Punto di non ritorno

Ci sono viaggi di ritorno che non mi hanno mai riportata indietro. Posti dai quali non sono più tornata. Viaggi che non ho raccontato a nessuno, quelli che mi hanno fatto sentire grande per la prima volta, preparare una valigia al volo e partire, senza dover chiamare nessuno all’atterraggio. Voli che mi hanno catapultato per qualche giorno nelle vite altrui. Partenze che ho confidato solo a pochi, con una promessa: “se ritorno, dammi uno schiaffo“.

Poi ci sono anche i viaggi di ritorno ordinari, standard, quelli che non ho mai descritto perché sono solo una banale attesa tra due destinazioni, che servono solo a trasportarti da un luogo all’altro della terra. Sono di solito i più lunghi. Come il mio primo viaggio di ritorno dagli Stati Uniti, una traversata durata mezza giornata. Da New York a Roma, da Roma a Brindisi, con i diari di Susan Sontag in mano e l’adrenalina di tre mesi in America ancora tutta ferma in un nodo in gola.

Quello cominciato un anno fa è sicuramente il più importante dei miei viaggi, quello dal quale non sono più tornata e sicuramente non tornerò più. Per mesi, sono rimasta nel mio quartiere, nel punto più alto di Montmartre. Ho smesso perfino di prendere la metropolitana per un po’. E senza muovermi da casa, ho conosciuto parti di me stessa che non avrei mai sospettato d’avere. Abissi di gioia, talmente grande da far paura a guardarci dentro. Cascate di impotenza, cime altissime di rabbia, tempeste di stanchezza. Il dolore fisico più grande mai sopportato prima. I nervi che saltano. Il cuore che batte per cose nuove. Sfumature inedite che ho dato alle parole amore, vita, solitudine, tempo, libertà.

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La vista dalle finestre dell’ospedale, un anno fa.

Quando Émile è nato, il 31 maggio dello scorso anno, a Parigi pioveva. Era un maggio insolito, molto diverso da questo mese asfissiante che ci sta trascinando già stanchi e arsi all’inizio dell’estate, da questa primavera volata via. Sulle finestre dell’ospedale Lariboisière, batteva forte il vento e cadevano righe di pioggia. Sul mio comodino, gli antidolorifici quotidiani, gli antispasmodici, un bicchiere d’acqua e una pila di libri e fumetti presi in prestito alla biblioteca dell’ospedale, che non avrei mai letto.

Davanti a me, ore interminabili di attesa, la pancia stretta in un laccio e cronometrata, l’anestesia che non funziona, qualche minuto nella terra di nessuno e poi un esserino raggomitolato tra le braccia, con gli occhi semichiusi, dove già mi sembrava di intravedere tratti familiari, una testolina minuscola che pensavo di conoscere da sempre.

Dopo le prime lacrime, ne sono venute altre, e poi non c’è stato più tempo per nulla. Dodici mesi di notti bianche, una valanga di preoccupazioni e inquietudini, migliaia di puntini rossi (rosolia e varicella in un mese solo), capelli con dentro bava, pipì, crema di verdure, banana mangiucchiata, pomata per il culetto, CACCA, sabbia e pezzi di pannolino decomposto, ogni testa più o meno pensante che si sente in diritto di insegnarti a prenderti cura di tuo figlio. Decine di prime volte: la prima pappa, la prima caduta, il primo passettino, il primo volo in aereo, la prima notte completa, la prima babysitter, il primo dentino, la prima volta seduto, la prima volta in piedi, la prima notte completa, il primo pomeriggio senza la mamma, la prima febbre alta, il primo bacino, la prima parola, che non è mai mamma.

Quest’anno sono spariti tanti vecchi fantasmi, ma ne sono forse comparsi dei nuovi. Quando ho scoperto di essere incinta, un’amica mi disse: “le nonne dicevano che quando fai i figli ti passa il mal di testa, nel senso che poi non ti viene più, nel senso, forse, che poi non pensi più alle stupidaggini, che finalmente hai fatto qualcosa di serio, di vero, di importante e, dunque, non ha più tempo per “i  mal di testa”… Ti sembrerà strano, ma adesso tutto sarà più semplice, le cose stanno così e basta“. E forse aveva ragione. I problemi non sono spariti, ma ho imparato a vederli, a rinchiuderli in una parola, a metterli a fuoco, sono diventati ostacoli concreti, che posso evitare, saltare o a volte prendere a calci, quando non ne posso più.

Se è vero che in amore siamo tutti principianti, con un esserino di un anno bisogna ricominciare dalle basi. Mi rimetto in discussione, conto fino a dieci quando tutti i piani e i progetti vanno a monte senza una vera ragione, mi chiedo il perché delle cose, dove sbaglio, perché sbaglio, faccio infiniti passi indietro nella speranza di farne anche uno solo in avanti, e non smetto mai di cercare. E di perdermi ogni giorno in un paio di occhietti neri.

E anche se l’autosvezzamento, il metodo Montessori, l’apprendimento del sonno, per ora sono un buco nell’acqua, spero solo di riuscire a insegnargli le certezze del dubbio, per citare la mia Goliarda, e quanto faccia bene alla salute, una volta ogni tanto, regalarsi un punto di non ritorno, tirare una linea e ricominciare da capo.

Buon compleanno, Émile, piccola grande vita

la tua mamma

 

 

 

 

Paris, jardin Shakespeare

Tre giorni consecutivi di sole a Parigi, la temperatura sale sopra i 15 gradi e da domenica c’è anche il cambio dell’ora. Fa buio intorno alle 8 di sera e dagli alberi si levano cori di pennuti allegri. Ormai è definitivamente primavera, devo farmene una ragione. Fatta eccezione per lo scorso anno, quando me ne andavo in giro per la città con il mio pancione da 16 chili e sorridevo beata, e beota, a ogni bocciolo, la primavera parigina mi ha sempre provocato un po’ di tristezza, il sole in città mi fa venire voglia di tirare le tende e fare finta che fuori sia grigio, restare sul divano con un libro e una tazza di tè, illudermi che sia ancora autunno, la mia stagione preferita, o almeno inverno.

Quando fuori è solo “pioggia e Francia”, è come se Parigi mi piacesse di più. Da buona meridionale, con il sole e il caldo, cerco l’ombra e le prime tiepide giornate primaverili mi piace godermele al fresco di un albero o, se proprio non c’è verde intorno, almeno sotto un ombrellone o un porticato. Di conseguenza, la psicosi collettiva per accaparrarsi un posto al sole non m’ha mai contagiata. Senza contare che primavera a Montmartre fa rima con strada di casa ingolfata di turisti che ti guardano storto se temporeggi sul marciapiede per trovare le chiavi di casa; concerti di fisarmonica e chitarra spagnola sotto la finestra dalle due del pomeriggio al tramonto (e il tramonto, ahimè, arriverà sempre più tardi); autobus e funicolare sempre pienissimi; cori di viandanti ubriachi e bottiglie rotte a notte fonda.

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Insomma, amo Parigi in autunno, con il colore caldo delle foglie, con l’aria fresca e il profumo d’erba, le prime piogge, il vento che solletica le narici, le giornate corte e i pomeriggi languidi. Il tepore primaverile mi abbatte e mi spegne.

