Parigi, o la Nuova Atene

Esistono angoli di Parigi che ho attraversato per anni, di corsa, stazioni della metropolitana dove non ho mai avuto l’occasione di fermarmi, interi quartieri che vivono all’ombra di uno scorcio più celebre, offuscati dalla reputazione di un paio di strade e boulevard, viali anonimi, immersi nel silenzio dell’esistenza quotidiana, che non ha niente da spartire con gli itinerari turistici, li week-end nella Ville Lumière, e che assomiglia spesso a un tentativo di resistenza, più o meno originale, in una città in grado di fagocitare sogni, progetti ed energie. È il caso del nono arrondissement, ultima scoperta di uno di questi pomeriggi d’inverno.

Per inoltrarsi nel quartiere, basta prendere la giusta traversa, lasciarsi alle spalle i rumori e le boutique della rue des Martyrs, per immergersi nell’atmosfera della Nouvelle Athènes, la nuova Atene, una parte della città, alle spalle dello sgangherato boulevard de Clichy, a pochi metri dalle insegne chiassose di Pigalle e ritrovare il piacere di camminare nel passato, in una dimensione sospesa, dialogare con gli inquilini di una Parigi che fu, escludersi, per lo spazio di un quartiere, dalla contemporaneità.

Sulla soglia della square d’Anvers, alzando lo sguardo, si scorgono ancora le cupole della Basilica del Sacro-Cuore ma Montmartre, insieme ai suoi trenini turistici, le crêperie di dubbio gusto, i negozi ammiccanti, sembra lontanissima. Qui la vita di quartiere rallenta, alcune strade sono addirittura vuote e si può avanzare, da un isolato all’altro, seguendo le travagliate vicende delle residenze storiche, le targhe che indicano dove un tempo abitava uno scrittore o un musico, tuffarsi in un altro secolo e dimenticarsi del presente.

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La Basilica del Sacro-Cuore, vista dalla Square d’Anvers

È ai piedi del monumento allo scultore Paul Gavarni, cuore della place Saint-Georges, che si contano già tutti gli elementi tipici dell’architettura del quartiere: le residenze sontuose, le eleganti statue da strada, la presenza delle lorette, figura tipica, eufemismo da gentiluomini per definire le cortigiane del quartiere, ai tempi di Luigi Filippo, durante la Monarchia di Luglio, personaggio immortalato da Émile Zola nel suo romanzo Nana. Il busto di Gavarni fronteggia con irriverenza l’Hôtel Tiers, oggi centro di ricerche umanistiche e biblioteca, un tempo dimora di Adolphe Thiers, primo presidente della Terza Repubblica Francese, e l’Hôtel della marchesa di Païwa, celebre lorette, più fortunata delle sue consimili, a cui gli amanti dedicavano palazzi e pietre preziose, come questa residenza ricamata d’angeli, profili leonini e statue gotiche e rinascimentali.

Scendendo lungo rue Notre-Dame de Lorette, dove abitarono Eugène Delacroix e Paul Gauguin, si arriva alla chiesa omonima, dove Gauguin e Monet furono battezzati. Da qui si può iniziare a vagare nel quartiere, un tempo palpitante di guinguette e cabaret, che ha raggiunto il suo culmine tra il 1820 e il 1860 quando architetti e artisti lo hanno eletto come dimora, puntellandolo di splendide residenze e accendendolo di inediti slanci culturali, salotti letterari, una frizzante vita intellettuale di cui oggi resta una piccola eco nel Musée de la Vie Romantique, in rue Chaptal.

La calma delle strade invita a conversare con gli abitanti di una volta e, tra una residenza e un prospetto neoclassico, si può perdere la concezione del tempo e pensarsi come un’ospite, che si reca a fare visita a Chopin e George Sand, domiciliati a square d’Orléans, al civico 80 di rue Taitbout (aperta solo il sabato mattina). Sand aveva raggiunto Chopin ma, ben in anticipo sui dettami di Virginia Woolf, aveva preteso un appartamento tutto per sé, e la possibilità, non da poco, di vivere una vita in famiglia, ma con l’uscita di sicurezza e la propria solitudine sempre a portata di mano. Ci si può mettere in fila alla boutique del signor Tanguy, venditori di tele e pennelli e tra i primi mercanti di opere impressionniste, reso celebre dalla tela di Van Gogh, al civico 14 di rue Clauzel, oggi scarna galleria di stampe asiatiche.

Passa quasi inosservata, la rue de la Tour des Dames, ma un tempo doveva creare scompiglio se, come racconta la leggenda, almeno tre attrici di teatro si contendevano i favori degli inquilini e il domicilio nelle residenze, ancora oggi conservate in ottimo stato. Al civico 9, la dimora di Talma, attore del teatro tragico, mentre ai numeri 1 e 3 vivevano Mademoiselle Duchesnois e Mademoiselle Mars, capricciose teatranti. A pochi passi, la casa-atelier di Gustave Moreau è oggi un bellissimo museo, nonché un’occasione per entrare e osservare da vicino gli interni di una dimora ottocentesca nel quartiere più romantico di Parigi. Infine, tra le tante salite che riportano a Montmartre, scegliete la rue Rodier, tra antiquari, atelier e il piccolo rifugio della Baleine Bleue, un curioso atelier blu oltremare, dove l’arte della terracotta è accessibile a tutti.

