Coffee and cigarettes

Dedicated to all people thinking when I’m writing I’m talking about them.

I am. 

Lei: “Quindi non torni più a Parigi?”

V: “No, non credo, per ora no”.

Lei: “Dai…ma come si fa a lasciare Parigi, la città dell’amore?”

V: “…”

Lei: “Ma non ti manca Parigi?” (ndr, la stessa persona almeno un mese fa mi chiedeva se non mi mancasse l’Italia)

V: “Sì un po’, ma non voglio tornarci”

Lei: “No, secondo me menti a te stessa, vedrai che ci torni”

———————————————–

Lui: “E cosa facevi a Parigi?”

V: “Un po’ di tutto, studiavo, lavoravo”

Lui: “E adesso passi le tue giornate a mandare curriculum, brutto no?”

V: “No, faccio anche altro”

Lui: “E cosa?”

V: “Cose mie”

Lui: “Se vuoi ti aiuto io a trovare lavoro, aspetta dammi il tuo numero…”

V: “No, non ti preoccupare”

Lui: “Sì, dai conosco un sacco di gente, senti, intanto vieni a cena da me stasera così ne parliamo?”

V: “…”

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Lei: “Io ho sempre voluto vivere a Parigi”

V: “Ah, davvero?”

Lei: “Sì, secondo me è la città ideale per vivere”

V: “Ma dai! Mi dev’essere sfuggito”

Lei: “Sì, davvero, io ci sono stata una settimana, mi ha cambiato la vita”

V: “Ok…”

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Lui: “Va bene, ma ora quali sono i tuoi progetti?”

V: “Ancora non lo so, mi guardo intorno, sto cercando di farmi venire un’idea”

Lui: “Secondo me dovresti scegliere un posto da cui cominciare”

V: “Sì, in realtà non mi dispiacerebbe vedere un posto nuovo…”

Lui: “Ma che dici! Per quanto tempo pensi ancora di prendere e partire? Hai 27 anni!”

V: “Prego?”

Lui: “Non hai altre esigenze adesso? Una casa, un ragazzo, una famiglia?”

V: “Ho preso un gatto”

Lui: “Parlavo seriamente”

V: “Me ne ordini un altro? Seriamente.”

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I dialoghi di cui sopra sono realmente avvenuti all’ombra di una piazza, tra un caffè e un pacchetto di sigarette sempre più vuoto, davanti a un salvifico campari soda, negli ultimi trenta giorni di vita italiana. A questo tipo di conversazioni ero abituata, sin dal mio secondo anno di vita all’estero: “Com’è Parigi? Come sono i francesi? Davvero non si lavano? Ma non ti manca la pasta? Ma quante volte a settimana la vedi la Tour Eiffel?”. C’è una particolare categoria di persone per le quali rappresenti una specie di alieno, non sanno bene se invidiarti o compatirti e, nell’attesa di decidere, ti bombardano di domande improbabili. Ora, niente è cambiato, le domande semplicemente sono volte al passato. E fanno solo un po’ più male.

Per chi non l’avesse intuito dal mio sopracciglio alzato, parlare di Parigi al passato mi fa venire un nodo in gola. Non ho mai considerato la Francia come una parentesi allegra prima di dedicarmi alla vita reale, anche se molti intorno a me la pensavano così. Per anni sono stata, anche agli occhi della mia famiglia, quella che aveva deciso di divertirsi ancora un po’ prima di “pensare alle cose serie” e a diventare grande. “Se vuoi stare ancora in Francia, prima di sistemarti, non fa niente, dai…”, commiserazioni di tale spessore mi sono giunte all’orecchio non poche volte. Per me non è stato mai così, invece. Mi sono impegnata sin dall’inizio perché Parigi diventasse la mia casa, per potermela meritare. E penso anche di esserci riuscita, almeno per un po’ di tempo.

Parlarne all’imperfetto non mi piace. Due giorni fa, nel treno, ho avuto un attimo di buio. Quando chiudo gli occhi, mi tornano in mente giorni che sto cercando di riporre in un cassetto, le mie strade, le mie parole francesi preferite, la musica, il Cafè Martin vicino casa a place Gambetta, i sei piani di scale, la rue d’Avron. Tutte le volte che sono stata felice e forse non me sono accorta. Parigi mi è sempre mancata tantissimo, non è una novità, ma adesso c’è qualcosa in più, o in meno forse. Tutto mi manca più di quanto avrei mai potuto immaginare, ma se potessi tornarci domani, non lo farei. Non mi sono mai sentita così, ma è quasi un sollievo, il fatto di struggermi per la mia vecchia città e poi realizzare, all’improvviso, di non doverci tornare, di non essere costretta ad atterrare all’aeroporto di Beauvais, aspettare una tristissima navetta, trascinarsi fino alla metro e poi a casa. Sarà pure un’illusione ma mi sento libera come non mi succedeva da almeno un paio d’anni.

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Please, don’t confront me with my failures,

I’ve not forgotten them.

Nico

“L’idea strana e terrificante che le si andava chiarendo riguardo al suo mondo futuro, mentre cercava di immaginarlo, era che lei in quel mondo non sarebbe esistita. Vi si sarebbe soltanto mossa, avrebbe aperto la bocca e parlato, facendo ora questo ora quello. Ma non sarebbe stata davvero presente.” Quando sono tornata in Italia, ho pensato che la mia vita sarebbe stata questa, un continuo parallelo con il passato, dove non sarei mai stata presente a me stessa, mi sarei solo mossa, costretta dalle esigenze, avrei solo aperto la bocca, senza pensare tanto ad argomentare le mie idee, “facendo ora questo ora quello”, accumulando distrazioni e amenità, come un personaggio dei racconti di Alice Munro, persa nelle coordinate spazio-temporali degli ultimi quattro anni.

Per fortuna non è stato così. In poco più di un mese, ho conosciuto almeno 50 persone nuove, ho una nuova bici, abbiamo adottato un gatto trovatello che dorme con noi, ho ripreso a correre lungo l’argine del Bassanello a Padova, ho comprato una tastiera pur non avendone lo spazio, ho chiuso gli occhi sotto il sole nella laguna di Venezia, ho preso parte a una riunione di redazione, sono tornata a fare teatro, ho letto tantissimi libri, scrivo molto di più, ho tante storie da raccontare, sono andata a scuola da una parte e dall’altra del banco, ho incrociato esistenze di cui vorrei fare parte. Mi sembra di aver ricominciato a respirare e a volte ho quasi l’impressione di essere felice, pur non avendone nessun motivo.

Non che tutto questo sia stato un processo naturale. Come Marion, la trapezista de Il cielo sopra Berlino, mi capita di pensare che se non facessi uno sforzo ogni mattina, vi sarei caduta sulla testa già da un pezzo e, soprattutto, che ho ancora il diritto di avere paura ma di non parlarne con nessuno. Alla fine, resto della convinzione che mi devo una vita, nonostante tutto, come scriveva Christopher Hitchens, tengo asciutte le polveri per le battaglie che ho di fronte, nella speranza di poterle riconoscere. E, per rispondere una volta per tutte, non ho progetti, non ho alcun piano B, né esigenze riproduttive. Per adesso, mi basterebbe andare a dormire senza avere paura di spegnere la luce, addormentarmi entro i primi 30 secondi. Poi potrò anche pensare al resto.

Se vi siete riconosciuti nei miei dialoghi, sappiate che ogni riferimento non è casuale. Fatevi qualche domanda, invece di rivolgerle alla sottoscritta, oppure non fatele affatto, in fondo conversare non è obbligatorio e un mondo più silenzioso sarebbe sicuramente un mondo migliore. Vi voglio bene.