Premesse polemiche a parte, per sopravvivere alle orde di parigini galvanizzati dall’inizio della bella stagione, e per sfuggire agli insopportabili pomeriggi en terrasse, stretti al tavolino di un caffè, spesso a pochi metri dal manto stradale e sommersi dalle chiacchiere dei vicini, c’è qualche rifugio a portata di metropolitana, ovvero i boschi. Da Montmartre, il più vicino, a una decina di fermate, è il Bois de Boulogne, enorme distesa verde alle spalle dell’Université Paris 7. Non che il bosco non sia preso di mira dalla fauna cittadina, ma è sufficientemente grande e abbastanza selvaggio da consentire di dimenticarsi di essere a Parigi, almeno fino a quando non spunta il profilo della Tour Eiffel, poco lontana.

Da un paio d’anni il Bois de Boulogne è una destinazione fissa, almeno una volta a settimana, eppure ci sono angoli sempre nuovi, sentieri che ancora non abbiamo esplorato, intere porzioni di foresta dove non abbiamo mai messo piede o, se l’abbiamo fatto, la vegetazione è talmente cambiata da confonderci e da sembrare sempre nuova. In fondo, è grande circa tre volte Central Park! La scorsa settimana, eravamo alla ricerca della Fondation Louis Vuitton, alla quale non siamo mai arrivati, ma abbiamo trovato il Jardin du Pré Catelan, un giardino botanico situato tra il lago inferiore e il parc de Bagatelle, almeno secondo le carte.

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La storia dice che a dare il nome a questo giardino fu il capitano di caccia di Luigi XIV, Théophile Catelan. Un altro personaggio, tuttavia, un trovatore di nome Arnault Catelan, sembra avervi trovato la morte, nell’atto di portare a Filippo il Bello dei doni d’amore da parte di Beatrice di Savoia, contessa di Provenza. Un tempo splendido parco d’attrazione, con la latteria che spillava latte fresco, le giostre, i concerti, le passeggiate in velocipede, il giardino non è sopravvissuto alle scorrerie di rivoluzionari e soldati e si spense a fine Ottocento.

Oggi, il parco ha le sembianze di un giardino incantato. Quasi troppo perfetto per essere vero. Tulipani, narcisi, viole del pensiero, sono diligentemente disposti a formare sentieri e vialetti, geometrie floreali, coreografie di verde, tutto è minuziosamente piazzato per comporre un quadro estetico simmetrico e perfetto, sebbene un po’ inquietante. Ci si aspetta che, da un momento all’altro, un tulipano possa esplodere o una viola del pensiero mutarsi in pianta carnivora. La latteria oggi è uno chalet, vuoto, una sorta di rifugio di pianura, dove non c’è più nessun concerto, né velocipedi. Qui è la natura a offrire lo spettacolo più impressionante, perché tra i graziosi recinti di fiori e le aiuole squadrate, svettano alberi magnifici, araucaria, sequoie, magnolie, uno splendido faggio color porpora.

E, poco prima di ritornare alla porta d’ingresso, un angolo di verde fa bande à part. È il Jardin Shakespeare, arena scavata nel verde, ispirata a cinque opere del bardo, composta da cinque giardini tematici e un anfiteatro fatto d’erba, e c’è perfino una cavea per i musici di scena. Arrampicandosi su un lato del teatro, cortine di cespugli, profumo d’erbe aromatiche, Puck il folletto soffia e ti scompiglia i capelli, Titania e Oberon ti sussurrano all’orecchio filastrocche incantate: siamo in un Sogno di una notte di mezza estate. Basta cambiare direzione e ci si ritrova tra brughiere, il tasso che s’infittisce e un ruscelletto che scivola tra le pietre e piange la sorte di Ofelia, è il decoro di Amleto, mentre una vegetazione più selvatica, densa e scura evoca la foresta di Arden e le scenografie di Così vi piace. Prospero, Lady Macbeth, Calibano, sono gli altri personaggi che popolano queste frasche, nascoste nel cuore del bosco.

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Una delle cose positive della bella stagione a Parigi è che questo giardino diventa un vero teatro, dove si recita, soprattutto Shakespeare, ça va de soi, all’aria aperta e al fresco. Altrimenti, il giardino è aperto tutti i giorni, dalle 14 alle 16, per le contemplazioni solitarie, di gran lunga le mie preferite, nel silenzio dove Parigi può ancora mostrarsi per quella che è, una città di sorprese, all’angolo della strada o semplicemente nascoste dietro il tronco di un albero.

 

Qui il sito del teatro, con il programma degli spettacoli.

 

 

 

 

 

 

 

(Ancora) dalla parte delle bambine

In quest’anno appena iniziato, in questi mesi in cui ho ritrovato a fatica il tempo di leggere, ho avuto sotto mano quasi esclusivamente libri di donne. Per caso o per scelta, sono stata in compagnia di Goliarda Sapienza, Annie Ernaux, Simone de Beauvoir, Monique Wittig, Anna Maria Ortese e, in ultimo, grazie ai consigli di un meraviglioso club letterario, mi sono ritrovata tra le mani Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, testo del 1973, purtroppo ancora tragicamente d’attualità.

Gianini Belotti, psicologa e psicoterapeuta per l’infanzia, racconta come i condizionamenti sessuali siano un’invenzione sociale e culturale, e come gli stereotipi e i luoghi comuni perpetrati nella scuola e dalla famiglia diano corpo a due classi di individui opposti, i maschietti, “per natura” dominanti, aggressivi, competitivi, chiassosi, volitivi, e le femminucce, “per vocazione” timide, riservate, aggraziate, composte, silenziose, modeste, noiose. Il libro, scorrevole come un romanzo e corredato da esempi realmente accaduti nei suoi anni di lavoro, è di una verità agghiacciante e, nonostante sia stato scritto negli anni Settanta (e conservi talvolta qualche semplicismo), ancora terribilmente vero. E soprattutto insiste su come il contesto, sociale, familiare, professionale, ricordi in ogni istante alle bambine il fatto d’essere prima femmine, e poi esseri umani come tutti gli altri.

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In un piccolo paesino del Salento, negli anni di scuola elementare, io e le mie compagne eravamo il perfetto stereotipo delle bambine nevrotiche e addestrate a dovere. In ordine, in fila per due, grembiule rosa e fiocco ben stirato. E cattivissime. Al contrario dei nostri compagni maschi, più giocherelloni e solidali, eravamo sul chi vive, per poterci scoprire in difetto o senza i compiti fatti, e correre a denunciarci alle maestre, “per il nostro bene”. Le punizioni, i brutti voti, i rimproveri erano un’offesa insopportabile, dalle quali non ci si riprendeva facilmente. Per una nota sul registro, si tornava a casa in lacrime e le maestre sapevano bene di colpire nel segno quando mettevano una di noi dietro la lavagna.

Immersa fino al collo nella trita tiritera dell’educazione cattolica, ho convissuto per un bel po’ di tempo con il senso di colpa di fare qualcosa di sbagliato e, per andare a letto tranquilla e assolvermi la coscienza, soprattutto nei primissimi anni di scuola, m’ero imposta l’obbligo morale di dire tutto alla mamma, anche i dettagli più stupidi e insignificanti. Queste nevrosi sono andate scomparendo con l’arrivo dell’adolescenza, quando insieme alla ribellione per l’universo rosa e asettico della mia infanzia, sono arrivati anche i grossi, grossissimi, stupidi complessi fisici, altro privilegio (quasi) esclusivamente femminile.

