Hidalgo non sono riuscite, tuttavia, a infiammare gli animi parigini, almeno per ora. Del programma socialista, dal titolo eloquente “Paris qui ose”, circa 200 pagine in pdf, un lungo elenco di obiettivi e risoluzioni per la sua Parigi 2014-2020, illeggibile anche per i più interessati, i parigini ricordano soprattutto un proposito singolare: l’installazione di due fontanelle d’acqua gassata, gratuite, in ogni distretto di Parigi. Mentre l’idea di volertrasformare le stazioni deserte della metropolitana in piscine sotterranee e luoghi di ritrovo esclusivi, fantasia della candidata Ump, è stata oggetto di non poche parodie sul web.

Gli stessi commenti del giorno dopo sono più all’insegna del colore, che della vera e propria analisi politica. Soprattutto se, dietro lo scontro tra le due candidate donne alle comunali di Parigi, ne appare una terza, che non ha faticato a guadagnare le prime pagine dei giornali e che risponde al nome di Marine Le Pen. “I francesi si sono ripresi la loro libertà”, annuncia trionfante. E,secondo il direttore di Libération, Eric Decouty, c’è da scommettere il FN sarà l’arbitro del secondo turno delle municipali (il 30 marzo), ma non solo. In non poche città, il partito di Marine Le Pen potrebbe vincere già dal primo turno, indice di un’onda estremista che si è spinta ben oltre le aspettative. E anche le europee si tingono di nazionalismo dopo i risultati di ieri. “C’è sicuramente da temere”, continua Decouty, “e il secondo turno si prospetta sicuramente violento”, su scala nazionale e locale. Intanto, a Parigi, si aspetta il 30 marzo che, malgrado i cori al cafè Delaville, si annuncia a favore dei socialisti.

 

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog parigino de Il Fatto Quotidiano.

Parigi: allerta meteo e misure anti-inquinamento

Vagoni della metropolitana rigurgitanti di viaggiatori. Autobus pieni e, complice anche il bel tempo, biciclette e skate che invadono le strade della capitale. Tutta Parigi, lo scorso fine-settimana, si è mobilizzata per abbassare il livello di smog alla notizia che la quantità di polveri sottili provenienti dal Nord del paese avesse raggiunto un picco massimo nella regione Ile-de-France, nel Centro e nel Rodano.

La foto della Tour Eiffel avviluppata da una densa cortina di smog ha fatto il giro del mondo e, in tempi di municipali in arrivo, la città di Parigi è corsa subito ai ripari, con un provvedimento anti-inquinamento a effetto immediato. Da martedì 11, i residenti hanno usufruito del parcheggio gratuito. Durante il fine-settimana, i trasporti in comune, Autolib’ e Velib’ (il servizio di auto e biciclette pubbliche a noleggio della città) sono stati completamente gratuiti e, lunedì 17 marzo, la città ha indetto la circolazione a targhe alterne e il blocco dei veicoli a numero pari. Bambini e anziani sono stati invitati a restare a casa, le attività di manutenzione sono state ridotte al minimo indispensabile, per limitare la circolazione dei veicoli municipali non elettrici, e l’amministrazione ha sollecitato, infine, la consultazione di siti di car-sharing e la condivisione dell’auto tra colleghi. Misure che, almeno stando ai numeri, sembrano aver funzionato: nella sola giornata di venerdì 14 marzo, la locazione del Velib’ è aumentata del 130%, e in generale si è riscontrato un aumento del 61% del noleggio di corta durata nelle 4 giornate, e quella delle Autolib’ del 37%.

© Getty Images

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L’allerta inquinamento ha smorzato l’entusiasmo per questo primo scampolo di primavera. Anzi, sembra che sia stato proprio il caldo inatteso, con l’assenza di vento, a incrementare la concentrazione di smog in città, che ha sfiorato il record di Pechino. Le sere fredde e il riscaldamento elevato del mattino hanno contribuito a trattenere e intrappolare le particelle di smog, rimaste a galleggiare nell’atmosfera. Così, almeno tre quarti della Francia, capitale inclusa, hanno raggiunto e superato i livelli massimi di inquinamento per numerosi giorni. I meteorologi hanno annunciato temperature più fredde per le prossime settimane, fenomeno che dovrebbe ridurre il tasso di smog nell’atmosfera.

La città di Parigi si dichiara impegnata da 13 anni sul fronte della lotta all’inquinamento. La capitale vanta un sistema di trasporti pubblici capillare e invidiabile: almeno il 95% dei parigini, infatti, abita a meno di 600 metri da una stazione della metropolitana o della RER, il treno interurbano. Ma non solo, circa 371 km di piste ciclabili incorniciano le strade della città. L’operazione “Paris Respire” coinvolge 11 quartieri, bloccando la circolazione delle auto durante la giornate tutte le domeniche e i giorni festivi. Secondo uno studio del 2011 di Airparif, ente che vigila sulla qualità dell’aria a Parigi, almeno il 51% delle polveri sottili più pericolose proviene dal traffico automobilistico. Infine, i parigini sembrano coltivare da sé una vocazione al pollice verde, con giardini condivisi sparsi nella città e corsi di giardinaggio biologico. E, tra i provvedimenti presi dall’amministrazione, non si può certo dire che non si badi ai dettagli: dal 1° gennaio 2015, anche il fuoco di un semplice caminetto sarà proibito, per limitare la quantità di polveri sottili nell’aria. Tuttavia non sono state poche le critiche internazionali a un’amministrazione disattenta e corsa ai ripari solo all’ultimo minuto. E il malcontento trionfa anche tra i cittadini stessi. Su twitter, si rincara la dose, con frecciatine al sindaco, e c’è chi suggerisce, come unica soluzione possibile, il gas di scisto, fulcro delle più accese polemiche ambientaliste durante lo scorso anno, di cui la Francia possiede riserve considerevoli pari a circa 3.870 miliardi di metri cubi.