Soundtrack: Days, The Drums

Images © WASTED RITA

Il primo giorno di scuola

“Vorresti che il tempo ti avvertisse. Degli ingranaggi che iniziano a cigolare, una lancetta che scorre più lenta. E invece il tempo si ferma così, senza un motivo, in modo brusco e non riprende mai più a ticchettare”. A scrivere è Ernest van der Kwast, nel suo libro Mama Tandoori, una sgangherata saga familiare, tra India, Canada, Olanda e Italia, letta in pochissimi giorni, su un divano padovano.

Oggi, lunedì 26 gennaio, nel cuore del quinto arrondissement di Parigi, sono ricominciate le lezioni, è ufficialmente iniziato il secondo semestre della Sorbona. Tutti saranno tornati sui banchi in legno degli splendidi anfiteatri dell’università, il basolato grigio della corte si sarà riempito di nuovi progetti, amici ritrovati, ansie per i risultati dei primi esami, le bacheche del corridoio di nuovo piene di annunci, locandine, manifesti. Ci sarei dovuta essere anche io su quei ciottoli grigi o incantata davanti agli affreschi dei soffitti. Ma, così è se mi piace, non c’ero e, chissà, forse non ci sarò più.

Eppure, anche io oggi sono andata a scuola. Non al mio adorato corso magistrale di letteratura comparata, ma nella piccola aula di musica dell’istituto comprensivo di Albignasego, comune alle porte di Padova, insieme a una decina scarsa di allievi e una delle migliori insegnanti che abbia mai visto all’opera. Alla mia destra, due ragazzi cinesi, alla mia sinistra, due moldave e di fronte una ragazza russa, una turca, una libica e due marocchine. E io, tra di loro, in qualità di osservatrice, a guardare uno sparuto gruppo di persone imparare la mia lingua. Ma questa è un’altra storia, di cui ancora conosco poco, ma altrettanto emozionante e, magari, tra qualche giorno la racconterò meglio, su altre pagine.

“Purtroppo non sempre riusciamo a essere quel che desideriamo. Molto più spesso siamo l’altro, l’ombra, l’invisibile, la speranza svanita. E se per una volta sfuggiamo al nostro destino, ci trasformiamo pian piano in un ammasso di puntini grigi che nessuno riconosce più”. Al risveglio, questa mattina, ho avuto paura di sentirmi così, come una speranza svanita, un grumo di amarezza, un ammasso di puntini grigi, incapace di vivere l’ora e il qui, continuamente proiettato nel passato. Stringo i denti e cerco di tenere fede al proposito di non cadere vittima della nostalgia di un altrove qualsiasi, di non cedere a facili spleen, di sfuggire ai madrigali tristi di Baudelaire, che amava ripetere: “A me sembra sempre che starei bene là dove non sono, e questa questione del traslocare è una di quelle che sto continuamente a dibattere con la mia anima.” Ma a volte non c’è forza di volontà che tenga.

Non è neanche tristezza, solo un crudele senso di spaesamento. Cammino e penso di trovarmi su una strada diversa, di veder passare il vecchio autobus che mi portava a casa, di guardarmi intorno e vedere una fermata della metro. Quello che è stato mi insegue dappertutto, anche quando sono a occhi chiusi, anche quando m’illudo di esserne guarita. Mi vengono in mente serate di cui avevo anche dimenticato l’esistenza, facce viste solo una volta, marciapiedi e panchine incontrate per caso che, di colpo, generano uno struggimento insensato, il nome curioso di una corte, il piglio delle statue di marmo nei giardini, le curve di un ponte sulla Senna. Oggi, però, a ritornare in mente è stato un siparietto ridicolo.

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The dream is collapsing

L’anno scorso, gennaio, abitavo da sola, con due gatti a carico e due lavori per mantenere me e la mia famiglia felina a Parigi. Ero sempre stanca e amareggiata, a interrogarmi continuamente sul senso delle mie giornate, ma a pensarci ora, avevo una vita piena di (dis)avventure e scoperte e non mi annoiavo neanche un secondo. Anzi, ero così gelosa del mio tempo libero da cercare di impiegarlo sempre nel migliore dei modi, andavo a teatro, passavo pomeriggi in biblioteca, leggevo tanti libri, il mio appartamento prendeva forma, a mia immagine e somiglianza. Altri tempi. Tornando al lavoro, di giorno, ero in un negozietto di giocattoli nel Marais, la sera in un ristorante italo-ebraico a Charenton. Un giorno racconterò del senso degli ebrei francesi per la cucina italiana, dei piatti improbabili che sono stata costretta a servire, dell’arredamento infelice della sala, dei grugni sgradevoli che ho fatto accomodare con i miei migliori sorrisi, della meravigliosa vigilia di Capodanno passata a riverire la famiglia allargata dei due proprietari e mandata giù a sorsi di grappa nascosta nelle tazzine di caffè, ma tutto questo merita una sessione di amarcord a parte.

Ho resistito solo qualche mese, grazie ai miei adorati amici-colleghi, Valentina, Salvatore, Alessandra, tra le poche persone conosciute a Parigi che spero un giorno di ritrovare sulla mia strada. E poi Antonio, pizzaiolo barese, posizionato al centro del ristorante, in bella vista, lui, il suo forno e i suoi coloriti apprezzamenti sulla clientela ebrea, alla quale rivolgeva i peggiori epiteti immaginabili, in salsa meridionale. Intorno, le risatine estasiate e ignare dei clienti inebetiti e lieti di mangiare la vera pizza italiana, proprio di fronte a un pittoresco esemplare di verace maschio italiano, sporco di farina, e che avrebbe voluto vederli tutti sparire. Sullo sfondo, le canzoni di Paolo Conte e il suono acuto del montacarichi che continuava a tintinnarmi nelle orecchie anche di notte.

A noi camerieri sconsolati, invece, Antonio, oltre a una pizza à la carte a fine serata (tra le migliori che abbia mangiato in Francia), riservava un incoraggiamento tutto personale. All’improvviso, ci batteva le mani a un millimetro dalla faccia, si metteva a ridere e gridava: “Daje, un paio de scarpe nove e giri il mondo!”. Oggi, mentre sceglievo un paio di scarpe nuove, in preparazione alla prossima partenza, è saltato fuori questo. E sono scoppiata a ridere nel negozio.

“Non sappiamo perché, ma ci aggrappiamo alle persone”. Anche quando è la cosa più inutile da fare. Io avevo intravisto la battaglia persa in partenza, la strada verso l’infelicità come condizione perenne dell’animo, la solitudine come stato di famiglia. Eppure mi ci sono aggrappata con tutte le mie forze, ma l’intreccio di illusioni e bugie non ha retto il colpo. Almeno per una volta, forse la prima, adesso mi piacerebbe aggrapparmi a quello che ho fatto, visto, scoperto, io, completamente da sola, a tutte le esperienze, anche le peggiori, anche agli improbabili dopo-serata alla chiusura del ristorante, anche agli sgangherati ritorni in metro a casa, con i guanti, il cappotto e la sciarpa impregnati dell’odore della cucina. Per oggi, primo giorno di scuola, come compiti per casa, voglio aggrapparmi a quello che è rimasto, di mio soltanto. Fosse anche uno stupido ammasso di puntini grigi.