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Anche senza grembiulino rosa, una volta cresciute, il fatto d’essere una ragazza non ce lo si può scordare nemmeno un attimo. I primi passi nel lavoro sono stati quelli fatti per portare pizze e insalate in un pub di Lecce, tra i più noti del centro storico. Ero la più piccola delle cameriere, l’ultima arrivata, e per questo esonerata dai vizietti del proprietario, che si dilettava a tastare con mano, letteralmente, le qualità delle mie colleghe. Era un tipo autoritario, imponente, ricco, lo si riconosce da lontano per via del bolide rosso che esibisce anche nel più piccolo budello del centro storico, con un senso dell’umorismo alquanto discutibile. Ogni tanto mi chiamava per ripetermi sempre la stessa battuta: “Anche io sono andato all’università, lo sai? Alla Bocchini!” E giù grasse risate. Le sue, ovviamente. Solo qualche centinaio di metri più in là, la pizzeria, oggi chiusa, dove approdai al terzo anno di università, ci voleva tutte in divisa, con un cravattino rosa shocking e, per spingerci a vendere di più, metteva in palio ricchi premi e cotillon, ovvero smalti e rossetti per noi cameriere. Infine, il ristorante greco, chic e conosciuto, dove il padrone di casa selezionava solo imperativamente “ragazze di bella presenza” alle quali, ogni sera, controllava trucco e capelli. “Potresti acconciarti un po’ di più?”, mi chiese una sera, “sei bellissima così come sei, ma immagina di andare a un ballo quando vieni a lavorare qui”.

A Parigi, ormai editrice italiana per la rivista Cafebabel, ho rimontato le sorti delle pagine social e animato la comunità italiana dei collaboratori. Oltre ai dati e ai conteggi settimanali di like e clic, ho anche ricevuto una mail di apprezzamento da parte dell’allora direttore. Si profondeva in lodi e complimenti, per me e la mia collega polacca, per come avessimo magistralmente ottemperato al nostro turno di pulizia mensile. “L’ufficio brilla”, ci scrisse, “brave, soprattutto per le toilette!”. Ora, pensava davvero di farci piacere? Di lusingarci? E soprattutto, avrebbe mai detto la stessa cosa a un ragazzo?

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Se ne sono uscita fuori illesa, lo devo soprattutto alla mia famiglia. Alla nostra casa piena di libri e riviste, sin da quando eravamo piccole, alle estati di libertà completa, sola in sella a una bicicletta, passate a giocare con le foglie di eucalipto e le siepi di felci, con bambini e bambine, tutte insieme. Ai miei genitori, che mi hanno sempre lasciato partire, anche se con un nodo in gola, soprattutto quando andavo tanto lontano, e ci hanno sempre considerate, me e mia sorella, capaci di fare tutto, di essere mamma e avvocato, di fare la giornalista o la cameriera, di andare in giro per il mondo o restare a casa con un bimbo di pochi mesi.

Dalla parte delle bambine è un testo invecchiato benissimo, nonostante la semplicità di alcune analisi. Ma, si sa, per arrivare alle orecchie di tanti, occorre ridurre la complessità dell’oggetto in questione. È quello che i teorici della letteratura hanno chiamato “essenzialismo strategico“. Quello di Elena Gianini Belotti è un libro che andrebbe consegnato a ogni insegnante, regalato ai genitori, letto da tutti. Perché stare dalla parte delle bambine non è schierarsi stupidamente e fare il tifo per le ragazze, ma attivarsi perché tutti possano crescere liberi, ragazzi e ragazze, di essere se stessi, di fare danza classica o andare a cavallo, di imparare il tombolo o andare a pescare, di sognare il cosmo e i viaggi oppure una casa in campagna e un recinto con le galline.

Soundtrack: Janis Joplin, Kozmic Blues

Image © Julie Morstad

Letture consigliate: Storie della buonanotte per bambine ribelli, di Elena Favilli e Francesca Cavallo, edito da Mondadori.

Il canto delle sirene ferroviarie

“[…] ho sentito il canto delle sirene ferroviarie (ogni luogo ha la sua sirena) che ha spinto tante donne, uomini e ragazzi a darsi alla via della strada. Il loro canto scendeva indescrivibilmente avvolgente, dissonante, note crudeli miste a inni di guerra (l’andare sempre senza chiudersi mai in una cella) ricadenti dall’immensa volta della stazione cattedrale… Ecco: le voci delle sirene entrano dalle aperture con sfrigolio di ruote, altoparlanti e frusciare di passi, versi richiamati dall’underground, dalle file ai botteghini, dall’aprirsi del pacchetto delle patatine, giornali (almeno quattro o cinque correnti di suoni) si mescolano sapientemente (la sapienza del caos che ci regola) a mezz’aria per poi slanciarsi verso le volte, da dove prendono a ricadere in una pioggia fitta di note impastate di tutte le disperazioni, le gioie del viaggio, della fuga ora coatta ora voluta dall’eterna corsa ambivalente che ogni ‘essere nato’ porta con sé per tutta la vita”.

Goliarda Sapienza, al canto delle sirene ferroviarie, non sapeva resistere. Pochi giorni a Roma, tra gli amici “cinematografari”, la scrittura, il teatro sperimentale. Poi correva a rifugiarsi a Gaeta, nella vecchia mansarda che condivideva con Angelo Pellegrino, poi ritornava a Positano, dove la aspettavano fantasmi di vecchie storie, amicizie e luce, anfratti raggiunti solo dal mare e piedi nudi sulle scalinate che portano alla spiaggia.

Passare davanti alla stazione e lasciarsi ipnotizzare dalla voce automatica che srotola le destinazioni, dai cartelloni che sbattono le ciglia ammiccando, dai caffè presi al volo, dalla partenza inesorabile di un treno. E non potersi fermare. Per me, che al canto delle sirene ferroviarie soccombo volentieri dai tempi delle corse notturne a Gare du Nord, la gioia della fuga, ora coatta ora voluta, arte nella quale amavo considerarmi un’esperta, oggi che il tempo scivola indisturbato e lo spazio si restringe sempre più intorno, è quella di trovare una nuova strada, di conoscere quello che ho già, parafrasando Saramago, andare a vedere con la pioggia quello che ho visto con il sole, respirare l’aria di primavera in un bosco visitato solo in inverno.

Ho scoperto un nuovo autobus per raggiungere l’università e la mattina corro a prenderlo con l’entusiasmo di quando si resta svegli la notte, la vigilia della gita. Il libro rimane aperto sulle ginocchia e io con il naso incollato al finestrino. In quaranta minuti, attraverso tutta Parigi: il bus passa accanto al colonnato della Borsa, si tuffa nel grigio che circonda la Senna, sfila davanti ai capannelli dei bouqinistes, fa la riverenza ai teatri di Châtelet, fa l’occhiolino da lontano a Notre-Dame, arriva in punta di piedi nel quartiere degli studenti, dove tutti vanno di fretta, si stringono nelle giacche, fumano l’ultima sigaretta e corrono verso un ufficio, un’aula, una copisteria. E anche io corro insieme a loro, finalmente parte del pianeta che gira.