Intanto, in attesa delle municipali di fine marzo, dopo aver occupato il dibattito pubblico per una settimana, il tema dell’inquinamento diventa il banco di prova per le due candidate. Per Nathalie Kosciusko-Morizet, candidata dell’UMP, la soluzione si chiama Zapa (zona d’azione prioritaria per la qualità dell’aria), perimetri circoscritti, dove vietare la circolazione agli autobus turistici e ai veicoli pesanti. Per la candidata socialista, invece, Anne Hidalgo, si dovrebbe innanzitutto ridurre il limite di velocità e distinguere i veicoli con degli adesivi che ne indichino il livello potenziale di inquinamento. Sono tutti d’accordo nell’incoraggiare il car-sharing e i veicoli elettrici, ma soprattutto si schierano su un fronte comune contro l’avanzata del diesel. C’è chi rilancia con un investimento da capogiro sulla bicicletta, pensando a un incentivo economico per chi intende acquistarne una, e chi risponde con un sistema tecnologico per migliorare la ventilazione dell’aria nella metropolitana. Intanto, la reazione dei cittadini è scettica. La campagna stenta a mobilitare gli animi e a risvegliare le passioni. Serpeggia non poca delusione per questa allerta scattata solo quando la Tour Eiffel, improvvisamente, è scomparsa all’orizzonte. E, almeno finora, una propaganda che si combatte essenzialmente sui social network e non sui programmi politici non è di buon auspicio. In ultimo, la candidata di centro destra, intervistata di recente, ha ammesso, con non poca vergogna, di non conoscere nemmeno il prezzo di un biglietto della metro. Notizia che non lascia ben sperare.

Qui la versione dell’articolo pubblicata da Lettera43.it.

Pinguini gay e poliziotti nudi: caccia al libro proibito in Francia

In Francia, torna l’indice dei libri proibiti. Non contenti delle manifestazioni, del giorno della collera, dei cortei che hanno attraversato Parigi, i militanti contro la teoria del genere mettono sotto assedio le biblioteche municipali. Forti dell’incoraggiamento da parte di Jean-François Copé, a capo del partito di Sarkozy, che il 9 febbraio scorso si è scagliato contro “Tous à Poil !”, (edizioni Rouergue), un volumetto per bambini in cui gli autori si sono divertiti a mostrare in costume adamitico i personaggi che popolano la vita quotidiana dei più piccoli: dal cane alla babysitter, dal poliziotto al mago. Uscito nel 2011, il libro, e i suoi autori, hanno invaso di recente le prime pagine dei giornali in seguito alla polemica, dai toni non poco ridicoli, portata avanti dal presidente dell’UMP, che ha intravisto nei disegni di Marc Daniau e Claire Franek un oggetto di propaganda marxista e un’istigazione alla lotta di classe: “già dal titolo, non mi sembra un oggetto di alta letteratura per bambini”, ha dichiarato durante una conferenza stampa, “inoltre, gli autori svestono quelli che, agli occhi dei bambini, rappresentano l’autorità: la babysitter, il poliziotto, il presidente”, continua, “è come dire ai bambini: l’autorità non serve a niente”.

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Immagine da “Tous à poil !”

Preso alla lettera da un folto e agguerrito stuolo di manifestanti, che non aspettavano altro che la sua benedizione, Copé ha innescato una vera e propria caccia al libro. E, sull’indice dei militanti, sono finiti altri insospettabili libri per bambini, come “Tango à deux papas” (edizioni Le Baron Perché), la storia vera per immagini di una coppia omosessuale di pinguini, di Béatrice Boutignon, e “Jean a deux mamans” (Loulou et compagnie), un invito alla comprensione dell’omosessualità. Incriminato anche “Papa porte une robe” (Seuil), letteralmente “Papà indossa un vestito”, la storia di un pugile costretto a fare la ballerina per sfamare la famiglia. Si sfiora la pornografia, sempre secondo Copé, in “Les Chatouilles” (Thierry Magnier), le avventure notturne di una bimba insonne che, per svegliare il fratellino, decide di fargli il solletico. Finisce nella lista nera anche “Dînette dans la tractopelle” (Talents Hauts), fantasia per immagini intorno a un catalogo di giocattoli dove i giochi per i bambini non vogliano separarsi da quelli per le bambine. Infine, bollato come un’apologia del cambio di sesso, “Mademoiselle Zazie a-t-elle un zizi?”, letteralmente “Mademoiselle Zazie ha il pisellino?”, (Nathan), rievocazione delle più innocue domande infantili sulla sessualità.

Bibbia ufficiale dei difensori della moralità è il blog Salon Beige, affiliato al movimento Printemps Français, principale promotore delle manifestazioni contro il matrimonio omosessuale. Il sito, che si autodefinisce “blog quotidiano d’attualità laica cattolica”, aggiorna i lettori sulle ultime azioni, sulle marachelle dell’immigrato di turno, raccomanda agli utenti negozi e punti vendita di oggetti sacri, nonché corsi di religione per corrispondenza, e, dal mese di febbraio, è fiero di annunciare agli internauti un’altra novità: una lista di tutte le “biblioteche ideologiche” in Francia, dove bambini e genitori potrebbero correre il rischio d’imbattersi in opere che attentano all’innocenza infantile. Seguono le coordinate di tutte le biblioteche incriminate e suggerimenti su come agire: recarsi sulla scena del delitto e chiedere il ritiro dei libri, scrivere al sindaco, informare i genitori. La reazione del Ministro della Cultura, Aurélie Filippetti, è stata ferma sì ma poco efficace, limitandosi a denunciare tali “attacchi scandalosi” contro le biblioteche, che sono soprattutto degli “spazi di libertà”.

Immagine da "Tango à deux papas"

Immagine da “Tango à deux papas”

Lo stesso internet, spazio di libertà per eccellenza, è ormai preso di mira. E sulle schede amazon dei libri incriminati, si assiste al pullulare di commenti d’ogni tipo. Non manca chi si scaglia contro un sussidiario di matematica “tendenzioso”, per via di un problema posto ai bambini: gli abitanti di un paesino in un pianeta immaginario scelgono ogni giorno di poter essere maschi o femmine, calcolare le percentuali. E, in un clima alla Fahrenheit 451, dove i militanti hanno occhi e orecchie dappertutto, la reazione alla notizia che Arte, il canale televisivo franco-tedesco, avrebbe mandato in onda il film “Tomboy” (dove una ragazzina si fa passare per un maschietto) non si è fatta attendere. Centinaia di telefonate hanno intasato il centralino della tv, richiamando Arte alla sua vera missione, quella di trasmettere programmi culturali e non di fare propaganda alla teoria del genere.

Bersaglio dei militanti è, infine, il dispositivo “ABCD de l’Egalité”, messo a punto dal Ministero dell’Educazione Nazionale e dal Ministero per i Diritti delle Donne, per contrastare la formazione di stereotipi e pregiudizi sin dalla più tenera età, lanciato quest’anno in 600 classi elementari, per una prima valutazione preliminare. L’ABCD de l’Egalité consiste in una serie di testi, risorse e attività, a disposizione di alunni e insegnanti, dove figurava anche il terribile “Tous à poil !”. Per salvare le apparenze, e rendersi inattaccabile, il governo si è limitato a ripulire astutamente la lista delle opere facenti parte dell’ABCD dell’uguaglianza, lanciato dal Ministero dell’Educazione Nazionale. Ma, che non si dica in giro che il governo francese abbia finito per cedere alle pressioni dei manifestanti: “Tous à poil !” è ancora nella lista, non più tra le “attività pedagogiche” consigliate ma tra le “risorse complementari” indicative. E tali risorse non sono più “selezionate” e “da utilizzare in classe”, ma semplicemente “recensite” e “da consultare per gli insegnanti”.

