California Diaries

Poco più di dieci anni fa, nell’autunno del 2015, ho trascorso un mese in California, a Los Angeles. Sarei dovuta restarci tre mesi ma la vita ha deciso diversamente. Ho ritrovato qualche pagina di diario scritta in quelle settimane, c’è dentro qualche aneddoto divertente, da una lettura di tarocchi alle incredibili strade americane, e anche un coyote.

3 ottobre

Scendo dall’aereo, per me sono le undici di sera. Qui è pieno giorno. La mia prima palma la scorgo dal finestrino della navetta che dall’aeroporto mi porta a casa. Una navetta che divido con due altri viaggiatori, diretti a Pasadena. L’autista è messicano, faccia scura, baffi, occhi dolcissimi, vestito di blu. Mette in moto e afferra una mela con la mano destra. Gli dà un morso. Deve averla iniziata stamattina. Ho l’impressione che viva nella navetta. Accanto al suo sedile, ci sono un cestino con dentro buste vuote di Fritos, ricevute, scontrini, una cartella, rosari in osso, una statuetta religiosa, volantini pubblicitari di Senora Carolina, veggente imbattibile per amore, fortuna e denaro, due cagnolini di peluche, che implorano perché scendendo dalla navetta non ci si dimentichi della mancia al padrone.

Arrivo a casa, aggiungo tre dollari alla tariffa ordinaria e saluto. L’appartamento è su Foothill Boulevard, tra le strade principali di Monrovia. La prima stanza è una gigantesca sala riunioni, con tanto di bandiera americana. Lascio a terra le valigie. C’è odore di chiuso. Non ci sono le lenzuola. Il supermercato più vicino è a venti minuti a piedi. Zaino in spalla, mi c’incammino. Le strade sono gigantesche e deserte, fatta eccezione per le macchine che le percorrono senza sosta. Io non faccio altro che guardare dentro le case. Sono tutte delle villette basse, con un portico e il giardino, infestate dalle decorazioni per Halloween, ragnatele, teschi, fantasmi. 

Non so perché una tristezza senza senso comincia ad assediarmi. Era da tempo che non mi ritrovavo completamente da sola, così lontano da casa, qualsiasi cosa, spazio, persona, questa rappresenti. Non ci ero più tanto abituata. Disperata mi affaccio alla porta di Alitalia pizzeria. Qui Ray, il proprietario, e il suo amico Frankie, mi accolgono come un’amica. Frank mi offre una bottiglia d’acqua e mi dà un passaggio fino al supermercato. Entra con me, mi spiega come individuare le riduzioni, mi procura una tessera e mi dà il suo numero di telefono, precisando più volte che vive da solo, in una casa con tre camere da letto, non ha moglie e sarebbe felicissimo di potersi rendere utile durante il mio soggiorno in America. Thank you, Frankie!

In serata, mi aggiro come una ladra nell’appartamento, cerco di distribuire le mie cose in ogni angolo per creare un’atmosfera familiare. Per fortuna ho nove ore di fuso orario sulle spalle e mi addormento sfinita alle dieci. 

4 ottobre

Mi piacerebbe un reportage sulle differenti forme di spiritualità in California, o almeno nella microscopica comunità dove vivo. Entro nella chiesa metodista, un edificio gigantesco color rosa confetto, che si allunga su una traversa di Myrtle Avenue. All’interno, volantini con il numero verde da chiamare in caso di solitudine e paura, pubblicità legate alle attività della parrocchia e, nella sala grande, uno sparuto gruppo di bambini, quasi tutti di colore, cantano e ballano, sulle note di una canzone della quale colgo solo una frase, ripetuta almeno dieci volte in pochi minuti, “I will trust you”. Pochi isolati, dopo, nella prima chiesa battista della città, un banco attende all’entrata, con l’orario della messa, il nome del passo della Bibbia che sarà letto durante la cerimonia e un sapone disinfettante per le mani. 

Lungo Olive street, di fronte all’antica stazione di rifornimento della Route 66, una chiesa dedicata alla Vergine. Due donne, visibilmente latine, mi accolgono con un Buenos Dias e un Bienvenida. Si aspetta l’inizio della messa. Lungo la strada per Pavillions, un appartamento dove leggono i tarocchi. Dalla finestra si scorgono solo due statue gigantesche della Vergine. Voglio andarci. Ancora una volta, strade deserte. Di tanto in tanto scorgo un segnale, che indica la presenza di una sorta di ronde del vicinato, pronte a segnalare alla polizia locale ogni comportamento sospetto. In qualità di unica passante, che inoltre continua a curiosare dentro ogni portico, mi aspetto di essere segnalata quanto prima. 

Stato d’animo altalenante. Nostalgia. Continua sensazione di voler essere altrove in ogni posto in cui mi ritrovi ad approdare. A causa della pioggia, mi rifugio nel museo della città di Monrovia. È una piccola miniera del tesoro. Scopro che il celebre Uncle Sam della Prima Guerra Mondiale risiedeva proprio a Monrovia, che gli orsi bruni sono tra le icone della città, che da qui passava la Route 66 e la mia guida, Mark, mi informa anche sugli incontri con i nativi americani ancora presenti in città. Riflessione sull’idea di “tassa emozionale”. 