E non solo, ritornare nei luoghi già visti, la magia di ripetere gli stessi itinerari in città, che significa ritrovarsi con lo stesso microscopico universo che la mattina si alza alla stessa ora, reitera gli stessi gesti. Alle otto in punto, alla fermata del bus della rue Custine, ai piedi di Montmartre, ogni giorno, un ragazzino con la giacca a vento blu cobalto passa sfrecciando con il monopattino, arriva una donna con un cappotto di panno, ricamato con degli orsi polari, la macelleria apre, un signore anziano e il suo cane, entrambi con la stessa giacca di lana, passeggiano non appena si spengono i lampioni.

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A casa, il pianeta inizia nel soggiorno e finisce nella camera da letto, insormontabile periplo che Emile, otto mesi, inizia a percorrere. Assisto all’inquietudine di un corpo che fino a ieri era un organismo da nutrire e mantenere in vita, e oggi si trasforma velocemente in personalità, carattere, guizzo, risate, reazioni, uniche e meravigliose. Ancora costretto in un involucro che non gli consente di muoversi e andare, punta i piedi, si rotola, solleva il petto, stende le braccia, ricade sul letto, si rialza, prova ad andare avanti ma va indietro o, nel migliore dei casi, di lato. E nonostante i tentativi falliti, in pochi minuti riesce ad attraversare tutto il letto, a raggiungere il punto opposto del tappetino. Come dice Elena Gianini Belotti, il bambino ha l’istinto del vagabondo, “curioso di qualsiasi cosa e desidera viverla, e proprio in quel momento. […] è disposto ad affrontare rischi, pericoli, ripulse violente, scontri cruenti, battaglie durissime. Conquiste faticose che non sono mai definitive e possono durare anche solo un momento. Ma lui non ci bada, è disposto a riprovarci, ogni volta si espone temerariamente, affronta maltrattamenti, botte, morsi, graffi, con un coraggio che è soltanto suo e di quell’età”.

Mi fermo a guardarlo mentre cerca di alzarsi, afferra le mie mani e muove un piede poi un altro. La serietà e la concentrazione che dedica a ogni sforzo, ogni piccolo passo. Una fortissima voglia di muoversi, di andare, di camminare da solo, di staccarsi dal mio abbraccio, di essere anche lui parte del pianeta che gira ininterrotto.

“Un essere così intrepido, che vive con tale intensità, meriterebbe autonomia, incoraggiamento, approvazione, incondizionata ammirazione. Gli andrebbero dati i mezzi, il materiale per le sue esplorazioni, come si fa con un ricercatore, e poi bisognerebbe rispettarlo e lasciarlo in pace”, conclude Gianini Belotti. Perché “il bambino è una persona seria”.

 

Mentre io riprendo piano il mio spazio nel mondo esterno, Emile ogni giorno conquista qualche centimetro in più e se la ride. E io resto qui, a chiedermi se le sirene ferroviarie si sentono anche a otto mesi.

Image @ bebopix.fr

Soundtrack: Train Song, Feist & Ben Gibbard

L’albero di Natale

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Abete artificiale di prima classe. Acquistato da una decina d’anni e ancora in splendida forma. Ogni anno, tutti gli anni, mi tirano fuori dalla scatola l’8 dicembre, mi approntano diligentemente nell’angolo dello studio, quello dove c’è il computer, lo schermo grande della televisione, la biblioteca, il divano in pelle. La vestizione prende non più di una giornata. Mi addobbano sempre con i toni del rosso e del dorato. Qualche ghirlanda di lucine intermittenti, sostituite con puntualità non appena una lampadina guasta ne compromette l’effetto. Le decorazioni sono disposte sempre nello stesso modo, più in abbondanza sui lati in vista e rade su quello rivolto verso il muro. Lo stupore di chi entra nel salotto dura pochi minuti. Sono un albero di Natale ordinario. Acceso ogni giorno due ore prima di pranzo e due ore nel tardo pomeriggio, anche quando non ci sono ospiti. Prima, quando in casa circolava ancora qualche bambino, ombreggiavo un presepe, fatto con estrema cura. Era tradizione andare a prendere il muschio, grattandolo dalle cortecce con il coltello, per approntare la grotta e le montagne. Un fondo di bottiglia in plastica rivestito di carta d’alluminio faceva da laghetto per i cigni. Ora il presepe non c’è più, sostituito da una natività di cartapesta, talmente poco natalizia da essere lasciata sullo stesso tavolino tutto l’anno. Ai miei piedi, sempre meno regali, sostituiti da efficienti bonifici bancari alle figlie ormai fuori sede. Sparisco ogni anno il sette gennaio, nel preciso rispetto del calendario. Mi ripongono nel cellophane e poi nella scatola. Nel salotto, la mattina dopo la Befana, solo qualche ago verde dimenticato sul pavimento. Come un passante disattento, che si lascia scivolare dalle tasche qualche oggetto di poco valore.

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Mi hanno chiamato albero sospeso. Ma non cercate cime verdi, aghi di pino, ghirlande e fili di Natale. Non sono un albero, solo una serie di decorazioni acquistate distrattamente al supermercato e appese al soffitto. Per sfuggire alle grinfie dei gatti, dicono. Di legno ci sono solo le travi a vista dove mi hanno appiccicato. Tra le palline di vetro anche una dove c’è scritto “Il mio primo Natale”. Qui in casa sono l’unico vestito a festa, insieme a un alberello di plastica messo sul frigorifero. L’unico segno delle vacanze imminenti. Il silenzio e l’indifferenza del resto dell’abitazione mi fanno sentire a disagio. Il Natale in casa non c’è stato. La notte della vigilia, qualcuno ha accumulato i regali sul tavolo. Nessuno li ha aperti. Bambini troppo piccoli per aspettare con impazienza Babbo Natale, le mattinate lunghe, quando non si va a scuola e si resta ipnotizzati davanti alla televisione, con i programmi della mattina, mai visti primi. Adulti ancora non tanto vecchi da apprezzarne l’atmosfera, forse. Per fortuna sono in alto. Posso vedere il Natale fuori dalla finestra. I turisti che si sbracciano anche sotto la pioggia e vanno a sbattere l’uno sull’altro per farsi una foto. Il signore delle crêpe che ha passato tutto la giornata in un cubo di un metro quadro, a guardare il telefono. Il negozietto di souvenir che s’è riempito di cappelli di Babbo Natale e lucine intermittenti. Il suono delle campane, dalla Basilica, la sera del ventiquattro dicembre. La pioggia sugli addobbi delle strade. Sono talmente invisibile che penso che mi lasceranno qui tutto l’anno.

n.3

Anche quest’anno mi hanno messo nell’angolo del salotto. Accanto alla foto del padrone di casa, deceduto trent’anni fa, e il cero acceso sul centrino. Ma quest’anno è diverso. Questa volta, anche la padrona di casa è andata via. Morta in ospedale il primo giorno dell’anno. Un manipolo di ragazzotti vestiti di nero ha portato via tutto, ha fatto fuori il presepe, ricco di luci intermittenti e ceppi di legna rivestiti da carta roccia, per far posto alle sedie della camera ardente. Hanno coperto gli specchi. Hanno spento il camino. Hanno spostato, chissà dove, il grande tavolo in cristallo. Ma a nessuno è venuto in mente di portarmi via. Sono qui, in castigo in un angolo del salotto. Di fronte a me il quadro con le foto dei nipoti. In fondo posso vedere la punta della bara ricoperta da un lenzuolo bianco. Per il resto sono qui, sempre lo stesso da anni, ma questa volta spoglio, solo con un improvvido fiocco rosso in cima. Mi sento nudo, mi nascondo dietro i paltò venuti a rendere omaggio, dietro le parole a bassa voce, cerco di rendermi invisibile con il verde delle pareti. Mi sento osservato, come un attore distratto, che ha dimenticato di uscire di scena. Mi vergogno di essere qui. Una ragazzina mi ha fissato con gli occhi lucidi. Hanno pensato a tutto, tranne a me, e tra i tanti presenti, a nessuno è venuto in mente di ripormi, per i prossimi dodici mesi, o forse per sempre.