Per ora, nonostante l’amarezza davanti a cotesto retrogrado esprit du temps, la polemica di Copé sembra esser caduta nel ridicolo, soprattutto dopo il suo ultimo (voluto?) gioco di parole, secondo il quale i partiti debbano mettersi a nudo per favorire la trasparenza, e “Tous à poil !”, grazie all’inaspettata pubblicità, è tra i libri più venduti dell’anno. Ma, tornando alle pagine incriminate, come finisce la storia? “Tutti si spogliano”, racconta l’autrice Claire Franek, “è la vita in tutta la sua più grande banalità”. Nessuna strage di mogli come in Barbablu, nessuna mela avvelenata, nessuna apologia della bellezza perfetta, come in Biancaneve, niente soprusi di sorellastre, niente fanciulle rinchiuse nelle torri e niente attesa del principe azzurro. Nell’ultima pagina, ci si tuffa nell’oceano, tutti nudi, in un’esplosione di gioia collettiva. Un lieto fine, più innocuo e forse ben più desiderabile dei tanti matrimoni e “vissero felici e contenti” ai quali il monopolio Disney, purtroppo, ci ha abituato.

Qui l’articolo pubblicato su Lettera43.

Montmartre, la notte

È un venerdì mattina come tanti altri ai piedi della Basilica del Sacro Cuore. Scalpiccio ininterrotto, cascate di selfie, ilarità generale per questo sole inatteso, svendite di Tour Eiffel in miniatura, basi musicali in formato midi che accompagnano il suonatore di turno in sottofondo. Sono seduta al lato destro della scalinata, gli occhi chiusi sotto la luce, ad assaporare la libertà di essere lì senza fare nulla. Un venerdì mattina come tanti altri, senza la frenesia del turista da week-end, senza la sufficienza del locale navigato e senza l’obbligo di essere da qualche parte dietro una scrivania.

Con la sua vista sulla città, il profilo elegante della Basilica alle spalle e le meraviglie di un suonatore d’arpa, la collina di Montmartre sembra un miracolo alla portata di tutti, con una semplice corsa sulla funicolare. Almeno fino al tramonto. Sono tornata alla Basilica a sera inoltrata, nella speranza di respirare la stessa atmosfera ma lo scenario era completamente cambiato.

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A mezzanotte, l’odore acre da bagno pubblico invade le narici sin dall’ingresso alla funicolare. Musica improbabile dagli i-phone, cori di sputi, pozze giallognole da evitare. Fischi e battutacce delle orde di cafoncelli orbitanti intorno ad Anvers m’inseguono sino all’inizio delle scale. Comincio a salire e già ho voglia di andarmene. Gli ultimi gradini sono i più ardui. Un branco di ragazzotti in giubbino di jeans cerca di accecarmi con un laser verde fosforescente, stordendomi con un “ça va?” che puzza di alcool sparato nelle orecchie. Io, intanto, procedo a testa bassa, e non per una strana forma di timore, che sarebbe anche giustificato, ma per scansare i tanti vetri e fondi di bottiglia disseminati per la divina scalinata. Intanto, sghignazzate di turisti nederlandesi si levano dai vari punti delle scale, slogan avvinazzati di giovinette in minigonna, l’ennesimo infrangersi di una bottiglia di birra.

Place du Tertre è avvolta da una strana foschia. Parigi è in piena allerta inquinamento. Il cielo è senza nuvole, ma coperto, quasi come se fosse una beffa a questa insolita primavera, arrivata in anticipo. Ma non credo sia lo smog ad assediare il quadrato più celebre della città. La piazza sembra un avamposto di un villaggio fantasma. Echi di pianoforti dai ristoranti vicini, un lontano chiacchiericcio di fondo, il “s’il vous plait” dell’ultima ritrattista notturna, le lavagne con il menu del giorno ormai sbiadito, le strade intorno completamente deserte.

Nelle cucine, ci si annoia. Gli orologi segnano quasi l’una di notte ma dai forni esausti continuano ad uscire escargot bollenti, pavé di salmone con contorno di patatine fritte, gelati e chantilly, caffè e tarte tatin per gli ultimi avventori. S’inizia a contare i soldi, a dividere le monete, a fare i turni e i carichi per il giorno successivo, ad aspettare che anche l’ultimo tavolo si alzi. I cuochi puliscono la cucina. Non ne ho mai visto uno francese. Sono di solito pakistani o indiani dai nomi difficilmente gestibili nel caos di una cucina nell’ora di punta. Gli ultimi che mi è capitato di incrociare erano stati ribattezzati Gérard e Richard, per facilità.

Frequento i ristoranti di notte da quasi tre anni. Mi guardo indietro e mi rivedo ad aspettare appoggiata a un bancone almeno un centinaio di volte, ad ascoltare i commenti dei camerieri, le imprecazioni dei cuochi, ad aspettare qualcosa di troppo vago per essere definito, a vedere che faccia ha la stanchezza quando è costretta a vestirsi in bretelle e camicia. Prima, a fare da sfondo, c’era la Gare du Nord, ora c’è la Basilica di Montmartre. Cambiano gli scenari, ma l’amarezza è la stessa, così come tutto quello che le sta intorno.

Soundtrack: Cocteau Twins, The Spangle Maker

Immagine © Julie Morstad

Paris sans le peuple

“Abitare a Parigi è un chiaro segno di dominazione sociale.” È la tesi, ampiamente dimostrata, della ricercatrice Anne Clerval, autrice del libro Paris sans peuple (edizioni La Découverte), pubblicato lo scorso settembre, dove la geografa esplora le dinamiche della gentrificazione nella capitale. Clerval prende in esame, in particolare, tre aree: il faubourg Saint-Antoine, il fauborg du Temple e Château Rouge. Quartieri centralissimi, brulicanti, la cui fauna umana è sì mista ma, sembrerebbe, quasi suo malgrado.