Lemon street, Olive street, Lime street. Le case sono una diversa dall’altra. Assi di legno, un portico accessibile da un paio di gradini, alcune hanno i cactus in giardino. Gli acchiappasogni appesi alle finestre, i fiori, le sedie a dondolo, i cuscini, il barbecue, le girandole nei vasi, le lanterne. Un paradiso. “Il rifugio per i meno competitivi”, scriveva Bret Easton Ellis, “the minor leagues”. 

5 ottobre

Finalmente ho una bici! Per tutta la giornata non vedo l’ora di finire al lavoro per andare a esplorare il paese. Finisco al Memorial Park, il cimitero di Monrovia. È un giardino meraviglioso, le tombe sono quasi tutte piatte a terra e si ha l’impressione di passeggiare nel verde, è talmente grande che posso entrarci in bici. Scacciapensieri appesi agli alberi. A un certo punto, scorgo un coyote. È un sogno. Il 31 ottobre faranno una festa per il dias de los muertos. Spero di potervi venire.

6 ottobre

Secondo giorno di lavoro. Colloquio deludente con il principale. Devo riprendermi con una passeggiata di almeno due ore. Pioggia. Caffè americano. Prenoto una lezione di yoga. Voglia di tornare a casa. Dove? Lavoro fino a tardi e flirt vari.

Decido di uscire con uno di loro. Ho bisogno di distrarmi. Si chiama Danny. Ha un volto carino, l’unico a non essere stato un maiale sin dal primo approccio. Ci scambiamo indirizzo e numero di telefono e alle 7 di sera passa a prendermi in macchina. Un leggero timore di potermi mettere nei pasticci mi attraversa qualche secondo prima di aprire lo sportello. Quando lo richiudo dietro di me, penso che ormai è fatta. Spero che non mi ritroveranno a pezzi in un bagagliaio.

7 ottobre

Ieri sono tornata a casa tutta intera. Danny è originario della Virginia, ha capito subito che non avevo nessuna idea della topografia del paese e, amabilmente, ha deciso lui di portarmi ad Highland Park, antico quartiere messicano e spagnolo. Ha fatto una deviazione per percorrere una strada panoramica, una di quelle in altezza che ti fanno scorgere l’oceano. Noto l’assenza di palazzi e grattacieli. Mi spiega che Los Angeles, e tutta la sua enorme periferia, si sviluppano in larghezza, raggiungendo un’estensione straordinaria. Arriviamo in una sorta di “via dei pub”. C’era una canzone dei Cure, buon segno, mi sono detta. Prendiamo una birra artigianale, che lui sembra apprezzare moltissimo, io bevo senza particolari entusiasmi. Sarà la stanchezza, gli strascichi del fuso orario, la musica e il clamore in generale ma non riesco ad afferrare tutto quello che dice. È molto affascinato dal mio essere italiana, effettivamente io per lui vengo proprio dall’altra parte del mondo e devo rappresentare un esotismo non indifferente.

Tra tutto quello che mi racconta, una cosa l’ho capita benissimo: che Los Angeles puzza di sogni infranti e di illusioni perdute. Mi sembra un pensiero di un’estrema poesia e mi colpisce moltissimo. Dopo circa un’oretta mi chiede se voglio continuare la serata. Rispondo che sono un po’ stanca e ho voglia di tornare a casa. “No problem”, dice, risaliamo in macchina e mi riaccompagna a casa, continuando la chiacchierata. Arrivati alla porta, addirittura mi apre lo sportello e mi dà un leggerissimo bacio sulla guancia. Non penso di essere abituata a tanta galanteria.

8 ottobre

L’avevo individuata durante i primi giorni. Oggi decido di andarci. L’insegna “fortune teller” e “psychic reader” lampeggia fuori dalla sua casa, impossibile non notarla, almeno per me che vado sempre a piedi. Ho messo da parte venti . Attraverso il vialetto di ghiaia di una tipica villetta americana e suono il campanello della cartomante di Monrovia. Apre un uomo di una trentina d’anni, visibilmente d’origini latine. “Lei non c’è”, dice capendo subito di che tipo di visita si tratta, “ma puoi aspettarla qui”. Scorgo, dando un’occhiata rapida, una cucina equipaggiata con elettrodomestici di cui non conosco la funzione, un salotto occupato solo da un enorme divano e uno schermo gigante. Nel corridoio, macchinine di ogni tipo e dimensione e un bimbo bello e in salute, che gattona tra i giochi.

Mi accomodo davanti al banchetto della veggente. Dopo un paio di minuti mi alzo perché devo fare una foto alla statua a grandezza naturale di Gesù posta dietro la sedia. Ha il cuore che sanguina e, tra le dita della mano sinistra, una banconota da cinquanta dollari arrotolata. Nessuna sfera di cristallo sulla scrivania, ma solo agende e penne.

Lei torna effettivamente dopo una decina di minuti. È una ragazza, avrà qualche anno in più di me. Ha le buste della spesa, accenna a un saluto e scompare nel corridoio. Arriva dopo qualche minuto, in tuta e con le pantofole ai piedi. Prima di chiedermi il nome, la data di nascita e il perché della mia presenza, mi spiega le condizioni tariffarie. Capisco subito che venti dollari non basteranno. Con venticinque dollari ho diritto a una seduta di trenta minuti, che posso eventualmente prolungare fino a un massimo di due ore.