Images © Gustaf Fjæstad

Soundtrack: Fabrizio De André, Ave Maria

Il vizio di parlare a me stessa

“Che cos’è la vita, se non ti fermi un attimo a ripensarla?”

Goliarda Sapienza

In queste giornate di tempo rubato al sonno, di tazze di tè verde per resistere qualche minuto in più nottetempo, di poche parentesi di solitudine, il pensiero della scrittura è diventato una delle tante cose da fare, come una lavatrice, la spesa, i vestiti da piegare sulla sedia, una necessità che rimando a giorni più silenziosi, a pomeriggi meno stridenti e nottate più lunghe. Prima di spegnere la luce, la sera, mi riprometto di pensarci domani, di ritagliare al volo una porzione di pomeriggio, che puntualmente finisce per essere impiegata altrimenti. Non solo. Il meccanismo a volte sembra essersi arrugginito. Le parole fanno fatica a mettersi in fila, arranco alla ricerca di una sfumatura, di un guizzo narrativo. La sindrome dell’impostore è dietro l’angolo: m’immagino scrittrice e poi chiudo il quaderno con un buco nell’acqua.

Nei suoi consigli agli scrittori, Rebecca Solnit insiste sull’importanza del tempo da consacrare interamente alla scrittura, ma soprattutto sulla necessità di cominciare. Di scrivere, di non aspettare il momento giusto. Leggo Rebecca Solnit ormai da anni. La sua scrittura limpida, sicura, autentica, mi ha sempre preso per mano e condotto fuori dal labirinto in cui m’ero cacciata, anche quando il suo era un invito a perdersi, un’altra volta, infinite volte. “La strada è fatta solo di parole” e non tutte saranno degne di essere pubblicate, ma il fallimento, la scrittura goffa, che stenta a camminare da sola, è una tappa obbligata. Ogni storia, anche la più articolata, comincia sempre e solo con un paragrafo che barcolla, con lo schizzo di una frase, con la riflessione intorno a un aggettivo, con una parola che si allunga davanti a un’altra, e poi un’altra ancora.

Ho ricominciato timidamente a scrivere. A guardarmi le spalle mentre butto giù qualche appunto, come se non fosse il mio posto, come se dovessi fare altro, di più sensato. Anche se qui riesco a esserci sempre meno, anche se, come mi ricorda il grande fratello, le poche sparute centinaia di persone che seguono i miei dispacci “non hanno mie notizie da un bel po’”, ho ripreso la penna e la mia agenda rossa ha finalmente intere pagine scritte a mano. Scrivo lontano dal clamore delle pubblicazioni, dall’ansia di esserci, nel silenzio di pochi istanti di calma nella giornata. Cerco di fissare un’idea quando arriva inaspettata e, se non ho con me nessun pezzo di carta, mi ci aggrappo con tutte le forze per non farla scappare. Scrivo poche righe ma sempre più spesso, l’intuizione di una storia, il baluginare di un personaggio, un gesto, l’inclinazione di una battuta, il ritmo di un dialogo. Le cose che vedo, che sento, le piccole minuzie quotidiane dell’esistenza ché, diceva Goliarda Sapienza, “che cos’è la vita, se non ti fermi un attimo a ripensarla?”.

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Dai miei lunedì mattina a Odéon, fugaci e intense immersioni nel mondo esterno, torno a casa con una girandola di facce. Ho la vertigine da narrazione. Sono seduta nella metropolitana e la scrittura continua a lavorare da sola, segue una per una le persone che mi passano davanti, fino alla soglia di casa, le immagina riordinare i sacchetti della spesa, parlare al telefono, piangere, fare l’amore. Come precisa Solnit, scrivere non è battere i tasti di un computer. Si scrive anche leggendo. Osservando, mettendo insieme i puntini, allenando quella che Annie Ernaux, autrice scoperta negli ultimi mesi e che ha stravolto la mia concezione di scrittura autobiografica, chiama “l’abitudine di trasformare il mondo in parole”, di convertire la realtà in frasi, dialoghi, personaggi.

E così sono lì i miei personaggi in cerca d’autore. nell’agenda, nel quaderno degli appunti, in un foglio bianco del computer. Abbozzo un dialogo, metto in scena un pomeriggio d’estate, richiamo in superficie ricordi d’infanzia. Una signora che s’affretta e mi passa davanti, la mamma di una compagna di classe quando avevo cinque anni, una ragazza, vestita come me, della mia stessa età, che fa l’elemosina nella metropolitana una mattina d’inverno a Parigi. Sono tutti lì, a chiedere di essere raccontati e io a chiedere a loro di raccontarmi storie. Forse non usciranno mai dal cassetto, lì dove li ho rinchiusi a spiare la vita, ma intanto riempiono le mie giornate, assediano pacificamente i miei pensieri. Scrivere, l’unica cosa che ha popolato e incantato la mia vita, diceva Marguerite Duras, “Io ho scritto. E la scrittura non mi ha mai abbandonata”.

Illustrazione © Gabriella Giandelli

Soundtrack: The Piano Sonata No 16 in C Major, Mozart

La promessa dell’alba

So anche che esistono amori reciproci, ma io non vado in cerca del lusso.

Qualcuno da amare è un genere di prima necessità.

Ho conosciuto Romain Gary in un appartamento parigino del 20simo arrondissement, circa sei anni fa, un incontro inatteso tra gli scaffali di una libreria. Una storia sgualcita, ambientata a Belleville, letta in pochi giorni nel tratto di superficie della linea 6 della metropolitana, da Nation a Glacière. Un colpo di fulmine letterario, che mi ha trascinata nelle biblioteche, alla ricerca di altre parole, altri racconti, su questo scrittore che non avevo mai sentito nominare. E che poi avrei scelto come protagonista di una tesi di laurea. Ma questa è un’altra storia.

Romain Gary, pseudonimo di Roman Kacew, scrittore di origine lituana classe 1914, arriva in Francia ancora bambino, sbarca a Nizza, insieme alla madre, una semplice modista, e qui le promette di realizzare il suo sogno: diventare qualcuno, sbarazzarsi dell’accento dell’Est, dei ricordi dei pogrom polacchi, delle persecuzioni antisemite, della famiglia dispersa in quel limbo che era l’Europa orientale alla vigilia della seconda guerra mondiale. Si costruisce un’esistenza, a sua immagine, traccia un cammino. Si arruola tra le file dei resistenti e accede di diritto alla carriera diplomatica: Gary è stato militare e console, e uno dei più importanti autori di lingua francese. Ma anche regista, amante di innumerevoli compagne d’una notte, drammaturgo. Un estro impossibile da contenere in una sola personalità. Shatan Bogat, Fosco Sinibaldi, sono solo alcuni degli pseudonimi utilizzati da Gary, che ha riservato al suo alter ego Émile Ajar, una delle sue creazioni più riuscite, i suoi romanzi migliori.