Perché Clerval usa il termine “gentrificazione”? Questo neologismo inglese, creato dalla parola “gentry”, che designa, in modo peggiorativo, le classi agiate, è stato inventato nel 1964 dalla sociologa marxista di origini tedesche Ruth Glass, a proposito di un quartiere di Londra. “A Parigi, si può parlare di imborghesimento per i quartieri ricchi”, spiega Clerval in un’intervista a Libération, “ma questo non ha niente a che vedere con la gentrificazione, una forma di imborghesimento che tocca i quartieri dove le classi popolari sono progressivamente rimpiazzate da una classe intermedia che potremmo definire come piccola borghesia intellettuale”.

Questa mutazione, essenzialmente sociale, le cui conseguenze sono però per lo più urbane, quando non architettoniche, ha coinvolto la capitale francese relativamente tardi rispetto ad altre metropoli, come Londra e New York, in virtù del controllo degli affitti che, fino agli anni ’80, ha posto un freno alla speculazione immobiliare. La gentrificazione ha mosso i primi passi negli anni ’60 e ’70, iniziando dalla rive gauche, fino a coinvolgere il Marais e la Bastille, spostandosi sempre più a destra. Oggi, secondo Clerval, quasi tutti i quartieri di Parigi hanno ormai un’inconfondibile aria borghese e la capitale, a differenza di quanto si vorrebbe pensare, è sempre meno mista. Tuttavia, la geografa ha individuato almeno sei “tipi umani” presenti in città, dal “molto borghese”, avvistato di preferenza nei pressi della Tour Eiffel e degli Champs-Elysées, al “molto popolare”, passando per il tipo “salariato del settore terziario” e il tipo “misto in via di gentrificazione”.

I gentrificatori sono descritti quasi come una specie a sé stante, avvistati solitamente in appartamenti con travi a vista e finestre aperte su raffinate corti interne, “attirati dagli spazi atipici, soprattutto dagli ex locali industriali, che possono essere riconfigurati per intero, ispirandosi ai loft di New York”. Sono fieri del proprio appartamento di 100 metri quadri ma tengono a distinguersi dai borghesi, quelli veri, secondo loro, che popolano i bei quartieri come il sedicesimo e il sesto arrondissement. Hanno scelto di abitare in quartieri come il decimo o, ancora, il ventesimo, nelle zone di Belleville, perché costretti dal mercato immobiliare. La scelta dietro tale residenza è il desiderio di abitare, costi quel che costi, a Parigi, dentro il boulevard périphérique. Sono le stesse persone che, sedute ai tavolini dei bar chic della place Sainte-Marthe o della rue Oberkampf, si vantano di abitare in un edificio colorato e multi-etnico, ma, come spiega benissimo Clerval, sarebbero ben contente se questa multietnicità si potesse limitare a una scenografia esotica e chiassosa, ben lontana dalla soglia d’ingresso. Sono soddisfatti e orgogliosi se possono sbandierare a conoscenti e colleghi di essere diventati amici della fruttivendola tunisina o del tabaccaio cinese, ma non esitano ad aggiungere che il loro condominio puzza di cumino o che ci sono troppe facce arabe per le scale.

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I commerci esotici sono guardati con sospetto, se non con ribrezzo, come nel caso delle macellerie halal, ma fanno parte di un colorato decoro, nel quale i gentrificatori amano trastullarsi, per sentirsi parte di un universo multiculturale, contribuendo a quello che il sociologo Patrick Simon chiamava “l’effetto-paesaggio”.

L’effetto-paesaggio, tuttavia, non influenza le scelte relative all’istruzione. I gentrificatori agiati evitano le scuole popolari di quartiere e conducono una vera e propria battaglia per permettere ai propri figli di accedere a istituti privati, lontani da casa. Infine, sono portatori attivi di una contraddizione: l’amore per il verde, che conciliano con l’ossessione di abitare in centro, o per lo meno, nei dintorni: “sebbene restino inguaribilmente cittadini e parigini, approfittando di tutte le amenità del centro di una capitale, li si sente talvolta farsi portavoce di alcuni discorsi che sembrano vicini all’ideologia americana anti-urbana, affermando chiaro e forte la loro preferenza per la natura, sebbene ridotta semplicemente a qualche sprazzo di verde”.

Gli stessi luoghi di cultura, installati in quartieri periferici o delicati, si rivelano ambigui e, addirittura, in qualche caso, controproducenti. Clerval propone l’esempio della Maison des Métallos, antica fabbrica di strumenti musicali, poi sede del sindacato dei metalmeccanici, ora, secondo la definizione presente su internet, “struttura culturale della città di Parigi”. Per quanto originale e ricercata, la programmazione della Maison è estremamente di nicchia, dal punto di vista economico e contenutistico.

Il risultato è, quindi, non quello di coinvolgere la popolazione dei quartieri nelle attività culturali locali, ma quello di attirare sempre gli stessi utenti anche in territori dove prima non osavano arrivare, ottenendo un appiattimento del pubblico e un’omogeneizzazione dell’offerta, mirata sempre allo stesso tipo di spettatori.

Un intrattenimento d’élite che passa anche per i caffè e i bar di quelli che una volta erano i quartieri popolari. La Bellevilloise nel 20° arrondissement, il Nouveau Casino, sulla rue Oberkamp, il caffè La Java, nella scapestrata rue du Faubourg du Temple, sono altrettanti luoghi per la jeunesse, se non dorée, certamente branchée della capitale, riservati a un certo tipo di clientela. Sembrerebbe addirittura che siano questi i veri ghetti, oasi chic impiantate in quartieri popolari, circondate da una barriera invisibile, e certamente non accessibili a tutti.

La gentrificazione è iniziata tramite iniziative private, spinta da esigenze economiche, mutandosi velocemente in fenomeno sociale, i cui attori sono ben individuabili. Dalla piccola borghesia intellettuale, dell’età di circa trent’anni, attiva nei settori della comunicazione, del marketing e dello spettacolo, ai proprietari di caffè alla moda, nuovi luoghi di ritrovo, dal decoro magistralmente studiato, tra antico e nuovo, fino ai promotori di beni immobiliari, le banche e le agenzie, che incoraggiano un certo tipo di persone, e di redditi, a popolare i quartieri presi di mira.

Basta vagabondare per la rue Oberkampf, dopo il tramonto, per rendersene conto. Dagli appartamenti, quasi tutti senza tende, è facile distinguere i muri scarni, con le lampadine penzolanti dal soffitto, dalla carta da parati che fa da sfondo a ricche biblioteche e plafoniere, di gran lunga in maggioranza, segno inequivocabile di un cambiamento della popolazione.