“Cominciamo con mezz’ora”, le dico. Cominciamo, quindi. Data di nascita, la mia, e quella della persona di cui voglio sapere le intenzioni, il futuro, il presente. Poi il nome e il cognome, di tutti e due. Lei stende le carte. Parla di intrecci, sofferenze, dolore, grande sentimento, mi assicura che “lui pensa a me”. Poi qualche domanda. Mi offre un caffè, va in cucina ad accendere il bollitore. Torna e fa una seconda stesa di carte. “Ora siete lontani”, dichiara, “ma sicuramente vi riavvicinerete”. Arriva il marito con la mia tazza. In un modo o nell’altro, io ancora non ho finito l’enorme tazza di caffè americano, ma i trenta minuti sono già passati. “Darling”, dice, “il tempo è finito, vogliamo continuare?”. Le dico che non ho contanti con me, ma lei ha almeno altre due alternative per il pagamento. Rifiuto con gentilezza, saldo il dovuto e vado, lasciando ancora un dito di caffè.

Qualche giorno dopo scoprirò che ho fatto bene. Trenta minuti di colloquio, date di nascita, letture psichiche e neanche ha capito che ero incinta.

Moon Palace

Nella mia immaginaria e ambiziosa lista delle cose da fare in tempi migliori, c’è il teatro. Dall’altra parte della scena. Tornare sul palco. Realizzare il desiderio di dare vita alle parole, ai personaggi, a quei testi che tanto mi tengono compagnia durante il lavorio della quotidiana esistenza. Essere una commedia, piangere in una tragedia, vivere dentro una storia.

In questi giorni di attesa e incertezza, una mattina, al terzo piano di un edificio in una città più silenziosa e impaurita del solito, io e un esserino di pochi mesi, mentre tutti dormono, ci imbattiamo in un monologo. Quello dello zio Victor al nipote Marco Stanley Fogg, protagonista di “Moon Palace“, romanzo di Paul Auster uscito nel 1989, una di quelle storie di famiglia in cui tuffarsi senza volerne più uscire. L’abbiamo letto ad alta voce, due volte, quel discorso d’addio prima della partenza per la tournée insieme all’orchestrina dei Moon Men in tutti gli Stati Uniti, due pagine in cui lo zio si congeda e abbraccia, per l’ultima volta, il nipote.

Ecco, io questo monologo sogno di recitarlo in teatro, immersa nel buio, sotto l’occhio di bue della scena. Perché? Forse perché dentro c’è tutto: i libri, l’America, la musica, i viaggi, gli addii, le partenze, tutto quello che possa rendermi nostalgica delle vite che non ho vissuto, o vissuto solo in parte, e che giacciono da qualche parte del cuore, insoddisfatte, in attesa che qualcuno un giorno le tiri fuori.

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Paris, rue Lepic

È la tortuosa scalata per arrivare a Montmartre, impietoso pendio che scala la collina, dal Moulin Rouge al Sacré-Cœur. Lunga arteria di quella che una volta era la comune di Montmartre, la rue Lepic è una delle strade più percorse in tutto il quartiere, consumata dai turisti che vengono a cercare un briciolo di magia del film di Amélie, dai camion delle consegne agli innumerevoli ristoranti, caffè e commerci dei dintorni, da chi ci abita ed è costretto a risalire a piedi, perché trasporti e mezzi pubblici, fatta eccezione per il piccolo bus che attraversa Montmartre, non vanno più in là della pianura.

Per i coraggiosi che sfidano il rumore, la salita, i chiassosi negozietti di souvenir e i capannelli di turisti incantati dietro la vetrina del negozio del Can-Can, la fatica di risalire la strada viene ripagata da piacevoli scoperte, se solo ci si ferma ad ascoltare quello che hanno da dire i muri, le vecchie abitazioni, le porte socchiuse. Lungo la rue Lepic, hanno vissuto Vincent e Théo Van Gogh, verso la fine dell’Ottocento, precisamente al civico 54, e si dice che qui, dalla sua finestra su Montmartre, Van Gogh abbia dipinto la serie di quadri sui tetti di Parigi. Poco più in alto, Louis-Ferdinand Céline, secondo la leggenda, occupava il secondo piano dell’immobile al numero 98. “Dalla rue Lepic si comincia a incontrare gente che viene a cercare la gaiezza sopra la città“, scriveva, “si mettono a guardare in basso la notte che fa un gran vuoto pesante (…) Noi eravamo arrivati alla fine del mondo, era sempre più chiaro. Non si poteva andare più lontano, perché dopo, oltre il confine, non c’erano che i morti“.

Quando Montmartre era ancora la periferia di Parigi, la rue Lepic contava almeno otto mulini, mentre adesso, con le pale immobili che dominano la rue Tholozé, si distingue solo il Moulin de la Galette, antico ristorante dove Renoir ha immortalato con il pennello il celebre ballo danzante. E se un tempo a popolare la strada c’erano gli habitué dei cabaret, come La vache enragée Chez Sardou, oggi il caffè preso di mira dai turisti è quello dove s’aggirava Amélie Poulain, al civico 15, mentre di fronte il bar Lux offre un’alternativa popolare, con una scenografia in legno istoriato e vetro, preferita dagli autoctoni.