Se l’austero Gary scriveva di elefanti, caccia all’avorio, inquinamento, protezione della natura, educazione europea, il travagliato e romantico Émile raccontava di bimbi perduti, mamme adoranti, ombrelli a cui ci si affeziona, cagnolini trovati per caso e un caro amico pitone, l’unico al quale ci si possa rivolgere quando la grigia e fredda Parigi è avara di abbracci. Due scrittori, una sola persona. Una magistrale pantomima letteraria, che ha gabbato anche i grandi critici dell’intellighenzia francese che, inconsapevoli di trovarsi di fronte allo stesso camaleontico autore, gli attribuirono due volte il prestigioso Premio Goncourt.

Ho imparato col tempo che l’abisso non ha fondo e che ognuno di noi può battere dei record di profondità senza esaurire mai le possibilità di quella interessante istituzione.

Firmandosi Émile Ajar, Romain Gary scrive anche La Promessa dell’Alba, una lettera d’amore alla madre che l’aveva condotto in Francia, che aveva sognato per lui un futuro radioso, tra i grandi della letteratura. Questo libro è come la pagella che non si vede l’ora di portare a casa alla fine dell’anno, il racconto di una vita di successi, che finalmente Gary offre alla madre, in ricompensa delle notti bianche trascorse a sognare un’esistenza degna per suo figlio, confezionando cappelli per le ricche dame della Francia del Sud.

Tanto vale dire subito, per chiarire questo racconto, che oggi sono console generale di Francia, membro della Liberazione, ufficiale della Legion d’Onore, e che se non sono diventato né Ibsen né D’Annunzio non è che non abbia tentato.

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Una sorta di autobiografia, che Gary scrive in California, davanti alla spiaggia di Big Sur, ormai adulto, orgoglioso di poter scrivere alla madre di aver vinto il dio della stupidità, il dio delle verità assolute, il dio della meschinità, quelli che lei gli aveva descritto come i nemici più infami. Racconta una vita intera, dalla bimba per cui inghiottì un pezzo di scarpa al matrimonio con Jean Seberg, alle lunghe notti di guerra. E d’improvviso, Gary spiega il perché di quel titolo, il senso di quella promessa, sciogliendosi in una dichiarazione d’amore e di rimpianto per un sentimento che non ritroverà mai più.

Non è bene essere tanto amati, così giovani, così presto. Ci vengono delle cattive abitudini. Si crede che ci sia dovuto. Si crede che un amore simile esista anche altrove e che si possa ritrovare. Ci si fa affidamento. Si guarda, si spera, si aspetta. Con l’amore materno la vita ci fa all’alba una promessa che non manterrà mai. In seguito si è costretti a mangiare gli avanzi fino alla fine. […] Abbiamo fatto, alla prima luce dell’alba, uno studio approfondito dell’amore e ci siamo documentati troppo bene. Dovunque andremo, porteremo con noi il veleno dei confronti; e passiamo il tempo aspettando ciò che abbiamo già avuto.

Oggi, con la giornata contratta in sfuggenti minuti liberi e diluita in lunghi pomeriggi di giochi (tanti) e sonno (poco), la promessa di Romain Gary ha per me un altro significato. Con l’arrivo di Émile, cinque mesi fa, la vita ha mantenuto la sua promessa, sono tornata anche io sui banchi di scuola e ogni giorno osservo da vicino il privilegio dei bambini, quello di fare tutto per la prima volta, di non conoscere la noia e il disincanto. Ogni giorno mi dedico a questo “studio approfondito dell’amore”, come non l’avevo mai conosciuto, tra tentativi e intuizioni, sbagli e incertezze, improvvisando strategie, in un salto nel buio quotidiano, una strana specie di alba perenne dove avanzo a tentoni, senza carte geografiche o indicazioni.

Amare è un’avventura senza mappa né bussola dove solo la prudenza porta fuori strada.

Illustrazione: © Matt Rockefeller

Citazioni: Romain Gary (o Émile Ajar)

Ferie d’agosto

In Francia, gli ultimi giorni d’agosto sono il preludio alla rentrée. Il primo lunedì di settembre, l’estate finisce di colpo, la bella stagione si congeda, si chiude il sipario delle vacanze e la lentezza dei giorni agostani viene spazzata via dal suono della campanella. Con la sveglia del lunedì mattina, tutti i bambini, di tutte le scuole, tornano a scuola, gli uffici svogliati ricominciano a lavorare a pieno ritmo, teatri e gallerie annunciano la prossima stagione, le città pubblicano il calendario di eventi culturali. Non solo. La prima settimana di settembre è anche il momento della rentrée letteraria, dove si concentrano le uscite editoriali più importanti di tutto l’anno. Come dire, essere pubblicati nel corso dell’anno serve a ben poco, i più importanti si contendono le pagine e le recensioni settembrine, lo sa bene Amélie Nothomb che per circa dieci anni ha pubblicato puntuale un libro ogni autunno.

La rentrée è quasi un fenomeno atmosferico, con il dinamismo, le novità, l’energia, la brezza fresca che ogni nuovo inizio comporta. E se tale rigido calendario stagionale è valido in tutta la Francia, è a Parigi ovviamente che la frattura tra il languore d’agosto e i frenetici giorni di settembre è ancora più visibile. Da un giorno all’altro, sulla metropolitana non si trova più posto, per sedersi al tavolo di un caffè occorre prenotare, non si può più attraversare la strada con il rosso, al cinema bisogna arrivare con largo anticipo, le strade tornano affollate di clacson e rumore. Il presidente Hollande torna dalle vacanze, così come tutti i francesi, decretando la fine dell’estate, in barba alla temperatura, che talvolta resta clemente fino ai primi giorni di ottobre.

L’energia della città si riflette e anima i suoi abitanti che, anche a livello personale, spesso rimandano l’inizio di ogni nuovo progetto allo scoccare della rentrée, riservandosi il piacere di sguazzare nella noia e nel far niente, contagiati dal torpore estivo che lascia Parigi in letargo fino alla fine di agosto, immobilizzata tra i cantieri edili e i trasporti che spesso vanno in tilt.

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È la seconda volta che trascorro a Parigi il mese di agosto. La prima, circa tre anni fa, ero intrappolata in un centro commerciale di lusso nel 16simo arrondissement, a tentare di vendere vestiti dal taglio improbabile alle ricche dame borghesi rimaste in città, che ogni pomeriggio portavano a passeggio il cane tra gli stand del centro, uniche clienti in uno scenario desolato, alla disperata ricerca dell’aria condizionata. Ma questa è un’altra storia.

Quest’anno, agosto lo guardo passare dalla mia finestra a Montmartre, una zona della città che d’estate diventa la patria del turismo di massa, mettendosi in mostra per capitalizzare il mese più importante dell’intera annata, quello necessario per far quadrare i bilanci.

I camerieri si sbracciano sulla place du Tertre, turisti abbattuti dalla calura ciondolano con gli occhi all’insù alla ricerca dell’inquadratura perfetta della basilica. Il sole annebbia l’orientamento e la coscienza, “ma questa è Notre-Dame?”, l’ho sentito almeno una decina di volte dal balcone, “boh, a me sembra il Campidoglio”, ha risposto una volta un bambino.