Tra i fattori che hanno favorito la gentrificazione, si annovera una smodata politica urbana di rinnovazione, definita, per l’appunto, “rinnovazione-bulldozer”, che ha distrutto intere aree per ricostruirle con immobili nuovi. Conseguenza questa, secondo il socio-demografo Patrick Simon, della disindustrializzazione di Parigi: “i nuovi settori del terziario non richiedono più il ricorso a una manodopera proletaria, diventa quindi inutile conservare le famose riserve di classi popolari”, relegate nelle vicine e sempre più temute banlieue, nonostante Valéry Giscard d’Estaing avesse promesso di arrestare la costruzione di torri nella capitale e Chirac avesse dichiarato la ferma intenzione di preservare la “Parigi dai cento villaggi”. Inoltre, troppo cari per i precedenti inquilini, i nuovi immobili corrono il rischio di restare parzialmente vuoti, dando ai quartieri un’aria di città fantasma, che Klapisch ha mostrato nel suo film del 1996 Ognuno cerca il suo gatto.

Oltre al fastidio nel ritrovarsi sempre i soliti volti in tutti i quartieri e al propagarsi di questa nuova specie sociale, una delle conseguenze più gravi della gentrificazione è sicuramente l’esclusione delle classi popolari e degli immigrati, privati del proprio spazio urbano. Il costo spropositato dei nuovi alloggi costruiti dalla città di Parigi, un’offerta commerciale e culturale che punta ad un altro tipo di clientela, sono solo alcuni dei fattori che contribuiscono all’emarginazione di una certa classe sociale. Lo spazio pubblico, per preservarne la tranquillità e il decoro, è sottoposto a una serie di regole che ne mettono in discussione l’accessibilità. Lo sgombero delle classi popolari prelude quindi al loro annullamento, se non alla loro invisibilità. E non c’è bisogno di spingersi fino al 19° arrondissement per rendersene conto.

Clerval cita ancora una volta l’esempio del centralissimo faubourg Saint-Antoine, a un passo da Bastille: un tempo regno degli artigiani del legno, ebanisti e corniciai, oggi solo un paio di atelier sono sopravvissuti all’avanzata delle nuove professioni liberali e, sul vicino parco della Cité Prost, si dilettano nel week-end i soliti noti, famiglie agiate sui trent’anni, bianchi, ben vestiti, equipaggiati di passeggini ad alta tecnologia per i bambini. Questo ripiego delle classi popolari è una diretta conseguenza della privatizzazione dello spazio pubblico. Un altro esempio è la place Sainte-Marthe a Belleville, un tempo regno incontrastato dei giovani del quartiere, nelle ore notturne anche scenografia di traffici illeciti, ma libera e pubblica, oggi colonizzata da caffè alla moda.

Ma esiste un modo per resistere alla gentrificazione? Clerval cita numerosi esempi di militanza contro questa nuova geografia urbana, uno fra tutti l’associazione Les Enfants de Don Quichotte, installata in riva al Canal Saint-Martin, luogo strategico dove i colori pastello dei negozietti chic e dei vestiti delle parigine poco si abbinano al grigio delle tende dei clochard che popolano le rive. L’associazione rivendica il diritto di abitare la città, di popolarla, andando controcorrente rispetto alla rivendicazione del “diritto alla calma” dell’omonima associazione di Château Rouge, che vuole fare del quartiere a prevalenza africana un quartiere “normale”. I movimenti di militanza mettono in guardia rispetto a un concetto illusorio di varietà sociale, che serve più che altro a mettersi a posto la coscienza con la propaganda di un finto “vivere insieme” tra borghesi e proletari.

L’arma contro la gentrificazione non sono gli alloggi sociali né una finta varietà etnica, ma è il diritto alla città, così come lo aveva concepito Henri Lefebvre, sociologo e filosofo marxista francese: la possibilità di auto-gestire la propria città e di averne accesso; il diritto di decidere come produrre lo spazio urbano; la libertà di scegliere che utilizzo farne e per quale società.

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero.

Paris Bashing: la stampa straniera e la capitale

John Laughland, sul The Spectator, scrive che vivere a Parigi significa “essere prigioniero di un Tupperware: il cielo grigio è più immobile di quello di Londra”. Stephen Clarke, del Daily Telegraph, scorge nella Tour Montparnasse “un simbolo dell’insoddisfazione della città, votata a una logica di auto-distruzione permanente”. Per non pochi corrispondenti stranieri, la capitale francese non è più la festa mobile descritta da Hemingway (lo è mai stata?), ma un ghetto dorato, fiaccata da numerosi problemi sociali e finanziari e attraversata da orde di hipster, sempre più borghesi e sempre meno bohémien. Dopo il “French Bashing”, il nuovo sport preferito dai giornalisti anglosassoni, che non esitano a ferire di penna l’orgoglio gallico, sembra che la stampa internazionale si sia consacrata al “Paris Bashing“, denunciando miti e illusioni della città più bella del mondo.

“Tutti cercano di creare la propria Parigi, carnale e spirituale”, scrive Steven Erlanger, corrispondente del New York Times, residente nella capitale francese per 5 anni, “ma vivere e lavorare in una città obbliga ad amarla diversamente, con molta più forza di volontà e meno passione”. Dal suo canto del cigno, viene fuori un ritratto amaro e lucido della Parigi contemporanea, “un’isola fortunata, chiusa e borghese, circondata da una strada circolare – il boulevard périphérique – una sorta di muro di Berlino, il muro di un ghetto”. Il basolato dei vicoli di Saint-Michel, l’illuminazione di Notre-Dame al calar del sole, la distesa della Senna e quella più placida del Canal Saint-Martin valgono ancora i pomeriggi di flânerie ma Parigi sembra quasi aver perso il suo charme da capitale europea: “è una città di ricchi, appagati, soprattutto bianchi, e di piaceri prudenti: musei, ristoranti, opera, balletto e piste ciclabili”.

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Intrappolata tra i cliché e la realtà quotidiana, Parigi sembra aver smarrito se stessa. Non a caso, infatti, assiste quasi inerme all’esplosione del feroce dibattito sull’identità francese. Simon Kuper, giornalista britannico del Financial Times, di casa a Parigi dal 2002, ne è convinto: “sotto una facciata snob e ostile, Parigi è una città snob e ostile”. E, per spiegarne le ragioni, ritorna al 1789. “La gran parte della maleducazione dei francesi nasce con la presa della Bastiglia e con lo slogan Liberté, Egalité, Fraternité”. Secondo Kuper, messa da parte la “fraternité”, i francesi hanno sviluppato un culto originale della libertà che, per molti, si traduce in un atteggiamento senza scrupoli, una lingua raramente tenuta a freno e nessuna traccia di amabilità, per paura che il prossimo possa scorgervi un atto di sottomissione. Il sovraffollamento della città (con una superficie di poco più di 105 chilometri quadrati e una popolazione che supera abbondantemente i 2 milioni, Parigi ha una densità abitativa tra le più alte al mondo) e il cielo plumbeo hanno fatto il resto. Ma non solo. Parigi sarebbe volgare, lo ha detto anche Scarlett Johannson, da poco arrivata nella capitale, per via della sua stessa perfezione: “Immaginate una capitale intellettuale su una capitale dell’arte e della moda, in un’antica capitale reale e il tutto in un paese che ha inventato le arti e la cucina e otterrete una quantità di comportamenti codificati tale che nessun dominio sfugge ormai alle esigenze della sofisticazione”. Una girandola di asfissianti buone maniere alla quale non resta che adattarsi, in un tentativo che, spesso, dura tutta la vita.

