Autumn Leaves

Oggi è la vigilia del mio compleanno. Che io lo scriva senza timori e riserve dimostra una certa consapevolezza, quella di aver fatto più o meno pace con quello che è stato sempre un avvenimento controverso del mio abbondante quarto di secolo. Non ho mai organizzato feste, né invitato gli amici a cena, né portato torte in ufficio e la minaccia che mia sorella è solita rivolgermi quando litighiamo è “guarda che ti faccio una festa a sorpresa per il tuo compleanno!”. Ora, non che sia in procinto di organizzare un party indimenticabile sotto la Tour Eiffel, ma non ho neanche l’impulso di nascondermi sotto le coperte e spegnere telefono, computer, cervello, come succedeva fino allo scorso anno.

Orbito alla giusta distanza tra sogno e realtà e penso di aver più o meno raggiunto un equilibro tra lavoro, studio, progetti, utopie e l’infinita burocrazia esistenziale di questa città, tra dichiarazioni di redditi inesistenti, soldi da recuperare qua e là, contratti, certificati e giustificazioni di domicilio da presentare anche per comprare una baguette. Inoltre, tra me e Parigi vige una tregua ormai duratura e abbiamo iniziato a volerci di nuovo reciprocamente bene. Questa città mi regala ogni giorno sorprese, me le ritrovo lungo la strada sotto forma di persone inattese da conoscere, percorsi (o ferrovie abbandonate) da esplorare, biblioteche e librerie che spuntano a ogni angolo, avventure da vivere. E un nuovo appartamento.

A Parigi, ho vissuto circa in 12 case diverse. Chi ha cercato un tetto nella capitale francese almeno una volta nella vita sa che cosa significa tutto questo, le dimensioni incommensurabili che prende quella che dovrebbe essere la semplice ricerca di un alloggio, conosce bene i brividi lungo la schiena alla parola “dossier”. L’idea di cercare un appartamento è stata una fonte di angoscia quotidiana per anni. Ho passato mesi a lasciare messaggi in segreteria, scrivere e-mail, spulciare annunci, inventarmi soluzioni provvisorie. Ho assistito a veri e propri colloqui dell’assurdo, e a volte ne sono stata la protagonista, se non la vittima, cercando di convincere il padrone di casa a fidarsi di me, supplicandolo di darmi una chance, corrompendolo promettendo dieci mensilità in anticipo, tutto per avere un misero posto letto in uno studio di 10 metri quadri, al prezzo di un normale appartamento per due nelle altre città.

prima

Sono volata da un subaffitto all’altro, vivendo permanentemente in condizioni temporanee. L’instabilità è diventata la normalità e ci si abitua giorno dopo giorno alla precarietà, a fare le valigie in pochi minuti, a organizzare i traslochi alla perfezione, ad avere almeno tre domicili, a ricevere la corrispondenza in posti diversi e andarsela a recuperare perdendo giornate intere, a prestare sempre attenzione quando si parla di alloggi e case. Però, alla fine, mi sono divertita e conosco benissimo quasi tutta la città di Parigi, anche per via di tutti gli indirizzi che ho accumulato negli anni. Quando un amico si trasferisce in un quartiere, so consigliargli negozi, bar e anche il supermercato meno caro e io ho collezionato ricordi in tantissimi posti diversi.

La mia prima casa è stata un bed & breakfast di Oberkampf, a casa di un’elegante donna in carriera. All’epoca ero una stagista dell’Ambasciata d’Italia a Parigi, passavo la maggior parte del tempo nei quartieri più ricchi, vicino alla Tour Eiffel e pensavo di essere lontana da tutti i centri nevralgici della città, ignara che tra Oberkampf e Ménilmontant avrei poi trascorso quasi tutte le serate dei quattro mesi a venire. L’anno scorso, invece, mi sono trasferita a Père-Lachaise e ho avuto l’ebbrezza di un appartamento tutto per me, con un contratto vero, dove alla fine ci sono rimasta solo per pochi mesi, prima di saltare dall’altra parte del cimitero, al sesto piano di un palazzo sgangherato. Qui, al secondo piano, abita un’anziana signora che pulisce tutte le mattine la porta di casa perché, un giorno mi ha detto incontrandomi per le scale, qualcuno viene a bussarle ogni giorno e le grida che è tutta sporca. Al primo piano, invece, c’è un bambino dagli occhioni nerissimi che vive con un’altra anziana signora e mi ricordano tantissimo Momo e Madame Rosa de La vita davanti a sé di Romain Gary.