Per ritornare al grigiore di una domenica pomeriggio d’inverno, basta poco, una breve salita e compaiono i bar fumosi di quella parte del quartiere ribattezzata infelicemente SoPi, South Pigalle, le boutique hipster di vinili, i bar un po’ tutti uguali, le gallerie stucchevoli di Montmartre, la solita vecchia Parigi, troppo impegnata a imitare se stessa, a farsi caricatura, mentre il tempo le scorre accanto.

Soundtrack: Malcolm Holcombe, Another Black Hole

Immagine: la sottoscritta

 

 

 

Just a drawing

“Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima volta è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno «schizzo» è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è tutto uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.

   «Einmal ist keinmal». Tomáš ripete tra sé il proverbio tedesco. Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l’uomo può vivere una sola vita, è come se non vivesse affatto.” (da L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera)

Nello studio di Eugène Delacroix, a Parigi, furono ritrovati più di seimila schizzi. Il più tragico dei pittori francesi dipingeva senza sosta, disegnava ogni giorno, fregiandosi del tocco rapido e veloce della sua matita.

Se non sei capace di fare uno schizzo di un uomo che cade dalla finestra prima che dal quinto piano arrivi a terra, allora non sarai mai capace di produrre lavori monumentali. Si dice fosse tra le sue sentenze preferite.

Oggi i disegni più belli, gli schizzi più intensi di Delacroix, direttamente dal Louvre di Parigi, sono a New York per l’esposizione allestita presso la Morgan Library sugli artisti francesi e la Rivoluzione.

Faccio, disfaccio, ricomincio e non raggiungo mai il risultato che cerco”, scrive in una lettera del 21 febbraio 1821 indirizzata a Charles-Raymond Soulier.

Per ogni tela commissionata, Delacroix scriveva incessantemente, tratteggiava profili, curve, movimenti, e li trascriveva nelle lettere che spediva ai suoi amici pittori. Riversava il tormento dell’incompiutezza in un foglio bianco, sfogava il perenne senso di insoddisfazione che lo perseguitava, fino alla realizzazione finale, inevitabilmente superba, di ogni sua opera.

Stuck in a moment. Molti degli schizzi di Delacroix non sono mai più stati ripresi. Intrappolati in una sfumatura del carboncino, semplici testimoni di genesi controverse, restano immobili su fogli ormai ingialliti, racchiusi in un movimento sviluppatosi altrove. Primo passo a cui non è mai seguito un secondo.

Einmal ist keinmal. Ciò che succede una sola volta non è mai accaduto. Lo diceva Kundera. Se questo è vero, gli schizzi del pittore che usava colori dolenti sono scaramucce, come diceva Alexandre Dumas a fine Ottocento parlando di Delacroix. Bagatelle di poco conto, di cui la storia potrebbe fare a meno.

“Guai a chi in un bel quadro vede soltanto un’idea precisa e guai al quadro che a un uomo dotato d’immaginazione non fa veder nulla al di là del finito. Il pregio del quadro sta nell’indefinibile: è proprio ciò che sfugge alla precisione”, scriveva Delacroix nel suo diario.

Questi giorni a New York assomigliano a uno “schizzo di nulla”, un “abbozzo senza quadro”. Scappano a ogni pianificazione. A ogni tentativo isterico di dare un appuntamento alle meraviglie della città, nell’idea vana di non mancarne neanche una. Procedono senza la preoccupazione di prendere sempre e necessariamente la decisione migliore o seguire l’itinerario consigliato, alla ricerca costante del bello nell’imprevisto.

Io debutto ogni mattina. Vivo New York come se fosse la mia città e, allo stesso tempo, cerco di abituarmi alla temporaneità. Mi calo nella dimensione di uno schizzo.

“In pittura l’esecuzione deve sembrar sempre improvvisata, e in ciò sta la differenza capitale da quella dell’attor comico. L’esecuzione del pittore sarà bella soltanto se egli si sarà lasciato andare un po’, se ricercherà nel corso dell’elaborazione. Prendo esempio da Delacroix e improvviso a ogni risveglio. Ho la matita sempre in mano e imbastisco leggerezze più o meno sostenibili. E cerco di trattenere il carosello di facce che mi volteggia intorno.

Se tutto quello che ho fatto solo una volta non fosse vero e reale, secondo Kundera potrei non aver mai visto i ballerini di tango del West Village sulla riva dell’Hudson, teatro malinconico della domenica pomeriggio, la notte stellata di Van Gogh o quella tagliata dalle punte dei grattacieli che disegnano la High Line. Non ho mai sfiorato l’oceano a Coney Island e rubato le conchiglie giganti alla marea. Non ho mai cercato, e trovato, il duello tra gli angeli di Delacroix nella chiesa di Saint-Sulpice a Parigi, un giorno freddissimo di novembre.

Soltanto l’esperienza può dare, anche all’ingegno più grande, la fiducia d’aver fatto tutto quello che poteva esser fatto. Solo i pazzi e gli impotenti si tormentano per l’impossibile“, (dal diario di Delacroix).

Forse New York necessita un piano. Una strategia. Una seconda volta da programmare. Forse mi sto sbagliando. Ma, in fondo, questo è il mio schizzo, la mia brutta copia. Rimarrà una bozza, incapace per natura di colmare un’inquietudine. Ma nel migliore dei casi, sarà sublime come un disegno dimenticato di Delacroix. Come una scaramuccia. Un tormento da narratore contemporaneo imbevuto di ansie metropolitane, che non accenna a svanire, anche a costo di andare incontro a ogni rischio di incoerenza.

Images © Eugène Delacroix

Soundtrack: The Tempest, third movement, Beethoven