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Tra la place du Tertre e il cabaret del Lapin Agile, i musicisti di strada sfidano la canicola suonando ininterrottamente dalle tre del pomeriggio fino a tarda sera. C’è una vecchia signora che canta Edith Piaf coniugando i verbi delle canzoni all’imperfetto, annegando l’intero quartiere nella nostalgia. Un suonatore di flauto d’origine asiatica che ogni mattina, su una sedia a rotelle, senza gambe e con un solo braccio, si inerpica sulla collina, ritrova il suo angolo, nella rue Norvins, e suona per circa dieci ore e, da qualche anno, anche i soliti gradassi che, alla mancanza di talento e di voce, riparano con cinque amplificatori. Dalle nove di mattina, in poi, microfoni di guide turistiche, raffiche di foto poco convincenti, la pasta delle crêpe che cola sulle piastre, i camion delle consegne imbottigliati nel traffico umano.

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Per ritrovare il silenzio, basta congedarsi dalla butte e defilarsi poco più in basso. A poche centinaia di metri, Montmartre si placa, ritorna in mano ai suoi abitanti e, d’agosto, la rue Caulaincourt, la rue Lamarck, la rue Ramey, che abbracciano la collina, incorniciandola, sono un’intermittenza di saracinesche abbassate, bar di quartiere che raggruppano i soliti noti, che sudano intorno a una televisione, sigaretta all’angolo della bocca e caffè lungo sul tavolo, qualche ristorante superstite sbandiera l’avocado nel piatto del giorno, gli alimentari indiani e arabi, aperti ogni giorno tutto il giorno, e poi un paio di atelier di sartoria, bugigattoli incredibilmente sommersi di vestiti, dove la tappezzeria e la polvere dei montoni e dei costumi da uomo fa subito inverno.

Da sempre a disagio con il torpore estivo che costringe all’immobilità programmata, allo svago telecomandato e ridanciano, quest’anno mi sembra quasi che con la bella stagione Parigi si sia adeguata al ritmo lento delle nostre giornate, all’alternarsi svagato di sonno e veglia dei primi mesi di vita, al ritornello monotono di un carillon. Come canta De André, “il tempo è un signore distratto, è un bambino che dorme”, nel nostro hotel Supramonte è agosto ormai da quasi un anno. Di solito lo aspetto impaziente, con l’ansia di stilare buoni propositi e liste di cose da fare. Quest’anno settembre, invece, mi coglie all’improvviso, come uno sbadiglio, impreparata, con la cartella sfatta e le matite ancora da temperare. I giorni qui restano lunghi e senza rumore, in sordina, e il calendario mi guarda perplesso dal frigorifero, fermo al mese di maggio.

Soundtrack: Fabrizio De André, Hotel Supramonte

Acquerelli: John Salminen

Storie di una ferrovia

Era un confine ogni albero che il treno varcava
spogliando i rami del loro fogliame di corvi,
e quel delirio d’ali nere nell’aria
arsi frammenti erano d’una lettera
che tenteremmo invano di ricomporre.

Legno, bulloni e metallo. Sedili di pelle scura e tendine consunte che svolazzano fuori dal finestrino. Fuori, terra rossa, grano arso, muretti a secco, l’immancabile discarica personale dei soliti ignoti e poi, all’improvviso, ogni tanto, fa capolino anche il mare. I vecchi binari delle Ferrovie Sud Est sibilano nelle campagne più aride e rocciose, spuntano improvvisi, tra una duna di sabbia e un mandorlo, ricoperti di olive schiacciate o di fichi troppo maturi, nascosti dietro i profili delle vele nel porto di Gallipoli, camuffati dalle spighe lungo le tratte ormai abbandonate.

Prendere il treno nel Salento è una predisposizione dell’anima. Sceglierlo di proposito, poi, negandosi alle mostruose corriere e alle automobili personali, è quasi una filosofia di vita. Perché sul treno è più facile leggere, e c’è più spazio per le gambe, anche se d’estate, nei vecchi vagoni delle Ferrovie Sud Est, le cosce restano incollate sui sedili di pelle e il gancio per fermare la tendina della finestra spesso è rotto e il vento te la fa svolazzare sulla testa. Nel treno di ritorno da Lecce, ad agosto, ci si addormenta per il caldo, per illudersi di sfuggire alla liquefazione. E il posto te lo devi contendere con i venditori ambulanti e i loro sacchi di merce a poco prezzo e gli innumerevoli alunni di liceo e scuole medie, con cartella annessa e squadrette sporgenti fuori dallo zaino.

Sì, ma il treno. Il treno da Matino a Lecce è una passeggiata nella campagna, un quadro che scivola fuori dal finestrino. Arrivati alla stazione di Aradeo, a circa metà strada, gli alberi sono talmente rigogliosi da avere l’impressione che bussino alla finestra e ti sfiorino le guance. E poi ci sono le stazioni, tutte uguali eppure una diversa dall’altra. C’è quella minuscola di Zollino, persa nella Grecìa Salentina e, inspiegabilmente, snodo principale di numerose tratte. Quella di Nardò centrale che, in barba al nome, è un mondo sparito di palme e d’ulivi e di spighe di grano. Quella di Novoli, dove, secondo una logica sconosciuta, arriva il treno diretto a Lecce, si cambia vagone e si torna indietro.

Ci sono case cantoniere che diventano presidio del libro, che cominciano ad accogliere viaggiatori, dove il controllore e il guardiano sono sempre gli stessi da anni e, quando torni a casa, stravolta, cresciuta, con i capelli di un altro colore, ti riconoscono sempre. Vittima di una reputazione che le fa torto, la ferrovia salentina è dimenticata dai più, mentre è talmente capillare da poter essere usata anche come fosse una metropolitana. Conosco almeno una decina di persone che prendono il treno per andare in palestra, andare a cena da un’amica e tornare, fare la spesa.

Con un treno sgangherato, si andava a Lecce al liceo, quando si marinava la scuola. Un taccuino, una penna e il libro di Chatwin sulla Patagonia, e qualche spicciolo per i biglietti, quello che avevo in tasca quando sono andata in treno a Galatina, perché il professore Luigi Mangia, non vedente, mi spiegasse, con una rara intensità, lo spettacolo degli affreschi della Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, per uno dei miei primi articoli. Sono tornata a casa, leggendo le fughe di Alice Munro, in treno, un pomeriggio d’estate, il giorno dei funerali di mia nonna. Mille lunedì mattina ho preso il treno per Lecce, ai tempi dell’università. Insieme ad una persona speciale, ho attraversato quasi tutta la penisola in treno e una volta, approfittando della desolazione dei vagoni, abbiamo chiuso il finestrino e ignorato lo spettacolo del paesaggio.

In treno
(Biglietto a N. e a V.)

Quanto manca d’azzurro a questo cielo
starò forse vivendolo con voi
mentre diagonalmente il finestrino
riga la pioggia, formandovi labili
topografie in cui il primo pensiero
è quello di trovare un luogo per collocarvi
coi vostri mille volti.
Dell’angoscia la servizievole tela
così si sperde mentre percorre vie
labirintiche e vengo in cerca di voi
in cangianti città di gocce d’acqua. 