Uno dei miei domicili preferiti è stato un piccolo studio a Bagnolet, vicino place Edith Piaf, l’appartamento di una giornalista che mi ha lasciato casa per tre settimane. Un rifugio accogliente, pieno di cuscini, abat-jour, libri, giornali, tazze una diversa dall’altra e una radio impermeabile da ascoltare sotto la doccia. Tra i peggiori, sicuramente il mese e mezzo in Avenue d’Italie, in una stanza di pochi metri quadri senza finestre, con un materasso buttato sulla moquette polverosa e libri e vestiti obbligatoriamente chiusi negli zaini per mancanza di spazio. I quartieri dove ho vissuto più a lungo sono il ventesimo e soprattutto il tredicesimo arrondissement, nei pressi di Place d’Italie. Conosco benissimo i ciottoli del quartiere Saint-Blaise e del villaggio della Butte aux Cailles, nonché due dei migliori ristoranti asiatici della città e ho scoperto un giorno per caso la Cité Floral, un micro-quartiere isolato del sud di Parigi, un gomitolo di vialetti, dove tutte le case hanno le pareti dipinte di colori pastello e aiuole fiorite e le strade hanno il nome di fiori e arbusti.

Maeve Brennan ha scritto che l’idea di casa è un luogo della mente. Per me, oggi questo luogo è un appartamento semi-vuoto ai piedi della basilica del Sacro-Cuore a Montmartre. Ha la porta verde, le pareti bianche e il soffitto con le travi a vista. Qui tra qualche giorno lascerò definitivamente le valigie e inizierò a sistemare tutti i miei libri secondo il colore delle copertine, come ho sempre voluto fare.

ultima

Ricordo benissimo cosa avevo immaginato per i miei 27 anni quando ero più piccola. Pochi desideri, ma alcuni incredibilmente forti. Quando ho iniziato a lavorare in un pub a 19 anni, a Lecce, avevo ingenuamente pensato di mettere i soldi da parte per trasferirmi a Parigi il più presto possibile. Ero iscritta all’università, ma dopo qualche mese ho smesso di frequentare e ho cominciato subito a lavorare in un giornale. Sognavo di continuare a scrivere, di avere tanti libri intorno, almeno un gatto, di avere la possibilità di viaggiare e conoscere posti nuovi, che fosse anche una strada diversa per tornare a casa o andare al lavoro. Speravo di riuscire a stare sempre bene con la sola compagnia ingombrante della mia persona e di sentirmi in un modo o nell’altro libera di fare quello che mi piace.

A conti fatti, oggi penso di aver più o meno realizzato ogni cosa, con il bonus speciale di una variabile fissa, presente nella mia vita da almeno tre anni. Ancora non so che cosa voglia dire essere felici, sentirsi bene sotto tutti i punti di vista, semplicemente in pace, sicuri di sé, delle proprie scelte, ma alla fine le persone troppo sicure non mi sono mai piaciute, i dubbi sono molto più faticosi ma anche più eccitanti e mi sono sempre sottratta alla schiavitù della felicità a tutti i costi. Come diceva sempre Romain Gary, alla felicità preferisco la vita, e la mia, soprattutto negli ultimi tempi, è quella che mi sono sempre augurata di vivere.

Images © Emiliano Ponzi

Soundtrack: In my mind, Amanda Palmer

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La New York di Maeve Brennan

copertinaMaeve Brennan è la scrittrice irlandese più celebre della quale molto probabilmente nessuno ha mai sentito parlare. Giornalista da Harper’s Bazaar prima, al New Yorker poi, newyorchese d’adozione, arrivata in America nel 1934, all’età di 17 anni, insieme al padre, sceglie di restare negli Stati Uniti, lasciando Dublino per sempre, ritrovandola solo di rado, nelle sue fantasie ad occhi aperti e in qualche rara visita alla famiglia in Europa. New York diventa così non la sua nuova casa, ma una sorta di residenza, in cui continua a sentirsi sempre una viaggiatrice, una sconosciuta. Straniera negli Stati Uniti, ormai lontana dai ritmi della sua Dublino, Brennan non riuscì mai a sentirsi a proprio agio e, dopo un po’, smise anche di tentarci. Forse è proprio qui che risiede l’inquietudine della sua scrittura, che palpita a ogni riga dei suoi romanzi, nei profili dei suoi personaggi lievi, e raggiunge il picco in questi racconti, un condensato della rubrica “The Talk of the Town”, apparsa sul New Yorker dal 1954 al 1981, e alla quale regalò indimenticabili bozzetti newyorchesi.

NELLA NEW YORK DEGLI ANNI ’60. Pubblicato per la prima volta nel 1969, con il titolo The Long-Winded Lady, la sua raccolta di affreschi metropolitani è uscita in Italia per i tipi di Rizzoli, nel 2010, con il titolo Racconti di New York. Sono parole che profumano di martini e sigarette, di hall eleganti e valigie, che dipingono la New York degli anni ’60, tra miserie e splendori. Tra le pagine, ci si aspetta di veder passare Dorothy Parker con una coppa di champagne o Audrey Hepburn in collier di perle. Infatti, secondo la leggenda, fu un’algida ed elegantissima Brennan a inspirare a Capote il personaggio di Holly Golightly. La sua vita, tuttavia, non ebbe un lieto fine. Dopo un matrimonio sgangherato, anni di solitudine, terapia, crisi, morì da sola e dimenticata dal mondo della letteratura. Bellissima, affascinante, malinconica e inquieta, Maeve Brennan era di quei giornalisti invischiati nella scrittura a ogni passo, che sapevano individuare un personaggio nella folla di Broadway e mettere insieme un racconto breve solo osservando i volti di Times Square. Se Walt Withman diceva di lavorare anche quando bivaccava nei caffè di Brooklyn, Brennan sicuramente collezionava spunti per la sua rubrica al tavolo de Le Steak de Paris, ristorante francese tra i suoi preferiti, o sulle panchine di Washington Square.

TRA UN HOTEL E L’ALTRO. Una viaggiatrice in residenza, amava definirsi. Di quelle che vivono perennemente in condizioni temporanee. Peregrinava da un hotel all’altro della città, indecisa su quale quartiere la facesse sentire più a casa, descrivendo le suite eleganti e le camere più o meno ordinarie degli sciatti alberghi di downtown, alla ricerca della stanza tutta per sé e della vista migliore su Manhattan. Intanto, descriveva il cambiamento desolante di New York, vittima del boom economico ed edilizio, che spariva, anno dopo anno, sotto i colpi delle ruspe. Bestiario della fauna umana newyorchese, dai primi insospettabili hipster alle polverose star del cinema, i racconti sono soprattutto un dispiaciuto ritratto di una città che scompare piano, quasi senza accorgersene, sotto i primi impulsi della gentrificazione.

LA SAUDADE DI NEW YORK. L’anima del libro, tuttavia, si nasconde tra le foglie dell’ailanto, l’albero del paradiso protagonista di uno dei racconti più intensi. New York qui luccica e disgusta, eccita e deprime, e l’unico modo per sfuggire all’inevitabile morsa di nostalgia è trovare il proprio posto nella città, aggrapparsi disperatamente a una, seppur vaga, sensazione di familiarità, individuare il proprio ristorante preferito, prendere sempre la stessa strada per andare al lavoro o per tornare a casa. Perché alla nostalgia di New York non ci sarà mai scampo, la città semplicemente ci tiene in pugno e noi non sappiamo perché. Ma i viaggiatori hanno nostalgie meno feroci. Il viaggio è di per sé un anestetico e, alla fine della strada, si accumulano troppi orizzonti per poter soffrire a ogni addio.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

Home is a place in the mind

Even after more than twenty-five years the long-winded lady cannot think of herself as a ‘real’ New Yorker. If she has a title, it is one held by many others, that of a traveler in residence. A a traveler she is interested in what she sees, but she is not very curious, not even inquisitive. She is not a sightseer, never an explorer. Little out-of-the-way places have to be right next door to whatever she happens to be living for her to discover them. She has never felt the urge that drives people to investigate the city from top to bottom. Large areas of city living are a blank to her. She knows next to nothing about the Lower East Side, less about the Upper East Side, nothing at all about the Upper West Side. She believes the small, inexpensive restaurants are the home fires of New York City. She seldom goes to theater or to the movies or to art galleries or museums. She likes parades very much. She wishes we could have music in the streets – strolling violinists, singers, barrel organs without monkeys.

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She thinks the best view of the city is the one you get from the bar that is on top of the Time-Life Building. She also likes the view from the windows of street-level restaurants. She hates being a shut-in-dinner. She wishes all the Longchamps restaurants would come back with all their oranges and mosaic Indians and imitation greenery. She wishes TIm Costello hadn’t died. She likes taxis. She travels in buses and subways only when she is trying to stop smoking. When a famous, good old house is torn down she thinks it is silly to memorialize it by putting a plaque on the concrete walls of the superstructure that takes its place. She regrets Stern Bros. department store, and Wanamaker’s, and all the demolished hotels, including the Astor. When she looks about her, it is not the strange or exotic ways of people that interest her, but the ordinary ways, when something that is familiar to her shows. She is drawn to what she recognizes, or half-recognizes […]. Somebody said, “We are real only in moments of kindness.” Moments of kindness, moments of recognition – if there is a difference it is a faint one. I think the long-winded lady is real when she writes, here, about some of the sights she saw in the city she loves.”

Maeve Brennan

More about a long-winded traveler in residence.