Gabriela Wiener, giornalista peruviana, scrive “un nuovo spettro si aggira per l’Europa, quello della guerra fredda tra hipster bio socialisti e liberali chic”, e Parigi ha tutta l’aria di esserne il campo di battaglia: una città, emblema della libertà, “dove è impossibile trovare un alloggio a meno di 1200 euro (e un croissant per meno di 3) e i pic-nic nel giardino delle Tuileries sembrano pubblicità di Chanel, Louis Vuitton o Gucci, o tutte e tre insieme”. La pensa allo stesso modo Thomas Chatterton Williams, del New York Times, che ha assistito dalla sua finestra alla lenta trasformazione di Pigalle in SoPi (abbreviazione alla newyorchese di South Pigalle) per via del dilagante gusto hipster, sempre più affamato di hot dog, tacos, avena, kale frittata e brunch bio. Parigi cambia e, in barba al barone Haussmann e alla prospettiva dei suoi edifici, sembra voler “organizzare il proprio spazio urbano come un blog di moda o una pagina di Pinterest, che rappresenti l’espressione unica, appagata ed estremamente protetta della classe media superiore”.

Forse è tutta colpa di Hemingway. Della sua Parigi che, secondo Christopher Hitchens, è stata l’origine dell’ossessione degli americani per la Ville Lumière, inevitabilmente delusa davanti alla realtà. Ma se è vero che Parigi non finisce mai, è vero anche che “Parigi non è più quello che era”, come scrive John Simpson, del Daily Telegraph, “ma questo succede ovunque e Parigi, almeno, resta quella che noi abbiamo sempre desiderato che sia”.

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog parigino de Il Fatto Quotidiano.

Oltre la sponda conosciuta

“Per vent’anni ho studiato la lingua italiana come se nuotassi lungo i contorni di quel lago. Sempre accanto alla mia lingua dominante, l’inglese. Sempre costeggiandola. È stato un buon esercizio. Benefico per i muscoli, per il cervello, ma non certo emozionante. Studiando una lingua straniera in questo modo, non si può affogare. L’altra lingua è sempre lì per sostenerti, per salvarti. Ma non si può galleggiare senza la possibilità di annegare, di colare a picco. Per conoscere una nuova lingua, per immergersi, si deve lasciare la sponda. Senza salvagente. Senza poter contare sulla terraferma”.

Jhumpa Lahiri è una scrittrice statunitense di origine bengalese. Vive a Roma, da quando ha deciso di abbandonare definitivamente la sponda conosciuta e andare a vivere in Italia. Questo è un estratto dal suo primo racconto pubblicato su Internazionale in lingua italiana, “La traversata”.

© Gabriella Giandelli

Leggo queste righe di ritorno in Francia, dopo dieci giorni in Italia. Precisamente dopo l’ennesima boutade del più celebre erede di casa nostra sulla voglia di lavorare dei giovani italiani e a qualche ora dalla notizia che un certo Baricco sia tra i preferiti del neo premier (eletto in piena post-democrazia bypassando spensieratamente le elezioni) per il Ministero della Cultura. In pochi giorni, presso la sponda conosciuta, ho assistito allo scandalo delle rivelazioni di Friedman e mi sono chiesta se ormai non avessi attraversato da troppo tempo il lago per capire il perché di tutto questo parlare concitato attorno a un libro di un giornalista inglese (forse anche lui stupito dal tanto rumore a giudicare dalla faccia basita che mostrava nei talk show) che racconta come un Presidente della Repubblica abbia potuto contattare anzitempo un uomo di fiducia in vista di un nuovo governo.

Ho seguito, con curiosità e amarezza, l’ennesima caduta di governo, la legge elettorale che non riesce a decollare e l’avvento di un Matteo Renzi trionfante in Smart che promette finalmente brezze politiche nuove facendo comunella con Alfano, regalandoci soprattutto una memorabile staffetta di San Valentino. Dai piani alti, precisamente il suddetto Alfano, ci si rallegra “kafkianamente” (cit.) dei risultati del governo Letta per un misero +0,1% di PIL, ignorando l’impennata di suicidi dovuti alla crisi nel 2013 (l’ultimo, l’imprenditore padovano Zanardi) e i 478 decreti (di cui 50 urgentissimi) che il governo Renzi eredita dalle precedenti legislature, Monti e Letta, provvedimenti necessari per completare le riforme previste per il rilancio dell’economia. In ultimo, ho visto la faccia di Giovanardi senza vergogna nel protestare contro la decisione della Corte Costituzionale che ha finalmente invalidato la legge che porta il suo nome e, al disgusto non c’è mai fine, gli occhi lucidi di Barbara D’Urso davanti alla protagonista della cronaca rosa della settimana, Raffaella Fico.

Ho rivisto amici, parenti, il mare, i kite-surfer, i miei vecchi libri di fiabe. Ho intravisto per le strade un cucciolo di poney portato al guinzaglio e un uomo vestito da panda che chiede l’elemosina nel centro storico di Padova. Ho bevuto meno campari soda di quanti avrei voluto e mangiato la quantità di cibo che di solito ingurgito in un mese. Ho letto tanti libri, giornali dalla prima all’ultima pagina, passato ore a guardare su YouTube tutti i video per i quali non ho mai tempo.

Lungi dal considerare la Francia come il paese perfetto, ho iniziato giorno dopo giorno a desiderare di tornare a casa. Nonostante l’amarezza delle recenti vicende politiche, credo sia una semplice questione di routine quotidiana. Volevo tornare a lavorare la mattina presto, a scrivere verso le 8 di mattina quando la mia casa è inondata di luce, a sentire di nuovo le zampe dei gatti di notte o il suono del sassofono della rue Fernand Léger la sera, quando torno verso casa. Forse perché le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme. O semplicemente perché, come diceva Chatwin, si torna a casa solo per desiderare di partire di nuovo e viceversa.