Soundtrack: Il treno va, Paolo Conte

Image: © Witchoria

L’acqua al timo di casa

Bruce Chatwin era convinto che la casa fosse una perversione umana, che la vera dimora dell’uomo fosse la strada e che gli oggetti riempissero il cuore di paure e del timore di perdere tutto, costringendo gli uomini a passare la vita facendo la guardia ai propri possedimenti e ad accontentarsi di un’esistenza sedentaria e noiosa.

Purtroppo, però, di Chatwin ce n’è stato solo uno, la maggior parte dei comuni mortali sogna un appartamento in centro, soldi e posto fisso e, per fare i nomadi, come diceva Maria Perosino, spesso bisogna munirsi di una valida motivazione, “per chi ha bisogno di viaggiare e ha bisogno di una scusa per farlo, per non arrivare a chiedersi ‘che ci faccio io qui?’ che quando ci si fa queste domande e si è da soli e non si è Chatwin le risposte rischiano di essere un po’ imbarazzanti.”

In mancanza di valide motivazioni e per sfuggire a risposte imbarazzanti, circa due mesi fa ho messo fine al mio vagabondare e mi sono trasferita in quella che pensavo sarebbe stata una delle dimore più durature della mia vita. A pensarci, sembra ieri. Appena arrivata a casa, ho messo il mio nome sulla cassetta delle lettere e scritto a tutti con entusiasmo il mio nuovo indirizzo, dove potermi trovare da qui ad almeno altri tre anni.

Io, che ho da sempre sbandierato il vessillo del nomadismo, mi sono incredibilmente attaccata all’idea di casa e a tutto quello che questa si porta con sé: l’inevitabile restringersi di ogni orizzonte, le giornate quasi sempre uguali, il rassicurante comfort di sapere forse non quello che si farà tra un anno ma almeno il posto dove si starà dormendo. Tutta la dimensione domestica, con le sue piccole meschinità, i suoi infimi melodrammi, che odiavo e alla quale ho faticato ad abituarmi, mi è entrata nelle ossa e ancora adesso stenta ad andarsene. Mi guardo indietro, di certo non ero felice, sicuramente non ero io, ma avrei dato tutto per restare. Perché?

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Volevo delle abitudini, un ritmo sempre uguale, addormentarmi al sicuro. Sapere di avere un posto di cui fidarmi ciecamente, dove tornare e potermi rifugiare, perché il mondo non mi seguisse anche dopo la porta di casa. Come scriveva Perosino, le abitudini mi sembravano rassicuranti, un lusso che finalmente mi sarei potuta permettere “perché fanno risparmiare tempo e energia. Non abbiatene paura, c’è già la vostra vita che non è abitudinaria.”

Appena un mese e mezzo dopo, qualcuno mi ha ricordato che non era il momento di essere abitudinari e addormentarsi felici ai piedi della Basilica del Sacro Cuore. Un giorno, forse, racconterò anche del modo barbaro in cui sono stata riportata alla cruda realtà, ma questa è un’altra storia. Ho abbandonato una gabbia dorata, un inutile scontro quotidiano, una causa persa in partenza. Ho lasciato le chiavi sulla mia vecchia scrivania e ho chiuso la porta alle mie spalle. Il resto, ahimè, è noto. Eccomi qui: l’ultimo domicilio conosciuto è ormai lontano e il prossimo ancora non s’intravede.

Nel frattempo, vago tra una città e l’altra e mi fingo una del posto nelle residenze temporanee dove mi capita di sbarcare. Memorizzare le strade, imparare a trovare il senso dell’orientamento da sola, leggere il quotidiano locale, decifrare il dialetto del posto, scovare scorciatoie e piccole meraviglie nascoste: “è solo impadronendosi di un luogo che ci si può permettere di buttare tutto all’aria e ricominciare da capo. O almeno fare un sano reload dello stato d’animo”. Ne sono stata sempre convinta.

Ora, questa improvvisa libertà mi dà quasi le vertigini. Non riesco ancora a gestirla, non mi appartiene. Immagino destinazioni, ogni stazione, ogni nome di città mi appare come una possibilità di vita. Organizzo viaggi virtuali, mi proietto in centinaia di aeroporti e intanto sogno ancora di risalire la collina di Montmartre fino alla rue Norvins e abbandonarmi sul divano tra i gatti a fissare le travi a vista del soffitto, con il pianoforte di sottofondo.

La solitudine è tornata, senza diventare nostalgia struggente, né uno stato d’animo da cui fuggire o da ricercare. Più che altro uno stato di famiglia, di quelli che si ereditano dalla nascita e non si possono cambiare. Contro cui c’è ben poco da fare. Quasi ridicola, nel suo grottesco. Quasi comica, direi, se non ci fosse ancora un nodo allo stomaco a tenermi sveglia la notte. Ma non ho avuto molta scelta. Così, mi sono decisa a rimettere i miei 27 anni in uno zaino e a portarmelo sulle spalle e almeno a cercare di non pensarci più.

Bisogna solo capire da che parte fare il primo passo, da dove iniziare. Lasciare andare una volta per tutte gli ultimi mesi, anni, sbagli, indirizzi. Ripartire. Ieri sera, camminando per strada e raccontando le ultime disavventure, un amico mi ha detto: “sai, anche io avrei bisogno di un posto che fosse mio, di cui prendermi cura, ma non ci penso. Semplicemente ora non è il momento di dare l’acqua al timo di casa”.

Non avrei saputo dirlo meglio.

Soundtrack: In my life, The Beatles

Image: © Emiliano Ponzi

Il vento cattivo

Quello che mi piace di più quando arrivo a Parigi, sbarco a Porte Maillot e prendo la linea 1 della metropolitana per tornare a casa è guardare le pubblicità: manifesti di spettacoli, concerti, mostre, è come se la città mi stesse dando ancora una volta il benvenuto e mi dicesse cosa ha messo in serbo per me. Una girandola di novità, di possibilità, di esperienze nuove: è quello che è stata per me Parigi durante questi quattro anni. Sin dal primo giorno. Tutte le volte che l’ho lasciata e poi l’ho ritrovata, da quella prima volta in cui mi avventurai in un viaggio in macchina Matera-Parigi, lungo un’Italia sommersa dalla neve nel 2010. Un eccitante oceano di novità, di scoperte, fosse anche una strada sconosciuta per andare al lavoro.

Adesso, invece, tornando a casa, la terra sparisce sotto i piedi. Le strade, quelle nuove, quelle già percorse mille volte, si confondono. Il passato e il presente mi annebbiano la vista. La città non mi appartiene più. Non è più mio il quartiere di Montmartre, che avevo cominciato a conoscere. Il suono del pianoforte che sentivo dalla finestra e la cupola del Sacro Cuore che spunta improvvisa, alzando gli occhi, quando tornavo dal supermercato. C’è ancora il mio nome sul campanello, ma non è più mia la porta verde della rue Norvins. Parigi è diventata una delle città invisibili di Calvino, dove la realtà si mescola con l’illusione, il sogno si muta in un incubo.

Affacciarmi dalla finestra oggi è come sporgermi sull’orlo di un abisso. Tutto quello che c’è fuori mi terrorizza. Vorrei restare in un luogo senza più spazio né tempo, senza passato o futuro, un limbo indolore, un’anestesia costante. Sparire e non sentire più niente.

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Sono qui, con le mie valigie fatte, con i cartoni pieni, e aspetto la partenza come il generale Bolivar, perso nel suo labirinto, aspettava un dolce oblio, sdraiato su un’amaca di fronte all’oceano. “Andiamocene, qui non siamo più desiderati”, diceva al suo maggiordomo. O forse siamo noi che, dopo tutti gli sforzi, i tentativi, le attese, non desideriamo più. E così, un altro trasloco, un altro treno, un’altra vita, forse. Questo è quello che mi consola, che sicuramente ci saranno altri indirizzi, altri aerei, altre biciclette, altre partenze più felici, altre lingue da imparare, altre esistenze da incrociare. Nuove possibilità di vita che ancora adesso non riesco a scorgere.