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La rue Lepic dipinta da Gen-Paul, pittore parigino di fine Ottocento.

I ristoranti chic, le terrazze sofisticate, i negozi bio, stanno lentamente prendendo il posto delle vecchie botteghe che un tempo animavano la lunga strada, fino alla collina della Basilica, strada popolare per eccellenza, dove si vendeva à la criée, come si dice in francese, urlando ai potenziali acquirenti le offerte del giorno, come al mercato. Nella parte più bassa, che scende fino al Moulin Rouge, resiste ancora l’animo commerciale della rue Lepic, con la grande pescheria che fa angolo, il negozio di formaggi, la più antica cioccolateria di Parigi, À la mère de famille, chez Marthe, che vende i prodotti dell’Alvernia e del centro della Francia e, al civico 22, da cinquant’anni il bazar di spezie, pepe, erbe, té e caffè da tutto il mondo, dove lavoro anche io, da un paio di mesi.

Dopo circa un anno di vita domestica, lontana da ogni prospettiva professionale, un sabato di fine aprile ho finalmente messo piede in negozio, finendo catapultata in un mondo altro, io che in cucina usavo solo rosmarino, timo e, quando volevo un tocco esotico, un po’ di menta selvatica. E invece, in poco più di due mesi, ho imparato a fare il pollo alla creola, il couscous, la tajine, il taboulet libanese, il pollo tandoori, la carne marinata allo yuzu, dessert vietnamiti, punch e rum. Ma soprattutto so riconoscere le erbe e le spezie all’olfatto, al gusto, alla vista, solo sentendone il profumo so cosa consigliare ai clienti, invento ricette, miscugli, esperimenti. Ho imparato ad apprezzare le differenze tra i tanti té verdi e neri, affumicati e non, profumati e naturali. Conosco nomi e particolarità di almeno cinquanta tipi di pepe e, uno per uno, stanno tutti arrivando nella mia cucina e nei miei piatti.

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Le Comptoir Colonial esiste da circa mezzo secolo. Secondo i racconti di Josiane, la mia collega, in servizio dal 1973, prima il negozio era una graineterie, un negozio di semi, un vero e proprio bazar di prodotti al dettaglio dove si vendeva di tutto: pasta, ogni tipo di farina, sacchi di legumi, riso e semolino, formaggi, succo d’arancia appena spremuto, confetture artigianali ma soprattutto introvabili prodotti africani, come la carne di scimmia in conserva. Oggi, dagli scaffali del negozio, leggermente più imborghesito ma ancora inguaribilmente selvatico, si affacciano un centinaio di varietà di té, dal Giappone, dalla Cina e dall’India, sale dell’Himalaya, da Cipro, dalle Hawaii e dai bacini francesi e baschi, pasta italiana, olio d’oliva profumato al tartufo, al lampone, al peperoncino, una decina di tipi di curry, una ventina di mostarde, marmellate savoiarde artigianali, fiori di violetta in salamoia, pesche e pere sciroppate, rum e punch da tutto il mondo, tarama fatto in casa, humus, tzaziki, centinaia di olive al dettaglio, cipolle fritte, aglio in polvere, cardamomo, bianco, nero e verde, miele di foresta, d’acacia, al rosmarino, nigella, sumac, niora, zaathar, habanero, ciliegie al cointreau, zucchero di canna, nero, effervescente, pasta di pistacchio, aceto di pomodoro, di Champagne, farina per la tempura, salsa alle ostriche, pastella per involtini primavera, foie gras d’oca e d’anatra, escargot di Borgogna, angostura, amaretto, ouzo, menta piperita e al limone, calendula, capelli di diavolo, fiori di hibiscus, dukka. E, fiore all’occhiello, cinquanta varietà di pepe, dalla Tasmania al Madagascar, dal Nepal alla Cambogia, lungo, a coda, rosso, nero, muschiato.

Avvicinarsi alla cultura del fare, a quella conoscenza concreta di chi ha imparato le cose testandole con i propri sensi, mani, papille gustative, l’esperienza vera e onesta di chi conosce qualcosa per averla un giorno tenuta tra le mani, annusata, mangiata. Io che ho sempre studiato, letto, scritto, ragionato, elucubrato, oggi so fare, cucinare, mescolare insieme, pestare, cuocere. Questo è quello che mi piace di più del mio lavoro. E poi la possibilità di lasciare tutto alle spalle, i libri, i miei studi, i corsi all’università, i vasetti di verdura da preparare, i pannolini che stanno per finire, la lavatrice, i biglietti per l’Italia, le lettere della Caf, i sogni interrotti ogni tre ore, i primi dentini, la febbre a 40, la babysitter, il libro che mi trascino sul comodino da tre settimane, le parole non dette e quelle che non avrei dovuto dire, tutto resta a casa e io faccio il giro del mondo in un pomeriggio.