Sono tornata a Parigi, certa che questo viaggio abbia sortito l’effetto sperato. Preferisco restare oltre la sponda conosciuta, con l’eventualità di annegare, colare a picco, dove continuo a non toccare il fondo con i piedi, ma annaspo sempre di meno.

Image © Gabriella Giandelli

Soundtrack: Sono un ribelle mamma, Skiantos

Francia e omofobia: ritorno al passato

L’ultimo fine-settimana, a Parigi, due manifestazioni hanno attraversato la città. Le prime bandiere si sono levate sabato 1° febbraio, nei dintorni di Place Joffre, nel settimo arrondissement, dirette verso l’ambasciata spagnola, in segno di protesta contro il progetto di legge del governo Rajoy che  fa dell’aborto un reato depenalizzato, giustificabile solo in caso di pericolo per la salute fisica e psicologica della donna o se questa è stata vittima di stupro, precedentemente denunciato. In tanti hanno raccolto l’invito a manifestare il proprio dissenso, dai socialisti ai comunisti, uniti per difendere la libertà delle donne, in Spagna e nel mondo.

La risposta, tuttavia, non s’è fatta attendere. Solo il giorno dopo, domenica 2, Parigi è stata invasa dalla furia reazionaria della Manif pour tous (Manifestazione per tutti), inevitabile sfogo di collera e tensione di una settimana travagliata in Francia. Tutto, infatti, è cominciato circa dieci giorni fa, quando i tranquilli focolari francesi sono stati turbati da un sms anonimo, che informava padri e madri di famiglie timorati di Dio che la scuola avrebbe cominciato a insegnare ai loro bambini la fantomatica “teoria del genere”, ma non solo. Sarebbero seguiti accenni alla natura omosessuale e alla pratica della masturbazione. Conseguenza di tale allerta, una giornata, lunedì 27 gennaio, in cui i bambini sono rimasti a casa, al sicuro da ogni eventuale “vague” di liberalismo scolastico. Decine di migliaia di persone, armate delle bandiere rosa e blu, colori ormai tristemente associati all’omofobia qui in Francia, hanno sfilato quindi domenica tra Champ-de-Mars e Denfert-Rochereau, trascinandosi dietro i propri figli, che, intervistati, sapevano ben poco delle ragioni della marcia, e protestando contro la riforma della famiglia del ministro Taubira, la maternità surrogata, la procreazione assistita per le coppie lesbiche, la sedicente “lobby” Lgbt e, soprattutto, l’insegnamento dell’uguaglianza dei sessi a scuola.

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Ludovine de la Rochère, presidente dell’associazione Manif pour tous, insorge contro “l’Abc dell’uguaglianza”, una sorta di manuale proposto dal Ministero dell’Educazione francese, che dovrebbe aiutare a dissipare gli stereotipi maschili e femminili sin dalla più tenera età. Frainteso dai manifestanti, il libello è ormai il simbolo di un governo che s’impegna, secondo la Rochère, a “diluire il legame tra padre-madre-bambino e contrastare l’alterità tra uomo e donna”. A galvanizzare le ire dei cattolici integralisti, anche un manipolo di francesi musulmani, muniti di striscioni, a gridare il loro “no” al matrimonio omosessuale. “Un bene che siano venuti anche loro”, ha riportato il sito Rue89, che ha intervistato i manifestanti, “noi cattolici siamo troppo tranquilli”.

Un identico corteo ha dato il meglio di sé domenica 26 gennaio, per il cosiddetto “Jour de colère”, letteralmente “Giorno di collera”, un vero e proprio Dies Irae che ha ben poco dell’armonia della composizione mozartiana. Riuniti per l’amore della Francia e del bene comune, con il pretesto della ormai trasfigurata libertà d’espressione, armati di improbabili cornamuse e striscioni con “Liberté, Egalité, Dieudonné“, c’erano anti-semiti, omofobi, partigiani della cosiddetta “Primavera francese”, mai così grigia come quest’anno, a levare il dito medio, e non solo metaforicamente, contro ilgoverno Hollande, che favorisce emigrazione, omosessualità e non si preoccupa dei suoi francesi purosangue, afflitti dalla disoccupazione (ma con un sussidio non poco rilevante che arriva puntuale sui conti in banca ogni mese).

Un brivido di esultanza avrà sicuramente percorso la schiena dei circa 100.000 manifestanti che hanno sfilato per la Francia il 2 febbraio, quando il primo ministro Jean-Marc Ayrault ha dichiarato che la temuta riforma sulla famiglia è annullata, almeno fino al 2015. L’ennesima conferma della debolezza della sinistra francese, esitante e succube dell’integralismo del popolo.

La storica e tradizionale libertà francese s’è ormai svuotata di significato. La stessa parola “genere” ormai provoca sussulti e subisce la censura ufficiale del governo, che non ha esitato a sospendere unciclo di conferenze universitarie sul tema, bloccare la pubblicazione di un libro intitolato “Déjouer le genre” e sostituire il termine incriminato con il più cauto binomio “garçon-filles”, “ragazzi-ragazze“. L’uguaglianza s’è ormai dissolta con la benedizione del genio d’oro della Bastiglia, tappa obbligata di ogni manifestazione che si rispetti. E la fraternità, ahimè, non si vede più, almeno dai primi scontri in banlieue, una decina d’anni fa. Paese rivoluzionario per eccellenza, la Francia sembra essere scivolata nel più squallido furore reazionario.

Fieri del loro successo, e dell’ovvia impressionante copertura mediatica, i manifestanti della domenica saranno tornati soddisfatti e gonfi d’amor patrio ai loro sacri talami. Probabilmente prendendo la metropolitana, che ormai da settimane è tappezzata di pubblicità di siti d’incontri on-line per coppie annoiate e alla ricerca di una piccola fuga extra-matrimoniale, ultime vestigia del libertinismo francese, unico segno tangibile dell’emancipazione sessuale, misera illusione della più infima delle libertà.

 

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog parigino de Il Fatto Quotidiano.

Libération a 40 ans

“Eravamo in 50 in 30 metri quadri e tutti fumavano Gauloises”, è il ricordo vivido di uno dei redattori. Era il 5 febbraio del 1973, quando il primo numero di Libération debutta nei chioschi. Non c’è ancora il celebre logotipo rosso, ma una fotografia campeggia sulla prima pagina, accanto alla promessa editoriale “Si vous le voulez un quotidien libre tous les matins”, letteralmente “Se lo volete, un quotidiano libero tutte le mattine”. Si presenta così, alla Francia post-sessantottina, il primo numero di Libé, come è affettuosamente soprannominato, un puro prodotto del maggio ’68, concepito in un momento d’ebbrezza, quasi d’incoscienza. Diventato ufficialmente un quotidiano nel maggio del ’73, venduto in edicola al prezzo di 0,80 franchi, Libération ha festeggiato i suoi 40 anni lo scorso anno, celebrando quattro decenni di informazione militante e attivismo.