Mi piacerebbe guardarmi allo specchio, come Massimo Troisi, e dire che ricomincio da tre. Ma, questa volta, il vento cattivo ha soffiato troppo forte e ha sgretolato ogni cosa in mille frantumi e, anche volendo, non riuscirò a raccoglierli tutti. Fare scelte sbagliate e pagarne il prezzo: adesso penso di sapere davvero cosa voglia dire.

Parigi per me finisce qui. Migrazioni interne, o internazionali. Che tanto poco cambia.

Soundtrack: The Ribbon, Rodrigo Amarante

Image : © Witchoria

Morire per amore è bello, ma stupido

Irene ha 24 anni, studia antropologia all’École de Hautes Études en Sciences Sociales a Parigi e vive nel decimo arrondissement della città. Gioca qualche volta a pallavolo, lavora poche ore in una cartoleria, collabora con un’associazione di volontariato per le donne colpite da cancro al seno, si ferma a guardare da vicino i barboni di Parigi. Lei stessa ha dovuto farsi asportare un seno, “per assomigliare di più alle amazzoni”. I suoi obiettivi sono tre: realizzare un reportage a fumetti sui clochard a Parigi, diventare protagonista di un fumetto e suicidarsi. Un progetto che propone agli stessi autori Ruppert & Mulot, durante una sessione di dediche in una libreria in città. E i due rifiutano. È da questo fumetto nel fumetto, da questa sequenza metanarrativa che prende il via la storia, divisa in capitoli, di “Irene e i clochard”.

suicidio

“L’amore romantico è stato inventato per manipolare le donne”

“Un giorno dovrei mettermi a girare per strada con una pistola per far fuori tutti quelli con una faccia poco convincente”, si dice Irene, schivando le facce meschine dei parigini annoiati. Innamorata di Naïma, giornalista di Libération, Irene non riesce a liberarsi del disincanto, del pessimismo, dell’indifferenza che la accompagna e che lei stessa considera tra le migliori armi personali. Seduta sul divano del suo monolocale, davanti al cielo di Parigi, immagina di capitolare dal balcone, di mollare anche l’ultimo ormeggio che continua a tenerla legata a terra. Impastoiata in una vita metropolitana che ha perso ormai ogni luccichio, angosciata dalle conversazioni di chi le sta intorno, cammina portandosi dietro una katana, per uccidere, almeno nella testa, chi intavola discussioni arroganti, si sofferma su argomenti banali, la sua amante, che non è innamorata di lei ma ci esce lo stesso insieme anche se le sue amiche di Versailles “scopano meglio”. Un climax di violenza costante, a volte triviale, se non splatter, ma sempre effimero, instabile, in equilibrio tra comicità e disperazione.

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Intanto Irene si lascia trasportare dalla città, continua ad andare a letto con Naïma, perché senza anche quel minimo sussulto la vita sarebbe forse uguale a quella dei suoi clochard, in pieno sfacelo psico-emotivo. Si lascia andare a un’aggressività repressa, fin troppo riconoscibile e familiare, facendo affiorare un lato oscuro, che, sulla carta, diventa estremamente realistico e struggente. Sopravvive in un sentire acuto, come carne viva, afflitta da una realtà che vive di vita propria e della quale si ritrova spesso a essere semplice spettatrice, sfiancata da Parigi, dai suoi tentacoli di ferro, dall’inerzia delle sue strade e dal suo lancinante anonimato.

“L’indifferenza e la menzogna sono potenti armi personali”

Il tratto del disegno è nervoso, quasi asincronico, leggerissimo, senza alcuna campitura e la predominanza del bianco sulla pagina è solo un’illusione. Il disegno è una trama di linee nere che intessono la polifonia dei tetti di Parigi, le facciate liberty dei palazzi, il frontone barocco delle stazioni. Ma non solo, la traiettoria di una mosca sulle pareti, i volti confusi della noia in metropolitana, la scenografia di una Parigi muta e indifferente, che scorre via quasi senza far rumore. Jérôme Mulot, in un’intervista, ha parlato di “ligne claire fragile”, una linea labile e sottile, sincopata, quasi una trasposizione per matite dell’essenza di Irene.

Le sequenze sono precise, i movimenti esatti, senza alcun orpello o dettaglio ornamentale, lo stesso tratto fragile delimita corpi e palazzi, arti umani e strade, ancora una volta nel tentativo di annientare l’introspezione e la carica emotiva e affidare tutto all’essenzialità dell’azione e del movimento. Il volto in sé non esiste, al suo posto un anonimo accento circonflesso trionfa sull’ovale di ogni personaggio, per annullare la mimica facciale e sfuggire all’identificazione del lettore a tutti i costi. Come già avevano fatto nei loro libri precedenti, Ruppert e Mulot veicolano l’interiorità dei personaggi attraverso le azioni, la gestualità, lo slancio essenziale di un movimento, come in un intenso behaviorismo a fumetti.

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“Il disgusto è la risposta appropriata alla maggior parte delle situazioni”

“Irène et les clochards” è stato pubblicato in Francia nel 2009 dalla casa editrice indipendente L’Association, la stessa di Marjane Satrapi e David B. Florent Ruppert e Jérôme Mulot sono i due autori, presenti in una sequenza del fumetto, probabilmente in un episodio realmente accaduto della propria vita. Cammei improvvisi in tutte le loro storie, fantasmi privati messi su carta, Ruppert e Mulot non hanno rinunciato ad avere la loro parte anche nella vita di Irene. I due, rispettivamente classe 1979 e 1981, si conoscono all’École nationale supérieure d’arts di Dijon e iniziano a lavorare insieme dal 2002. Il loro sito è una miniera di piccoli tesori a fumetti, dai fenachistoscopi ispirati a Muybridge ai “Petits accidents sur commande“, incidenti mortali à la carte, realizzati dalla coppia su richiesta dei lettori che hanno inviato loro descrizione del bersaglio e morte desiderata.

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“A una certa età, gli ideali vengono rimpiazzati da obiettivi convenzionali”

Mi sono imbattuta la prima volta in Irene per caso, restando folgorata dalla sua figura che sorvola la città di Parigi, tratti bianchi su sfondo nero, con una katana in mano. Quell’immagine mi ha fatto compagnia per tanto tempo, senza sapere da dove venisse fuori, finché non me la sono ritrovata davanti sullo stand di Canicola Edizioni, associazione culturale e casa editrice di fumetti con sede a Bologna, durante l’edizione 2013 del Festival Lucca Comics & Games, al quale mi ci sono trovata sempre per puro caso. Prima di ritornare a Parigi, a seguire anche io traiettorie incerte e un sogno sempre più vicino allo sfacelo. Ma senza katane.

Il risveglio di Irene sul sito di Ruppert & Mulot.

Autumn Leaves

Oggi è la vigilia del mio compleanno. Che io lo scriva senza timori e riserve dimostra una certa consapevolezza, quella di aver fatto più o meno pace con quello che è stato sempre un avvenimento controverso del mio abbondante quarto di secolo. Non ho mai organizzato feste, né invitato gli amici a cena, né portato torte in ufficio e la minaccia che mia sorella è solita rivolgermi quando litighiamo è “guarda che ti faccio una festa a sorpresa per il tuo compleanno!”. Ora, non che sia in procinto di organizzare un party indimenticabile sotto la Tour Eiffel, ma non ho neanche l’impulso di nascondermi sotto le coperte e spegnere telefono, computer, cervello, come succedeva fino allo scorso anno.