tavolo

E se la mia, di esistenza, resta ad aspettarmi a casa, quelle dei clienti aleggiano nell’aria, come il profumo delle spezie e del caffè appena macinato, che impregna il negozio. Questa è la tipica bottega di quartiere, dove ci si ferma anche, e a volte soprattutto, per aggiornarsi sulla vita del vicinato, per scambiare quattro chiacchiere e raccontare un po’ di sé. C’è una signora che ogni settimana corre a comprare tre bottiglie di sciroppo alla mora per il marito, che ne pretende due bicchieri al giorno in estate; una casalinga che si lamenta dei figli che si lamentano di lei e dei suoi piatti sempre uguali e ogni volta viene a trovarci con un blocchetto per gli appunti dove segnarsi le ricette; c’è una anziana del quartiere che ogni volta riparte con una bottiglia di punch e tre confezioni di ciliegie al Cointreau, tutte per lei; c’è un signore rimasto vedovo da poco, vestito elegante, con le spille all’occhiello della giacca, che mi ha raccontato d’aver conosciuto Churchill; il proprietario di una boutique di francobolli che ci riserva il peggio del suo senso dell’umorismo; un omone grande e grosso che prima di comprare un sacchettino di basilico ha chiamato la mamma per chiederle il permesso. E poi gli appassionati, quelli che conoscono ogni tipo di sale, quelli che vengono ogni mese ad acquistare un chilo di pepe, quelli che arrivano con dieci barattoli vuoti e i sacchetti già pronti da casa, per risparmiare sugli imballaggi. Tutti si fermano a raccontare gioie e sventure dell’esistenza quotidiana, i problemi dei vicini, cosa hanno visto e sentito dalla finestra, i litigi sul lavoro, la scelta del liceo per i figli adolescenti, il marito invecchiato che inizia a non ricordare le cose, la mamma troppo vecchia che controlla tutti gli scontrini.

E io sono lì, dietro al bancone, ad intrufolarmi in punta di piedi, in ognuna di queste minuscole vite, che per un poco diventano anche la mia, giusto il tempo di servire un sacchetto di té.

Soundtrack: Vashti Bunyan, Train Song

L’albero di Natale

n.1

Abete artificiale di prima classe. Acquistato da una decina d’anni e ancora in splendida forma. Ogni anno, tutti gli anni, mi tirano fuori dalla scatola l’8 dicembre, mi approntano diligentemente nell’angolo dello studio, quello dove c’è il computer, lo schermo grande della televisione, la biblioteca, il divano in pelle. La vestizione prende non più di una giornata. Mi addobbano sempre con i toni del rosso e del dorato. Qualche ghirlanda di lucine intermittenti, sostituite con puntualità non appena una lampadina guasta ne compromette l’effetto. Le decorazioni sono disposte sempre nello stesso modo, più in abbondanza sui lati in vista e rade su quello rivolto verso il muro. Lo stupore di chi entra nel salotto dura pochi minuti. Sono un albero di Natale ordinario. Acceso ogni giorno due ore prima di pranzo e due ore nel tardo pomeriggio, anche quando non ci sono ospiti. Prima, quando in casa circolava ancora qualche bambino, ombreggiavo un presepe, fatto con estrema cura. Era tradizione andare a prendere il muschio, grattandolo dalle cortecce con il coltello, per approntare la grotta e le montagne. Un fondo di bottiglia in plastica rivestito di carta d’alluminio faceva da laghetto per i cigni. Ora il presepe non c’è più, sostituito da una natività di cartapesta, talmente poco natalizia da essere lasciata sullo stesso tavolino tutto l’anno. Ai miei piedi, sempre meno regali, sostituiti da efficienti bonifici bancari alle figlie ormai fuori sede. Sparisco ogni anno il 7 gennaio, nel preciso rispetto del calendario. Mi ripongono nel cellophane e poi nella scatola. Nel salotto, resta solo qualche ago verde dimenticato sul pavimento. Come oggetti di poco valore scivolati dalle tasche di un passante disattento.

n.2

Mi hanno chiamato albero sospeso. Ma non cercate cime verdi, aghi di pino, ghirlande e fili di Natale. Non sono un albero, solo una serie di decorazioni acquistate distrattamente al supermercato e appese al soffitto. Di legno ci sono solo le travi a vista dove mi hanno appiccicato. Tra le palline di vetro anche una dove c’è scritto “Il mio primo Natale”. Qui in casa sono l’unico vestito a festa, insieme a un alberello di plastica messo sul frigorifero. L’unico segno delle vacanze imminenti. Il silenzio e l’indifferenza del resto dell’abitazione mi fanno sentire a disagio. Il Natale in casa non c’è e non ci sarà. La notte della vigilia, qualcuno ha accumulato i regali sul tavolo. Nessuno li ha aperti. Bambini troppo piccoli per aspettare con impazienza Babbo Natale, per godersi le mattinate lunghe, quando non si va a scuola e si resta ipnotizzati davanti alla televisione, con i programmi della mattina, mai visti primi. Adulti risucchiati dal lavoro nei ristoranti, dove il Natale è solo l’ennesima festività a cui sopravvivere. Per fortuna sono in alto. Posso vedere il Natale fuori dalla finestra. I turisti che si sbracciano anche sotto la pioggia e vanno a sbattere l’uno sull’altro per farsi una foto. Il signore delle crêpe che ha passato tutto la giornata in un cubo di un metro quadro, a guardare il telefono. Il negozietto di souvenir che s’è riempito di cappelli di Babbo Natale e lucine intermittenti. Il suono delle campane, dalla Basilica, la sera del ventiquattro dicembre. La pioggia sugli addobbi delle strade. Sono talmente invisibile che mi lasceranno qui tutto l’anno.

n.3

Anche quest’anno mi hanno messo nell’angolo del salotto. Accanto alla foto del padrone di casa, deceduto trent’anni fa, e il cero acceso sul centrino. Ma quest’anno è diverso. Questa volta, anche la padrona di casa è andata via. Morta in ospedale il primo giorno dell’anno. Un manipolo di ragazzotti vestiti di nero ha portato via tutto, ha fatto fuori il presepe, ricco di luci intermittenti e ceppi di legna rivestiti da carta roccia, per far posto alle sedie della camera ardente. Hanno coperto gli specchi. Hanno spento il camino. Hanno spostato, chissà dove, il grande tavolo in cristallo. Ma a nessuno è venuto in mente di portarmi via. Sono qui, in castigo in un angolo del salotto. Di fronte a me il quadro con le foto dei nipoti. In fondo posso vedere la punta della bara ricoperta da un lenzuolo bianco. Per il resto sono qui, sempre lo stesso da anni, ma questa volta spoglio, solo con un improvvido fiocco rosso in cima. Mi sento nudo, mi nascondo dietro i paltò venuti a rendere omaggio, dietro le parole a bassa voce, cerco di rendermi invisibile con il verde delle pareti. Mi sento osservato, come un attore distratto, che ha dimenticato di uscire di scena. Mi vergogno di essere qui. Una ragazzina mi ha fissato con gli occhi lucidi. Hanno pensato a tutto, tranne a me, e tra i tanti presenti, a nessuno è venuto in mente di ripormi, per i prossimi dodici mesi, o forse per sempre.

Images © Gustaf Fjæstad

Soundtrack: Fabrizio De André, Ave Maria

Andrea s’è perso

Non erano i monti di Trento e non era neanche una mitraglia. Andrea s’era perso, senza una lettera, senza la firma d’oro del re. Forse proprio per questo si era perso Andrea e non sapeva tornare. Nessuno gli aveva detto da che parte andare. Di incertezza si può anche morire.

Il bosco non era solo quello degli occhi di un contadino del regno, era quello fitto che era cresciuto intorno. Erano le finestre oscurate. Era la paura di uscire. Erano le langhe, con la luna sempre piena, la cenere dei falò sempre nell’aria, l’odore di erba bruciata, i tempi in cui bastava una ventata di tigli per sentirsi accesi, la verità sbattuta in faccia da un paesino adagiato sui colli, di quelli dove per sopravvivere non bisogna mai allontanarsi, mai mettere un piede oltre la svolta dello stradone, ché poi si perde la strada e non si ritorna più.

bosco

O forse s’era perso in una stanza vuota, quelle di città, che si affittano per un paio di mesi e poi restano come dei gusci vuoti al momento della partenza, nessun segno, nessun ricordo, o quasi, stanze che non esistono se nessuno le ha viste, disponibili per chiunque, nulla di personale. Quelle dove si finisce quasi per caso, quelle che ci si è immaginati per una vita intera e poi, una volta arrivati, viene da chiedersi se sia tutto lì. Dove non prende neanche bene il telefono e la notte si passa sulla scala del condominio ad aspettare notizie, perché forse il foglio del re arriva prima o poi ad avvisare che qualcuno è morto sulla bandiera.

Andrea se l’era anche chiesto, se ne valeva la pena, di fare tanta strada, “di traversare il mondo per vedere chiunque”, di crederci così tanto, di simulare tanto entusiasmo per poi non saper più distinguere un amore da un altro, per saltare giù dal palco, per prendere l’ennesimo treno, per tornare ancora una volta sulle stesse strade, sentirsi dire le stesse parole. “Valeva la pena esser venuto? Dove potevo ancora andare? Buttarmi dal molo? Ma dove andare? Ero arrivato in capo al mondo, sull’ultima costa, e ne avevo abbastanza”.

Ritornare e trovare amici che si ricordano di cose che aveva fatto, parole che aveva detto, storie che aveva vissuto, aneddoti che una volta era solito raccontare e lui che non si ricorda più niente, perché i filtri sono sbagliati, la memoria al contrario, l’abitudine a fare finta di niente e a eseguire gli ordini, è pur sempre un soldato del regno e non ha nemmeno il profilo francese, e “magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d’erbe secche e che la gente ricominci”.

Perché io Andrea me lo immagino e forse a volte me lo sogno anche la notte, mentre raccoglieva violette. Sono quelle mattine che mi sveglio e mi ricordo di aver parlato con un secchio, mi avvertiva che il pozzo era profondo. E io ultimamente ho le vertigini, ma le profondità non mi fanno paura. Mi ci butto, non guardo nemmeno cosa c’è dentro. Mi basta che sia più profondo di me.

Soundtrack: Andrea, Fabrizio De Andrè

Image: © Witchoria

Quotes: La luna e i falò, Cesare Pavese

Favole per soli adulti

C’era una volta, tanto tempo fa, una fiaba, ma ho dovuto ammazzarla. Senza esitazioni e ripensamenti. Un colpo netto, come uno squarcio nella pancia del lupo cattivo, come la strega chiusa nel forno a bruciare, morta, una volta per tutte, come un cartone animato sciolto nella salamoia. Questo articolo è quel che resta di un’immersione nelle favole per soli adulti, lette e vissute, è stato scritto un paio d’anni fa, sotto l’effetto allucinogeno di un libro di fiabe tradizionali, reinterpretate da scrittori contemporanei. Si tratta di uno di quei libri a cui io ho fisicamente voluto bene, al punto da portarmelo dietro nello zaino anche una volta finito, per poterne rileggere dei brani, l’ho tenuto a lungo sotto il cuscino e ho avuto cura di non affidarlo alle mani sbagliate. Era un periodo della mia vita in cui anche io pensavo di essere la protagonista di una fiaba per adulti, dove non ci sono colpi di fortuna, ma solo imprevisti, non ci sono magie, ma solo illusioni. Ero a Parigi, lavoravo in redazione, lasciavo una casa e ne prendevo un’altra e cercavo disperatamente un lieto fine per la mia fiaba personale. Ho voluto riprenderlo e conservarlo tra queste pagine, perché in quelle storie c’è una parte di me, quella che, anche nella più ordinaria delle routine, non vuole rinunciare a un po’ di polvere di fate e a un briciolo di illusione. Forse, come diceva Calvino, la fantasia è un posto dove ci piove dentro, o forse aveva ragione Gianni Rodari, la fiaba è semplicemente il luogo di tutte le ipotesi: possiamo scegliere quella che ci piace di più, anche se non è vera. 

Ispirandosi al lato oscuro delle fiabe dei fratelli Grimm e di Hans Christian Andersen, non sono pochi gli autori contemporanei che si sono cimentati con la reinterpretazione dei racconti d’inverno più classici, dove la fantasia sembra votarsi al più disincantato realismo, alla normalità più eccezionale e dove il luccichio della polvere di stelle lascia il posto al viale del tramonto e alla quotidianità, preferendo ai caratteri in bianco e nero creature dalle personalità screziate e ambigue.

André Breton era convinto che la miniera d’oro delle fiabe non fosse del tutto esaurita, che ci fosse ancora uno scampolo di racconto da scrivere per i più grandi. Le fiabe tristi, quelle più sporche, meno innocenti. Sembra fargli eco, almeno 50 anni dopo, Maurice Sendak, illustratore e scrittore, originario di una famiglia di ebrei polacchi rifugiatisi negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra mondiale, morto qualche anno fa. “Mi rifiuto di alimentare questa cazzata dell’innocenza”, aveva dichiarato in un’intervista, ricalcando la stizza dei fratelli Grimm, illustri filologi e studiosi, erroneamente considerati solo scrittori di favole. Autore de Nel paese dei mostri selvaggi, Sendak era a suo agio con i grumi di paura, il dolore, i cuori spezzati, il sangue, che hanno fatto delle favole quasi un antidoto ai sentimenti umani più cupi o, come diceva Jack Zipes, studioso dell’antropologia del folklore, “meri strumenti per vincere il terrore dell’umanità con l’aiuto di una metafora”.

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Streghe post-strutturaliste

“Era in grado di addomesticare il terrore, attraverso la poesia e l’estensione del linguaggio“, così scriveva Kurt Vonnegut di Anne Sexton, poetessa e scrittrice inglese, nata nel 1928, che tuttavia non riuscì ad addomesticare le sue di paure, suicidandosi nel 1974 all’età di 45 anni. Con Transformations (1971), Anne Sexton si guadagnò la reputazione di “strega post-strutturalista”, reinterpretando 17 fiabe dei fratelli Grimm. Qui il “vivere felici e contenti” si muta nell’ennesimo dovere, una stasi impossibile da sopportare. La mamma di Raperonzolo è una vecchia donna dal cuore spezzato, la Bella Addormentata delude le aspettative del suo pubblico soffrendo di insonnia e la Cenerentola e il principe sono gli unici a meritarsi un lieto fine, finendo “felici e contenti” ma come due statue in un museo, senza darsi neanche più la pena di discutere, nemmeno per la cottura di un uovo. Ai matrimoni smaglianti, Sexton preferisce l’amore imperfetto, come nella storia ispirata alle dodici principesse che scappano dal castello per danzare tutta la notte, un’immagine che scivola in quella di una donna paralizzata che non vuole rinunciare ad andare nei caffè il sabato sera con suo marito e guardare gli abbracci degli amanti nella pista.

Una lucida consapevolezza che Sylvia Plath, poetessa americana, morta suicida nel 1963 a 30 anni, ha scelto deliberatamente di lasciare fuori dal suo unico libro per bambini The Bed Book, una collezione di poemetti bislacchi sul letto, da quello fatto per i gatti a quello per gli acrobati fino al giaciglio ideale, simile a un sottomarino o un jet con direzione Marte, provvisto di zanzariere per le stelle cadenti. Una spensieratezza che ricorda gli alter ego fiabeschi di Italo Calvino, che creò le figure del barone rampante Cosimo Piovasco di Rondò, salito sugli alberi senza scendervi mai più per un supremo atto di disobbedienza, del cavaliere inesistente e del visconte dimezzato, negli stessi anni in cui s’immergeva nel colorato oceano delle fiabe italiane.

Sabotatori di fiabe

“Mi piace ogni cosa che luccica”, diceva Angela Carter. Con La camera di sangue (1979), rinunciando alla definizione di “favole per adulti”, la scrittrice e giornalista inglese ha stravolto gerarchie e stereotipi, facendo di Cappuccetto Rosso una giovane donna per nulla intimorita di dormire tra le zampe del lupo nel letto della nonna. È a lei, vera e propria sabotatrice di fiabe, che Kate Bernheimer, statunitense, creatrice del magazine Fairy Tale Review, ha dedicato l’antologia di fiabe contemporanee My mother she killed me, my father he ate me, una collezione di 40 nuovi racconti riscritti da autori come Neil Gaiman, Joyce Carol Oates, Ludmilla Petrushevskaya e Michael Cunningham.

Vladimir Propp e le sue 31 sedicenti inalterabili funzioni della fiaba si arrendono davanti a queste favole intrise di disincanto e malinconia. Ci sono boschi sì ma anche squallide cucine di fast food, cortili polverosi e abbandonati, odore di vecchiaia, retrobottega poveri. La sirenetta di Andersen finisce prima impagliata nella Mermaid Parade di Mudpuddle Beach, dove ogni anno decine di folli sirene muoiono soffocate dall’aria, e poi ritorna umana in una delle fiabe più intense di tutto il libro, dove è la sfortunata metà di una coppia, che assiste alla crescente attrazione del suo uomo per una creatura ben meno eterea e molto più terrestre.

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“Soggetto 525, donna caucasica sulla ventina, arrivata nel reparto pronto soccorso intorno alle 23 presentando sintomi di un’acuta patologia psicotica”, così Cenerentola debutta nell’antologia mentre Biancaneve è la fantasia erotica di un manipolo di nani che condividono un loft e, tra lattine di birra, tortilla chips e PlayBoy, aspettando l’arrivo della donna che ridarà loro la dignità di uomini.

L’effetto scioccante della bellezza è la caratteristica di ogni favola”, ha scritto lo studioso di folklore Max Lüthi. Qui i personaggi non sembrano più in grado di sostenere questo shock. Svanito l’effetto dell’incantesimo, principi e principesse tornano individui normali, sfiancati dallo scontro quotidiano, protagonisti loro malgrado di favole postmoderne, dal finale ammaccato. La fiaba si arrende rassegnata alla realtà. E la realtà, anche quella più cupa ordinaria, sembra non voler rinunciare al suo briciolo di illusione.

Soundtrack: Searching for Heaven, The Drums

Images (cc) marvelous Elena Kalis on Flickr

Summertime

My name is Renée. Maybe you better know me as “Aunt Renie”, even if I’m not really an aunt for you. I’ve been told that everyone has chosen for me a fictional personality so I get used to become a different person in every story. Well, in this story, written during a cold Parisian winter, I am looking for a guy called Damiel Parker.

Damiel used to live next to my place, in a little village in Arizona. His dad was rich and his mum was really good-looking but they were too busy in their little love affairs to care after him. So he used to hide in my garden, chasing butterflies and lizards. He was a smart child, a bit lonely, always riding his bike. I still remember our wonderful summer days when we got friends: living was easy, the cotton was high and we used to eat Aunt Jemima pancakes together in my veranda every afternoon, making jokes and creating stories about fantastic animals. Well, this was a few decades ago.

Damiel

Damiel

I have not seen him for years, since he moved to New York City to follow the decadent utopia of a sparkling life in the city. Well, his parents used to write me from time to time, and they told me Damiel is fine and still living in New York. He quit his ambitions as soon as he realized that, by growing, ideals and dreams inevitably turn into more conventional goals.

I’ve been told he is involved in a few meaningless jobs, since he’s looking for the smallest amount of responsibility and he just wants to have enough money and spare time to keep on writing. He should be around 32 now and I am sure he has still the same sad smile and the same green grass eyes. I wonder if maybe he got a girlfriend or a wife or a real ordinary family with crying children, trained dogs, a full fridge and ridiculous toys.

I guess I’ve found him on facebook but I don’t dare to contact him. Still, I managed to have his address so I can send him from time to time some fairy tales, the ones he used to read under the trees of my garden, just to offer him a last glimpse of dreamy childhood. He used to answer me with some postcards from New York, without any words. Then he stopped. I have a whole collection of them.

As a child, Damiel used to write stories inspired by songs his parents listened to. Once, he sent me a perfumed letter, with a story about summertime and jumping fishes. I’m still dreaming about this fabulous tale. I wonder where his inspiration comes from now.

Summertime

Summertime

I’m almost 75 right now and I would like to see Damiel one more time. If you manage to catch him sooner or later, tell him Indian summer in Arizona has never been that colorful like this fall and that old Aunt Renie is still waiting for him with hot pancakes.

Soundtrack: Summertime, Ella Fitzgerald & Louis Armstrong

Images: © Julie Morstad

This post is the first of a series of storytelling experiments, created for the on-line course “The Future of Storytelling” at Iversity