Per l’occasione, la redazione ha lavorato a uno speciale “libro anniversario”, dove si racconta la storia di un’epoca, si passano in rassegna circa 10.000 edizioni del quotidiano e il lavoro di quasi 1000 giornalisti. Ma non solo. Libé ha raccolto tutte le sue prime pagine più significative in una mostra al centro d’arte contemporanea 104, nel nord di Parigi, e ha organizzato una serata danzante con ospiti internazionali e personalità del mondo dell’arte. “Perché fare un evento di quello che alla fine è stato solo un susseguirsi di giornate e giornali?”, è la domanda retorica del direttore Nicolas Demorand. La risposta, almeno in parte, è nei numeri: lo scorso 9 luglio, il giornale punto di riferimento degli intellettuali di sinistra, il primo organo d’informazione francese a parlare di omosessualità, aborto, ambientalismo e carceri, ha festeggiato i 10.000 numeri, che, tradotti in cifre, equivalgono a 80 km di carta, 800.000 titoli, 2 miliardi di battute e quasi 450.000 foto.

“Peuple, prends la parole et garde-la”, letteralmente “Popolo, prendi la parola e mantienila”. Era questo lo slogan di Libération, che, con la benedizione di Sartre, padre fondatore del quotidiano, sin dai suoi primi passi ha tentato di rivoluzionare la stampa: stesso stipendio per tutti, dal direttore all’ultimo arrivato, gerarchia ridotta al minimo, niente pubblicità e niente azionisti privati, per una completa indipendenza dell’informazione. Erano gli anni dell’avventura e dell’audacia, si sopravviveva grazie agli amici artisti che mettevano in vendita all’asta le loro opere d’arte e alle donazioni dei primi affezionati lettori. Questa semi-anarchia arrivò a un punto cruciale quando nel 1981 il giornale cessò le pubblicazioni. “Libération s’arrête pour libérer Libération”, aveva dichiarato Serge July, cinefilo e intellettuale amico di Sartre, che, appena ottenuti pieni poteri decisionali, licenziò in massa i redattori e scelse di ricominciare con una squadra ridotta, incaricata di ideare il “giornale che abbiamo voglia di leggere”. Superato l’impasse, il giornale tornò in edicola per quello che viene ricordato come il suo decennio d’oro, ma anche come il momento della normalizzazione, inevitabile per quanto non desiderata all’unanimità. Libé abbandona il chiassoso quartiere di Barbès e si rifugia presso place de la Bastille, in una nuova sede, dove inizia ad aprire la porta anche alle prime pubblicità.

Non per questo, tuttavia, Libé perde la sua impertinenza e il suo piglio audace, visibile negli arguti giochi di parole e nei titoli taglienti. Il quotidiano mantiene la promessa di un impegno non solo politico, ma anche estetico, dall’immagine in copertina alle illustrazioni che accompagnano gli articoli all’interno, tutti simboli di uno stile che, capitanato dalla losanga rossa, hanno contribuito a dare al quotidiano un’impronta unica sulla scena dell’informazione. Sotto l’egida di Serge July, prende forma il primo giornale in cui non ci sono redattori professionisti ma si dà spazio alle voci dal basso, come Michel Chemin, giovane operaio metallurgico che si ritrova a integrare la redazione nel 1974. E, nell’intenzione di avvicinarsi al giornalismo statunitense, gli articoli assumono sin da subito un taglio soggettivo, emotivo, che va oltre il semplice resoconto dei fatti e non ha paura di prendere posizione e schierarsi. Libérations’impone come quotidiano militante, che ospita sulle sue pagine gli scritti di autori come Marguerite Duras, le opinioni dei filosofi vicini agli ambienti di sinistra e inaugura i suoi celebri ritratti.

L’anniversario ha coinciso, purtroppo, con un triste record per il quotidiano, le cui vendite, dallo scorso gennaio, sono precipitate del 41%. Ma non solo. Libé deve anche fare i conti con un certo malcontento, sempre più diffuso, tra chi vede nel quotidiano fondato da Sartre il simbolo di una certa Francia bobo, affezionata ai suoi cliché piuttosto che a una vera informazione. Un anno intenso per Libé, che, come se non bastasse, il 18 novembre scorso, ha assistito inerme all’attentato dove è rimasto ferito un giovane fotografo di 23 anni. È stato forse per distendere l’atmosfera e placare gli animi che, in redazione, si sono lasciati andare a qualche divertissement, come il numero immaginario del quotidiano, datato 1° dicembre 2053, dove i giornalisti hanno immaginato l’attualità dei prossimi 40 anni, dopo un black out di internet durato 6 ore, e un’edizione d’autore, firmata da Bob Wilson, ospite d’onore del numero del 28 novembre, concepito, creato e impaginato in persona dal regista statunitense, invitato per un giorno negli uffici di Libé, per giocare con battute e titoli, finendo per incorniciare le pagine del quotidiano con un testo del suo amico John Cage.

Per non soccombere davanti alle gravi perdite economiche, già nel 2006 il quotidiano si era sottoposto all’acquisto del 40% delle sue quote da parte dell’imprenditore francese Edouard de Rothschild, evento che provocò le dimissioni di giornalisti come l’inviata Florence Aubenas ma anche dell’allora direttore July, il quale si disse pronto a sacrificarsi per l’avvenire del giornale. Il suo solo sacrificio non basterà: alla fine del 2006, sono 76 i dipendenti che perdono il posto. Duro, in proposito, il commento di Bernard Lallement, tra i fondatori del giornale, che dichiara caustico: “Il denaro non ha idee”.

Oggi Libé è cambiato. A fumare Gauloises nella redazione non ci sono più gli intellettuali che leggono Foucault, ma studenti formati nelle scuole di giornalismo e redattori professionisti. A quarant’anni dalla prima copertina, Libération incarna ancora l’idea di stampa militante ma non è più il quotidiano “movimentista senza partito”, come l’aveva definito una decina d’anni fa Serge July. Sulle pagine di Internazionale, Christian Caujolle, fondatore dell’agenzia fotografica VU e photo editor durante gli anni d’oro di Libération, scrive: “[…] anche se abbiamo amato l’epoca di libertà e creatività che abbiamo avuto la fortuna di vivere, è inevitabile che il mondo cambi e cambi anche la stampa. Rimane da capire qual è oggi ‘il giornale che abbiamo voglia di leggere’”.

 

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero.