All – Points of view

(Lo stesso articolo, e molto altro, è sul sito di Prendi il Largo)

Quello che si dice del Guggenheim Museum di New York è che la struttura stessa del museo, simile ad un alveare perfettamente simmetrico, offuschi la pur nutrita collezione permanente al suo interno.

Effetto questo che lusingò alquanto l’architetto Frank Lloyd Wright, artefice dell’aspetto originale del museo, inaugurato nel 1959, così diverso dallo skyline geometrico di Manhattan e dalle facciate classiche degli altri musei, che impreziosiscono quello che a New York si chiama il Museum Mile. Siamo, infatti, in quella parte della Fifth Avenue che va dall’82esima strada alla 104esima e racchiude una delle più dense concentrazioni di cultura del mondo, un intero pezzo di Upper East Side fitto di musei, esposizioni, gallerie, ad un passo da Central Park.

Ma questa volta, a rubare la scena alla spirale in cemento armato bianco più famosa di New York, è l’irriverenza di Maurizio Cattelan, il controverso artista italiano originario di Padova ma ormai di casa nella Grande Mela, che ha scelto il Guggenheim di New York per “All”, la sua prima, e a quanto pare ultima, retrospettiva: 130 installazioni, tutte le sue opere, dai bambini impiccati che scandalizzarono Milano al pietoso Hitler in ginocchio, riprodotte e appese al soffitto del Guggenheim, dal punto più alto della galleria circolare, che scende a spirale in modo tale da far scorgere, ad ogni girone, che si percorra in salita o in discesa, un dettaglio, un altro personaggio, una scritta, un punto di vista non ancora colto. Il vuoto si riempie di colpo di un allestimento che diventa esso stesso opera d’arte.

“Questa retrospettiva rivoluzionerà il concetto di installazione nell’arte contemporanea”, si sussurrano i critici che vanno avanti e indietro lungo la galleria circolare, imbattendosi ad ogni passo in nuove e vecchie conoscenze. Come Charlie che non fa surf, inchiodato con le matite al banco, Papa Giovanni Paolo accasciato sotto il peso di un sasso e lo stesso Cattelan che sbuca curioso dal pavimento.

Tra lo stupore dei presenti anche il tubare dei “turisti”, così come li chiama Cattelan. E cioè i piccioni, tanti, in ogni dove, sulle opere, tra gli animali, gli stessi, sfacciati e criticati, che aveva esposto all’ultima Biennale di Venezia, imbalsamati e appollaiati sulle travi, caustica trasposizione della fauna umana che, secondo l’autore, rumoreggia e si trascina inconsapevole per le sale della mostra d’arte più famosa della penisola.

 L’intero concetto che sta alla base dell’installazione suona come uno sberleffo. Cattelan appende le sue opere come panni stesi ad asciugare. I cani imbalsamati guardano in faccia i muli appesi, i poliziotti a testa in giù si ritrovano di fronte agli scheletri. Sembra quasi di sentir risuonare le sue risate. Ma tra i musi tristi degli animali immobilizzati nella cera, le sagome intrappolate nel nastro adesivo e le vecchie impaurite nascoste nei frigoriferi, la gravità, quella fisica delle opere attirate verso il basso, e quella più labile e sottile, travolge ogni volto affacciato ai corrimano della galleria, investito da una miriade di piccole e grandi scene. Come se una costante presenza della morte, racchiusa tutta in un tristissimo Pinocchio che si suicida in uno stagno, aleggiasse tra i fili metallici dell’installazione, facendo, alla maniera di Molière, d’ogni risata un ghigno, d’ogni sorriso una smorfia.

Per l’occasione, il Solomon R. Guggenheim Museum di New York ha messo a punto, per la prima volta nella storia del museo, un’applicazione per smartphone, in grado di offrire ai visitatori, ma anche agli utenti non presenti fisicamente, una panoramica sulla retrospettiva, completa di spiegazioni su ogni opera d’arte, virtual tour e commenti degli artisti che hanno collaborato all’allestimento.

L’installazione è completamente appesa al soffitto. Non ci sono opere sul pavimento. Ma potrà capitarvi di scorgere una sagoma ridacchiante distesa a pancia in su: è il solito newyorchese strampalato che vuol vedere cosa si prova a guardare in faccia tutto l’estro di Cattelan. Sembra non ne possano fare a meno. Stranezze da grande mela.

Con questa retrospettiva, Cattelan dà il suo addio alle scene e si ritira dal palcoscenico dell’arte contemporanea. Tra i presenti, ci si chiede cosa significhi questo annuncio da parte di un tragicomico pittore dei nostri tempi, che ha abituato il suo pubblico alle sorprese. Il punto culminante della sua carriera coincide per ora con un saluto, quasi come se, ossessionato da sempre dalla paura del fallimento, Cattelan volesse abbandonare tutto e sparire nel pieno della sua fortuna.

Lui in fondo l’aveva detto. Nel titolo di una delle sue sculture. “Working is a bad job”.

Maurizio Cattelan: All, Solomon R. Guggehneim Museum, 1071 Fifth Avenue, New York, dal 4 novembre al 22 gennaio 2012.

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