Da decenni, nel Salento, la littorina avanza a 50 km all’ora, “piena di ruggine lenta, come qualcuno pensa a un treno”, canta Paolo Conte. Si ferma in tutte le stazioni, una carrozza si stacca, si cambia vagone all’ultimo momento, i controllori sbuffano, imprecano in dialetto e quasi nessuno sa dirti in che direzione si va e a che ora si parte. E io, arrabbiata, sudata fino alle dita dei piedi o infreddolita per l’aria condizionata che in carrozza segue ritmi circadiani incomprensibili, salgo a bordo per un viaggio immaginario, piccole ordinarie emancipazioni, minuscoli momenti di libertà, con l’unica ottima compagnia della solitudine del paesaggio, lo zaino in spalla e il fischio del capotreno.

Ecco perché mi sembra di esserci stata anche io su quei due convogli esplosi in piena campagna. Mille volte. E di aver avuto, ogni volta, la fortuna di arrivare a destinazione. E oggi ho una voglia insensata di tornare a casa e prendere un treno qualsiasi, di sentire quel vecchio rumore di ferraglie e guardare fuori dal finestrino. E Parigi, con i suoi treni ad alta velocità, gli autobus precisi e affidabili, le mostre di fotografia concettuale nella metropolitana, oggi la sopporto a malapena.

Le poesie sono di Vittorio Bodini.

Soundtrack: Il treno va, Paolo Conte

 

 

L’analfabeta

Quando nel 2010 sono atterrata in Francia, la mia prima coinquilina è stata una ragazza di Marsiglia, studentessa in Infermeria. La sua cadenza del Sud, il ritmo più lento, le vocali più aperte, mi hanno illuso di poter afferrare con facilità, sin dal primo giorno, ogni conversazione nella lingua d’oltralpe, idioma che ho studiato con passione per quasi tredici anni. L’incontro con i parigini, invece, è stato sconfortante. Tra il verlan e l’argot, e la velocità tipica della parlata della capitale, sono tornata a casa più volte con la coda fra le gambe e il sogno infranto di una mancata integrazione linguistica.

Per arrivare a intervenire e conversare in ogni registro, con ogni tipo di interlocutore, ci sono voluti anni. Anni di “Pouvez-vous répéter, s’il vous plait ?”, di letture con la matita tra le mani per sottolineare i vocaboli sconosciuti, di film con i sottotitoli e, come scriveva Emil Cioran, “lettere d’amore scritte con il dizionario” in un’avventurosa educazione sentimentale che, per me, iniziava da un libro di grammatica. Ho corteggiato la lingua francese con testardaggine e abnegazione, senza essere sempre ricambiata. “Un desiderio non è altro che un bisogno folle. […] Ci sarà sempre qualcosa di squilibrato, di non corrisposto. Mi sono innamorata, ma ciò che amo resta indifferente. La lingua non avrà mai bisogno di me”, è quanto scrive Jhumpa Lahiri, scrittrice di origini indiane, cresciuta in America, innamorata dell’italiano, in esilio linguistico a Roma per essere circondata dal suo idioma straniero preferito.

L’ebbrezza di sentirsi analfabeti e di poter riscrivere la realtà, in altre parole. È come svegliarsi la prima mattina in una nuova città, mettere i piedi in un aeroporto sconosciuto, fare qualcosa per la prima volta, ritrovarsi in una situazione di disagio, certo, di scomodità, di voluta precarietà, ma anche di eccitazione, stupore, meraviglia. “Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza. Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato”, scrive ancora Lahiri, “quando scopro un modo diverso per esprimermi provo una specie di estasi. Le parole sconosciute rappresentano un abisso vertiginoso, fecondo. Un abisso che contiene tutto ciò che mi sfugge, tutto il possibile”.

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Oggi, il francese è diventata la lingua principale della mia quotidianità: i miei pensieri sono in francese, sogno in francese, quando discuto a tu per tu con lo specchio il più delle volte lo faccio in francese, per chiamare e giocare con gli animali di casa uso il francese, la persona che amo parla francese nonché la maggior parte dei miei autori preferiti. È come un’altra parte della mia personalità, la possibilità di un’altra versione di me stessa, che ho voluto salvaguardare anche quando Parigi, e con lei tutti i francesi, erano, pensavo, un capitolo chiuso. E non solo. Quando parlo con la mia famiglia, il francese è sempre dietro l’angolo, s’infila nelle frasi, inventa vocaboli nuovi, cambia gli accenti, stravolgendo il mio italiano e dando vita a una sorta di linguaggio ibrido, fatto di calchi, prestiti, adattamenti spesso improbabili.

Se, come diceva Rudolf Steiner, “ogni lingua dice il mondo a modo suo”, chi ne possiede più di una gode sicuramente di un mondo più intenso, un orizzonte più ampio. Oggi che un esserino di nome Émile è entrato nella mia vita, mi piacerebbe potergli insegnare la mia lingua, vorrei che domani avesse un mondo più grande, e almeno due aggettivi per descrivere ogni cosa, due nomi da poter dare a ogni emozione, esperienza, ricordo. Crescere un bambino bilingue, nella mia testa lo immaginavo già da tempo. Quello che non sapevo è che sarebbe stato così difficile. Tornare all’italiano ogni giorno, per raccontare le cose più semplici, dire ad alta voce il nome degli oggetti, contare fino a dieci, mi riesce più arduo di quanto pensassi. La voce risuona artificiale, quasi non la riconosco. Le parole scivolano, sono inadeguate, approssimative. Percepisco la stessa precarietà del muovermi nel buio in un continente sconosciuto. Non credevo ci si potesse sentire analfabeti nella propria madrelingua.

Agota Kristof, scrittrice ungherese, naturalizzata svizzera, racconta la precarietà di essere stranieri e incapaci di esprimersi nella breve autobiografia L’analfabeta, undici scarni e intensi episodi dove la lingua francese uccide lentamente la sua madrelingua, incuneandosi nella memoria, nelle abitudini, sul foglio bianco, stravolgendo le parole, l’udito, la percezione della realtà. Una lingua da imparare per necessità, per sopravvivere all’esilio e alla solitudine, per poter scrivere e salvarsi da un abisso inevitabile. Tuttavia, una lingua acquisita, che non si parlerà mai correttamente e non si scriverà mai senza errori: “Questa lingua , il francese, non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, delle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta” , così scrive Agota. Una sfida che riuscirà a vincere: oggi Agota Kristof è considerata una delle più grandi esponenti della letteratura francofona, ma negli ultimi anni della sua vita non riusciva più a utilizzare l’ungherese, che aveva relegato a lingua della memoria.

Oggi torno indietro nel tempo a quando l’italiano era l’unica lingua che potessi immaginare, a quando gli oggetti, le emozioni, i colori avevano tutti un solo nome. Ho preparato un elenco di libri, di cartoni animati, di canzoni, di poesie, per tornare a studiare la mia lingua, per riportarla in vita e poi riuscire a insegnarla. La sfida dell’analfabeta. O meglio, ancora una volta una lettera d’amore che ha bisogno di un dizionario. E che non vedo l’ora di scrivere.

Soundtrack: Sharon Van Etten, You know me well

Ho stilato una piccola sitografia a uso dei neofiti del bilinguismo per bambini. Consigli, dritte e suggerimenti di altri siti o libri sono i benvenuti!