Orbito alla giusta distanza tra sogno e realtà e penso di aver più o meno raggiunto un equilibro tra lavoro, studio, progetti, utopie e l’infinita burocrazia esistenziale di questa città, tra dichiarazioni di redditi inesistenti, soldi da recuperare qua e là, contratti, certificati e giustificazioni di domicilio da presentare anche per comprare una baguette. Inoltre, tra me e Parigi vige una tregua ormai duratura e abbiamo iniziato a volerci di nuovo reciprocamente bene. Questa città mi regala ogni giorno sorprese, me le ritrovo lungo la strada sotto forma di persone inattese da conoscere, percorsi (o ferrovie abbandonate) da esplorare, biblioteche e librerie che spuntano a ogni angolo, avventure da vivere. E un nuovo appartamento.

A Parigi, ho vissuto circa in 12 case diverse. Chi ha cercato un tetto nella capitale francese almeno una volta nella vita sa che cosa significa tutto questo, le dimensioni incommensurabili che prende quella che dovrebbe essere la semplice ricerca di un alloggio, conosce bene i brividi lungo la schiena alla parola “dossier”. L’idea di cercare un appartamento è stata una fonte di angoscia quotidiana per anni. Ho passato mesi a lasciare messaggi in segreteria, scrivere e-mail, spulciare annunci, inventarmi soluzioni provvisorie. Ho assistito a veri e propri colloqui dell’assurdo, e a volte ne sono stata la protagonista, se non la vittima, cercando di convincere il padrone di casa a fidarsi di me, supplicandolo di darmi una chance, corrompendolo promettendo dieci mensilità in anticipo, tutto per avere un misero posto letto in uno studio di 10 metri quadri, al prezzo di un normale appartamento per due nelle altre città.

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Sono volata da un subaffitto all’altro, vivendo permanentemente in condizioni temporanee. L’instabilità è diventata la normalità e ci si abitua giorno dopo giorno alla precarietà, a fare le valigie in pochi minuti, a organizzare i traslochi alla perfezione, ad avere almeno tre domicili, a ricevere la corrispondenza in posti diversi e andarsela a recuperare perdendo giornate intere, a prestare sempre attenzione quando si parla di alloggi e case. Però, alla fine, mi sono divertita e conosco benissimo quasi tutta la città di Parigi, anche per via di tutti gli indirizzi che ho accumulato negli anni. Quando un amico si trasferisce in un quartiere, so consigliargli negozi, bar e anche il supermercato meno caro e io ho collezionato ricordi in tantissimi posti diversi.

La mia prima casa è stata un bed & breakfast di Oberkampf, a casa di un’elegante donna in carriera. All’epoca ero una stagista dell’Ambasciata d’Italia a Parigi, passavo la maggior parte del tempo nei quartieri più ricchi, vicino alla Tour Eiffel e pensavo di essere lontana da tutti i centri nevralgici della città, ignara che tra Oberkampf e Ménilmontant avrei poi trascorso quasi tutte le serate dei quattro mesi a venire. L’anno scorso, invece, mi sono trasferita a Père-Lachaise e ho avuto l’ebbrezza di un appartamento tutto per me, con un contratto vero, dove alla fine ci sono rimasta solo per pochi mesi, prima di saltare dall’altra parte del cimitero, al sesto piano di un palazzo sgangherato. Qui, al secondo piano, abita un’anziana signora che pulisce tutte le mattine la porta di casa perché, un giorno mi ha detto incontrandomi per le scale, qualcuno viene a bussarle ogni giorno e le grida che è tutta sporca. Al primo piano, invece, c’è un bambino dagli occhioni nerissimi che vive con un’altra anziana signora e mi ricordano tantissimo Momo e Madame Rosa de La vita davanti a sé di Romain Gary.

Uno dei miei domicili preferiti è stato un piccolo studio a Bagnolet, vicino place Edith Piaf, l’appartamento di una giornalista che mi ha lasciato casa per tre settimane. Un rifugio accogliente, pieno di cuscini, abat-jour, libri, giornali, tazze una diversa dall’altra e una radio impermeabile da ascoltare sotto la doccia. Tra i peggiori, sicuramente il mese e mezzo in Avenue d’Italie, in una stanza di pochi metri quadri senza finestre, con un materasso buttato sulla moquette polverosa e libri e vestiti obbligatoriamente chiusi negli zaini per mancanza di spazio. I quartieri dove ho vissuto più a lungo sono il ventesimo e soprattutto il tredicesimo arrondissement, nei pressi di Place d’Italie. Conosco benissimo i ciottoli del quartiere Saint-Blaise e del villaggio della Butte aux Cailles, nonché due dei migliori ristoranti asiatici della città e ho scoperto un giorno per caso la Cité Floral, un micro-quartiere isolato del sud di Parigi, un gomitolo di vialetti, dove tutte le case hanno le pareti dipinte di colori pastello e aiuole fiorite e le strade hanno il nome di fiori e arbusti.

Maeve Brennan ha scritto che l’idea di casa è un luogo della mente. Per me, oggi questo luogo è un appartamento semi-vuoto ai piedi della basilica del Sacro-Cuore a Montmartre. Ha la porta verde, le pareti bianche e il soffitto con le travi a vista. Qui tra qualche giorno lascerò definitivamente le valigie e inizierò a sistemare tutti i miei libri secondo il colore delle copertine, come ho sempre voluto fare.

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Ricordo benissimo cosa avevo immaginato per i miei 27 anni quando ero più piccola. Pochi desideri, ma alcuni incredibilmente forti. Quando ho iniziato a lavorare in un pub a 19 anni, a Lecce, avevo ingenuamente pensato di mettere i soldi da parte per trasferirmi a Parigi il più presto possibile. Ero iscritta all’università, ma dopo qualche mese ho smesso di frequentare e ho cominciato subito a lavorare in un giornale. Sognavo di continuare a scrivere, di avere tanti libri intorno, almeno un gatto, di avere la possibilità di viaggiare e conoscere posti nuovi, che fosse anche una strada diversa per tornare a casa o andare al lavoro. Speravo di riuscire a stare sempre bene con la sola compagnia ingombrante della mia persona e di sentirmi in un modo o nell’altro libera di fare quello che mi piace.

A conti fatti, oggi penso di aver più o meno realizzato ogni cosa, con il bonus speciale di una variabile fissa, presente nella mia vita da almeno tre anni. Ancora non so che cosa voglia dire essere felici, sentirsi bene sotto tutti i punti di vista, semplicemente in pace, sicuri di sé, delle proprie scelte, ma alla fine le persone troppo sicure non mi sono mai piaciute, i dubbi sono molto più faticosi ma anche più eccitanti e mi sono sempre sottratta alla schiavitù della felicità a tutti i costi. Come diceva sempre Romain Gary, alla felicità preferisco la vita, e la mia, soprattutto negli ultimi tempi, è quella che mi sono sempre augurata di vivere.

Images © Emiliano Ponzi

Soundtrack: In my mind, Amanda Palmer

Paris, rue François Miron

L’intenzione era quella di stare lontana dal computer, parlare con almeno cinque persone diverse durante il giorno, tornare a casa stanca e addormentarmi subito, imparare nuove cose, abbandonare la scrittura, almeno per un po’. Così l’anno scorso, ho iniziato a lavorare in un negozietto di giocattoli e accessori nel Marais, nella parte sud del quartiere, quella più discreta, con meno kebab e più gallerie, meno bar alla moda e più palazzi residenziali.

Il negozio si trova in rue François Miron, accanto alle abitazioni medievali risalenti al Trecento, tre case dal tetto spiovente, con le travi in legno, tra le più vecchie di tutta Parigi, dove, incredibilmente, ho scoperto che hanno l’ascensore (chi sa dove abito capirà il motivo di tale sgomento)! Di fronte, gongola uno degli empori più famosi della capitale, Chez Izrael, un pittoresco bazar di spiriti e sapori da tutto il mondo, gestito da un’anziana coppia, Françoise e Izrael, canuti e schietti. Qui si fa la fila per comprare frutta secca e datteri, olive marinate e dolciumi turchi, spezie e riso, noci di macadamia, anice, tamarindo, acquavite di Borgogna, farine, tarama, pesto, acciughe, feta, canditi e ci si perde nella collezione di pepe e olio d’oliva.

Cercavamo proprio Chez Izrael, io e i miei genitori, quando abbiamo scorto l’annuncio di lavoro, esattamente un anno fa. Ho accettato il posto per sfuggire alla solitudine della scrittura in solitaria dietro a un computer e avere un minimo contatto con il mondo reale. Avendo debuttato nel periodo prenatalizio, più che un contatto, ho subito una vera e propria invasione barbarica, una sfrenata corsa al regalo, con più di 2000 scontrini al giorno e migliaia di clienti in un negozio di una ventina di metri quadri. In pochi mesi, ho imparato a fare i conti rapidissimamente, a confezionare pacchetti regalo impeccabili, a improvvisare un argomento a favore di ogni singolo articolo del negozio, a inventare parole in francese e a farmi anche capire.

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La clientela è abbastanza varia. Tanti turisti alla ricerca di un briciolo di Parigi da portare a casa, fidanzati smarriti alla ricerca di un braccialetto o un paio di orecchini da regalare, donne giapponesi che in 5 minuti escono con 300 euro di borsa appesi al braccio, eleganti signore del quartiere che vengono a controllare le novità, ragazzine appassionate di bricolage che collezionano nastri adesivi colorati, nonne con passeggini al seguito, indefessi arbitri del gusto che passano i fine settimana a cercare un vassoio per l’aperitivo che abbia la stessa sfumatura di verde del divano del salotto, studentelli in cerca di cover per i-phone, madri disperate che, alla vigilia delle vacanze, hanno un urgente bisogno di giochi, stampini, timbri, carillon e ninnoli per tenere occupata la prole.

Ho continuato a lavorare fino al mese di maggio e ho ripreso da poco, nonostante quest’anno sia in tutt’altre faccende affaccendata, per il piacere di tirarmi fuori dal mio bozzolo e andare al lavoro fuori dalle quattro mura di casa, perché alla fine chiacchierare con i clienti e aiutarli a fare un regalo mi piace, mi piace quando arrivo la mattina presto, da sola, faccio partire la musica e lascio la porta aperta e anche per guadagnare un po’ di soldi, da spendere in frivolezze senza tanti sensi di colpa.

Ogni giorno ho circa un’ora di pausa, che di solito impiego lanciandomi alla scoperta del quartiere. Se c’è bel tempo, invece, vado a sedermi vicino la Senna oppure sulle panchine di Square Marie Trintignant per leggere al sole. Scarto tutte le boulangerie di lusso e vado da Manon, una panetteria discreta vicino la metropolitana, tra le migliori della zona. Da qui, poi trattengo il fiato per attraversare la rue du Prévot, una sorta di toilette pubblica del quartiere, e sbuco dall’altro lato dell’isolato. Una settimana fa, c’era un sole insperato, mi sono seduta sul ciglio della Senna, mi sono sentita felice, pur non avendo nessun motivo in particolare. Mi sono detta che quando mi succede qualcosa di bello, resto sempre un po’ interdetta, non so come reagire, se esultare, se sorridere, se fare finta di niente e l’entusiasmo sfuma in quei pochi secondi. Invece, sentire affiorare la serenità, quasi la contentezza senza motivo è la forma di buon umore che mi riesce meglio, almeno finora.

Prima di tornare dietro il bancone, passo da Chez Mademoiselle, in rue Charlemagne, a prendere un caffè. È un ristorante accogliente, con una bella terrazza. L’anno scorso, avevo l’abitudine di andarci quasi tutti i giorni e hanno cominciato a chiamarmi “la petite” e a prepararmi un caffè già quando mi vedevano arrivare. Sono le gioie infinitesimali dell’essere straniero in una città e trovare un angolo di casa in un bar sconosciuto.

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Poco distante inizia il Village Saint-Paul, una serie di cortili collegati fra loro, dove si affacciano ristoranti, gallerie, mostre temporanee, negozietti di chincaglierie e antiquariato. Svoltando verso rue Saint-Paul, tornano le decorazioni improbabili, il Museo della Magia, l’Hotel della Settima Arte, con ninnoli e souvenir dal mondo del cinema, ristoranti di sushi e il famoso Thanksgiving, storico punto vendita americano, dove trovare cheesecake fatte in casa, cheddar, tutto l’occorrente per preparare i veri hot-dog e hamburger, bourbon e whiskey dalla California, tortilla di mais, birre americane e ovviamente tacchini e ingredienti del ripieno, il tradizionale “turkey stuffing”, per il Giorno del Ringraziamento. Tornando indietro, si passa per rue de Fourcy, dove troneggia la Maison Européenne de la Photographie, gigantesca istituzione della fotografia, che ha accolto le mostre, fra gli altri, di Lynch e Salgado. Poco lontano, un porticato con le vetrine di un negozio di biancheria intima è il rifugio di tre, quattro clochard, che ormai non chiedono neanche più l’elemosina. Prendendo invece rue de Jouy, ci s’imbatte in una delle librerie indipendenti più autorevoli di Parigi, gestita da madame Michèle Ignazi.

Il mio negozio è un po’ come il resto del quartiere: il trionfo del superfluo. Vendiamo guanti per le mezze stagioni, piccoli e costosissimi magneti da frigo, radioline che si caricano a manovella, portamonete in pelle d’anguilla, occhiali senza correzione, mini-cannoni usa e getta per esplosioni di coriandoli, timer per misurare il tempo d’infusione di tè e tisane, spugne da cucina ecologiche e biodegradabili. Si entra raramente trafelati, alla ricerca di un bene di prima necessità, ad eccezione degli sventurati turisti colpiti da un acquazzone che si affacciano chiedendo disperatamente un ombrello e se ne vanno moggi rifiutando la mia proposta di acquistare un ombrellino di design a 45 euro, l’unico che abbiamo.

Mi piace restarmene dietro il bancone e osservare chi si aggira tra gli scaffali, entrare per un attimo in collisione con altre esistenze. L’anno scorso, per ringraziarmi dei consigli nella scelta dei regali, un ragazzo è tornato a regalarmi un cd di Bruce Springsteen (!) e una lettera in italiano, visibilmente tradotta con Google, con annesso numero di telefono, dove mi scriveva che a Napoli, la statua del Cristo gli aveva promesso di inviare sulla sua strada una piacente donna italiana, che sarei io. Una signora della Carolina del Sud mi ha raccontato di una traversata in auto lungo tutta la Puglia a fotografare i siti archeologici, con suo marito, storico dell’arte medievale. Pochi giorni fa, entra precipitoso un signore. Mocassini di pelle, jeans leggermente cadenti tenuti su da un cinturone nero, una t-shirt viola attillata infilata dentro i pantaloni, un lungo cappotto grigio e una shopping bag bianca di tela. Aveva occhi vispi nascosti dietro un paio di occhiali evidenti dalla montatura nera pesante, pochi capelli e un accento straniero che me lo ha reso immediatamente simpatico. “Bonjour madame”, ha esordito, “avete cartoline per condoglianze?”. Ho fatto un veloce inventario in testa: noi abbiamo carte di compleanno psichedeliche, cartoline d’auguri in legno, cartoline di Parigi panoramiche, cartoline di Parigi acquerellate, cartoline con disegni giapponesi, nient’altro. “Ho fatto il giro di tutto il quartiere, ma non sono riuscito a trovarle. Sembra quasi che, da queste parti, morire sia proibito”.

Images: © Olimpia Zagnoli © Emiliano Ponzi

Soundtrack: Molly Nilsson, opera omnia

Paris, rue d’Avron

La rue d’Avron è un lungo viale del 20simo arrondissement di Parigi. Io ci passo almeno due volte al giorno e la conosco ormai fin troppo bene. Saranno quattro anni che la attraverso, in una direzione e nell’altra. Di fretta, oppure piano guardandomi intorno. Con l’emozione di un trasloco e di una nuova vita, ferma lì ad aspettare, o con l’amarezza di una partenza improvvisa e di un’esistenza tutta da ricominciare, con l’impazienza di suonare un campanello o con il desiderio di correre fino a ritrovarmi al sicuro, dall’altra parte della città.

Ieri, facendo qualche ricerca per un reportage, ho letto che quello della stazione di Avron è uno degli ingressi considerati monumento storico della metro di Parigi, per il raffinato stile Art Nouveau, per le forme morbide degli steli in metallo, una struttura voluttuosa, color verde scuro, che sorregge la scritta, anch’essa verde su fondo giallo, ormai familiare a ogni cittadino di Parigi, un’ancora di salvezza quando ci si sente perduti nel groviglio di strade e che appare come un faro nella grisaille della città: “métropolitain”.

Il percorso dalla fermata di Avron a casa potrei farlo a occhi chiusi. Conosco tutto di questo quartiere e a ogni crocevia si accendono epifanie, qui le strade sono vecchie conoscenze, dove vengono a salutarmi le immagini di una volta, ologrammi di me che se ne andavano girovagando nel 20simo arrondissement qualche anno fa. Questa sera, mezzanotte è già passata e io torno a casa, con le altre ombre nella strada, in procinto di rientrare, passi svelti, un po’ di solitudine in tasca, insieme agli spiccioli e al biglietto del metrò.

Imbocco la rue d’Avron e vado dritta verso casa. La prima insegna che incontro è quella dell’Usine de Charonne, all’incrocio con il Boulevard de Charonne, popolare caffè del quartiere, atmosfera da archeologia industriale e terrazza sempre gremita. Continuo a camminare e ritrovo la panchina di un hotel, dove ci sono ancora io seduta, infreddolita, in una sera di gennaio di qualche anno fa, con un caleidoscopio nascosto in un pacchetto regalo. Svoltando a destra, si raggiunge Nation, la grande place des Antilles, le fumetterie, i viali alberati.

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Vado più avanti e c’è il ristorante di sushi, la boulangerie, qualche negozietto etnico e poi il bivio della rue Planchat. Continuo a camminare e ci sono altri ristorantini, il discount e poi l’incrocio della rue de Buzenval, con la stazione della metropolitana che si affaccia ad angolo sulla strada, il chiosco dei giornali e le biciclette. Da qui girando a destra si raggiunge il Père Populaire, caffè aperto tutta la giornata, rifugio ideale per fare colazione con baguette e marmellata la mattina, studiare o leggere durante il pomeriggio, fermarsi per un bicchiere in tarda serata. Sono almeno quattro anni che non ci metto piede, eppure è tra i miei locali preferiti di Parigi, quello che consiglio alle amiche e dove mi riprometto di tornare da mesi. Mi piaceva sedermi in fondo al corridoio e, nelle giornate vuote, senza tanta gente intorno, mettermi a suonare il pianoforte.

Imboccando la strada a sinistra, si finisce in rue des Haies, con la biblioteca dedicata a Louise Michel e i bagni pubblici, struttura tra le più antiche di Parigi, dove vengono a rinfrancarsi con una doccia gratuita i poveri, vecchi e nuovi, del quartiere. Continuando dritto, invece, si segue la rue d’Avron: in strada non c’è nessuno, solo i taxi che aspettano chi abbia voglia di tornare a casa, dall’altra parte della città, i kebab che sbadigliano, le sedie dei bar già sull’attenti sui tavolini per la giornata di domani, la luce arancionata dei lampioni.

Io giro a sinistra per rue de la Réunion, qui tutto è rimasto uguale, la lavanderia, le pizzerie improbabili, la fauna umana al bancone de “Au couscous royal”, un posto a metà tra una sala giochi di provincia e un caffè tunisino per soli uomini. La clientela dopo mezzanotte, e molto probabilmente anche prima, è tutta al maschile. Risalgo la strada, ci sono sempre il supermercato biologico, il bar tabacchi “L’Imprévu”, sulla sinistra e, sulla destra, al numero 30, una delle mie vecchie case, secondo piano, porta rossa, un letto a soppalco e tanti progetti.

Una rapida occhiata e continuo per la rue des Haies. Da qui la strada è ancora lunga e assomiglia un po’ alle mie giornate. Per arrivare, bisogna camminare, sempre dritto, passare sotto un ponte, imboccare la strada giusta a tre incroci e, in ultimo, raccogliere fiato per sei piani di scale. In fondo, in alto, c’è casa mia. E, sul marciapiede, ci sono io che cammino, e non so se ho voglia di andare avanti o tornare indietro.

 

Soundtrack: Yann Tiersen, Dernière

Image: © Thomas Campi

Ad occhi chiusi

Questa è la storia di un libro trovato per caso sulla bancarella di una casa editrice al Salone del Libro di Parigi lo scorso anno. O forse la storia di un articolo tenuto in cantiere per tanto, troppo tempo ma non abbastanza da essermi sfuggito. Oppure è la storia di una risoluzione che stenta ad affermarsi ma c’è, chiara, nitida, mi scivola davanti agli occhi e io non riesco ad afferrarla, almeno per ora. Parole venute fuori qualche mese fa, dal desiderio impellente di volatilizzarmi per ricompormi altrove, lontano, parole di cui avrei voluto sbarazzarmi subito, ma che, per qualche motivo, sono ancora attuali, probabilmente lo saranno sempre. Di certo, è la storia di un anno che si chiude qui, con una porta in faccia alla manovalanza gratuita e, forse, anche a chi mi perseguita con la ricetta magica per migliorare la mia vita.

 

Si intitola Les yeux fermés, les yeux ouverts, letteralmente “Gli occhi chiusi, gli occhi aperti”, tra i gioielli della casa editrice indipendente Chemin de Fer, piccola iniziativa editoriale nata nel 2005 in Borgogna, con il proposito di ristabilire un ponte tra immagine e parola. Questa è una storia scritta su, o forse è meglio dire con, Francesca Woodman. A firmarla è Virginie Gautier, autrice francese, classe 1969, che insegna arti plastiche, fotografa, dipinge, scolpisce. E scrive. Le foto sono tutte della Woodman e compaiono quasi a intermittenza, si accendono e si spengono, lungo le poche pagine.

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Tutti penseranno di avermi inventata”, scrive Francesca, o forse è Virginie a parlare. La prima e la terza persona si avvicendano senza preavviso, le stanze, le autostrade scorrono come dietro il finestrino di un treno, l’orizzonte a volte profuma di bosco, altre volte semplicemente di oggetti vissuti, di quell’odore acuto, immediatamente riconoscibile, che hanno le case quando non sono le proprie.

“Prendere distanza, un piede dopo l’altro. Avere, come solo orizzonte, questa ripetizione”. Farsi fluido, illudere i confini del corpo. Virginie, o Francesca, scivola da una stanza all’altra, tra l’ombra e la luce, persa nel chiaroscuro di giornate liquide. “Gli interni, alla fine, si assomigliano tutti”. Le parole sono centellinate, “a volte si esauriscono”, inevitabilmente, “coltivo meglio un muro di silenzio che un giardino intorno a me. All’inizio, sicuramente, ci saranno stati dei ricordi, una durata. Adesso, so che niente si può conservare. Ci si risveglia un mattino e ci si rende conto che, da un giorno all’altro, tutto è sparito. Niente è più riconoscibile”. E non è più necessario essere gli stessi.

Woodman-autoportrait-au-miroir

La fuga è un motivo costante, come un memento che s’intrufola nel quotidiano. Il movimento, la partenza, l’atto di camminare, di andare, di disintegrarsi e riassemblarsi altrove. “A forza di aggiungere paesaggi nuovi, ci si dimentica di altri, li si trasforma, si dona loro un’impronta diversa”. Passare da un altrove all’altro, senza più farci caso, perdere l’abitudine alla permanenza, alla vita stessa, essere incapaci di restare e di partire. “Mi applico perché in ogni gesto ci sia attenzione. Come per avvicinarmi a quello che è impossibile ottenere. Perché è diventato troppo difficile restare, trovare in sé la persona adeguata”.

I passi sono quelli di un esilio volontario, di un addio alle città. Il decoro diventa indifferente, l’orizzonte sempre uguale, dormire da soli o in compagnia non provoca sconvolgimenti di sorta. L’incapacità di conservare una condizione di immobilità. Prendere la forma della fuga, della dissolvenza, correre il rischio di sparire, o di vivere, senza chiedere poi così tanto all’esistenza.

“Prendere quello che c’è, senza pensarci troppo […], convincere il corpo a ripartire. Ritrovare quella parte sicura e impaziente, nascosta in fondo a se stessi”.

 

Soundtrack: The Dresden Dolls, Bad Habit

Images © Francesca Woodman

Video Killed the Radio Star: Italiani a Parigi

Poco meno di due mesi fa, Luciana Mella, di Radio Colonia, emittente italiana di base in Germania, mi ha telefonato per farmi qualche domanda sulla vita dei giovani italiani in Francia, precisamente a Parigi. Mi ha trovata nell’unica settimana francese della mia estate, trascorsa, per il resto, interamente in Italia, tra il Veneto e Lecce, anzi quel non-luogo alla periferia della città che è l’ospedale di Lecce (ma questa è un’altra storia).

Ero a casa, l’appartamento per due bipedi e due felini che abbiamo trovato a maggio e che lasceremo a novembre, stavo per finire un articolo e aspettavo la telefonata. Luciana mi ha chiesto qualche informazione generale, sulla routine di un’italiana a Parigi, le difficoltà principali nel trovare un tetto e un lavoro, le reti di solidarietà tra italiani all’estero, e l’intervista si è conclusa dopo pochi minuti. E io dopo pochi giorni sono partita per l’Italia, ritrovandomi faccia a faccia con tutto quello che avevo lasciato da parte, con un passato che avevo spensieratamente dimenticato e che mi è ripiombato addosso senza avvertire (ma anche questa è un’altra storia).

Ripensando alla telefonata con Luciana, avrei voluto parlarle di più di Parigi vista dagli occhi di chi, pur da straniero, è diventato ormai un locale, di come la città si stia inchinando al turismo, prendendo le forme di un gigantesco parco giochi per macchine fotografiche eccitate e gruppi di pensionati d’assalto. Di come paradossalmente, l’ultima volta che mi sono spinta nella Rive Gauche, nella vecchia Parigi che si srotola sulla Senna, con le sue strade tortuose, che vivono in silenzio, nascoste dal delirio di Notre-Dame, tutto mi sia sembrato più naturale, persino più vero, della miriade di enoteche, caffè e boutique sul Canale, che fanno a gara per sembrare di essere appena usciti da Brooklyn o Berlino. Avrei voluto dirle di come tutto si stia facendo troppo esclusivo, troppo unico, per poter essere anche divertente.

Ma non c’era molto tempo. E quindi, prima le cose serie, casa e lavoro, due parole in grado di far scendere i brividi lungo la schiena a ogni straniero a Parigi. Si è chiacchierato un po’ di casupole al sesto piano senza ascensore a 1600 euro al mese, di dossier simili a una candidatura per la NASA per poter supplicare i proprietari di lasciarti in affitto il loro monolocale di pochi metri quadri (mai a meno di 800 euro al mese), di visite per la casa simili a colloqui di lavoro…insomma tutta robaccia che i residenti nella Ville Lumière conoscono, ahimè, fin troppo bene.

E poi di lavoro, di come la maggior parte delle volte sia necessario fare un passo indietro, ripartire da uno stage, da un corso universitario per poter accedere al mondo professionale, e di come, tra i tanti italiani, anche over 30, sbarcati nella capitale, sia forte e contagiosa la voglia di rimettersi in gioco, di darsi un’altra possibilità, di ricominciare e trovare qualcosa di più affine ai propri studi e centri d’interesse, mettendosi alla pari con una popolazione di autoctoni che a 23 anni hanno già posizioni senior, si presentano come liberi professionisti già avviati e sanno già quello che vogliono dalla vita, senza il minimo tentennamento.

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waiting for you to come home © Witchoria

Mi sono interrogata a lungo su cosa volessi fare il prossimo anno, su quale città avrei scelto come sfondo e alla fine mi sono decisa a tornare a Parigi, promettendomi di lasciarla un po’ più spesso e di viaggiare più di frequente, rispetto allo scorso catastrofico anno, che mi ha distrutto nervi, corpo e spirito. Avevo detto a Luciana che, probabilmente, sarei tornata a Parigi dopo la parentesi estiva, ma all’epoca non ne ero ancora convinta. Oggi ho acquistato il volo di ritorno per la Francia e sono (quasi) sicura di volerci tornare, malgrado tutto, nonostante la fauna umana, gli affitti da capogiro, lo scontro quotidiano.

Torno, un po’ perché il ritorno a casa, da un po’ di anni, per me significa arrivare a Parigi-Beauvais, insieme ai meridionali che saltano la fila e che battono le mani al momento dell’atterraggio, un po’ perché sono ancora convinta che le cose e le persone che hanno lo stesso odore devono stare insieme, perché l’euforia è rarissima, ma quando c’è è assoluta, infinita, travolgente, perché inizio a soffrire di nostalgia anche per le strade più anonime e gli angoli più trascurati. E poi perché, in tempi in cui è necessario cambiare prospettiva, Parigi quest’anno mi ha offerto un punto di vista nuovo da cui guardare il mondo e io non vedo l’ora di cominciare.

Qui il link al servizio di Luciana.

Dedicato all’amico di famiglia che, durante una delle poche giornate di mare quest’estate, mi ha apostrofato così: “e tu a Parigi stai ancora? va bene dai, se ti vuoi divertire un altro po’ prima di sistemarti…”.

Soundtrack: All Ears, The Whitest Boy Alive

Credits photo © Witchoria