Lo scontro quotidiano

Ormai una decina d’anni fa, scrissi il mio primo post su un blog. “Il vento cattivo” non era ancora nato, ma al suo posto c’era “Lo scontro quotidiano“, uno spazio tutto dedicato ai fumetti o, come si chiamano adesso, alle graphic novel, nato durante i primi mesi a Parigi, dove le librerie dedicate ai comics sono un universo a parte e molti fumetti si trovano nel reparto letteratura.

Il titolo è la traduzione di una storia su quattro tomi di Manu Larcenet, ormai illustre fumettista francese, che nel suo “scontro” racconta un tormento personale, quello di Marco, ex reporter di guerra assediato dall’angoscia e dagli attacchi di panico, ma anche il rimosso e il travaglio di un paese in cui sta rifacendo capolino l’oscurantismo di Le Pen e non tanto antichi principi nazionalisti. La versione originale, “Le combat ordinaire”, forse rende ancora di più il senso di quello che mi sembra di vivere in questi giorni. Una lotta che più che quotidiana è ordinaria, normalizzata, necessaria.

Fa freddo. E non solo perché, dopo un’inaspettata lunghissima estate, Parigi è stata spazzata via da raffiche di freddo glaciale. Non solo perché in Italia i paesini del Salento cadono a pezzi sotto i nubifragi e le alluvioni. Fa freddo, dentro. Nelle ossa. Nella testa. Anche qui nel mio appartamento in città, dove il puntuale ed efficace riscaldamento automatico è già in moto dai primi di ottobre.

fuocoartificio

Tra i miei buoni propositi d’autunno, c’era quello di ritrovare una certa empatia che pensavo aver perso. I come e i perché li racconterò in un’altra storia, ma i risultati non si sono fatti aspettare. Sento su di me anche la solitudine dei sassi. Non so se è un bene ma a volte mi sembra di percepire la rotazione della terra. Mi sento sulle spalle tutta l’ingiustizia del mondo. Quando mi affaccio metaforicamente dalla mia finestra, guardo le informazioni, assisto all’ennesimo episodio di violenza, mi sento coinvolta, ferita. Soffro regolarmente di insonnia, non capisco più in che direzione va questo pianeta. E io con lui.

Qualche tempo fa lessi un articolo di Marina Petrillo, sul suo bel blog Alaska. Il titolo è Il Grande Rancore. Proverò a riassumerne qualche concetto, ma vale la pena prendere cinque minuti per leggerlo e sentirsi meno soli nel mondo. Qui uno stralcio:

Un giorno mi sono svegliata e il rancoroso era ovunque. È al bar, è sul tram, e non c’è inibizione sociale o principio di educazione civica che lo trattenga. Gli piace l’ordine ma non si ferma sulle strisce pedonali, è il commentatore seriale pieno d’odio e frustrazione, l’aspirante vigilante di quartiere. Prova un senso di ingiustizia ma non dà mai la colpa ai veri potenti – che invece invidia e cerca di imitare.

Il rancoroso – come la signora con le perle al collo e gli ori alle dita che sul tram ho sentito pronunciare il fatidico “vengono qui a rubarci il lavoro” – è raramente un vero spodestato, ma più spesso un deluso; ha perso del tutto contezza dei propri piccoli privilegi ed è convinto di essere assediato da qualcun altro – il senzatetto, il “negro”, il forestiero, per non parlare dei “rompipalle che li difendono”.

Il desiderio d’ordine del rancoroso è uno specchio del disordine che percepisce dentro di sé. Il rancoroso confonde i diritti con la capacità di consumo, percepisce chiaramente che c’è qualcosa che non va, che gli hanno venduto una fregatura (il televisore gigante, il Suv, il figlio all’università, la villetta con le telecamere, il rottweiler, la fabbrichetta, le tasse, il centro commerciale, la mentalità vincente, il lifting, e in genere il comprare come protezione da ogni cosa), ma non sapendo con chi prendersela – e annaspando in cerca di un mondo che in realtà non è mai esistito – nel dubbio se la prende con te.

Petrillo parla del fenomeno dell’erosione della cultura, descrivendone in poche righe i tratti comuni, tracciandone l’evoluzione (o involuzione) sociale e cronologica, che ha portato alla perdita di quello strumento che ci permetteva di collegare i fatti, comprenderne le cause, chiederci il perché delle cose. La cultura, che “tiene insieme memoria e presente” e che ci consente di esprimerci pienamente e nel rispetto di ogni forma vivente. Basta aprire un giornale, mettere un piede su Facebook, leggere malauguratamente qualche scriteriato commento, per rendersi conto di come tutto ciò sia diventato inevitabilmente minoritario.

 

fate

Non solo. Oltre ai conati di rabbia dell’umanità intera, ci sono le tragedie, quelle dell’umano e quelle della natura, a ricordarci, qualora non ce lo fossimo “segnato” da qualche parte, che non siamo imperituri. Che dall’altra parte del mondo, la vita non è un bene di prima necessità.

Mentre cerchiamo di andare avanti con le nostre giornate, ci interpella di continuo la povertà di qualcun altro, la disperazione che spinge ad attraversare il mare anche a prezzo della vita, la vastità dei mondi più poveri del nostro, l’effetto delle scelte dei nostri governi sulla vita di persone in altri paesi, l’abisso dell’ingiustizia sociale, le emergenze climatiche, le iniquità del mercato, l’ansia della competizione, i bambini degli altri, i guai degli altri, gli attentati che colpiscono gli altri.

Per me, l’ultima volta è stata sabato sera, guardando un documentario sulla salute del nostro pianeta, sulla discarica a cielo aperto che è diventato il Bangladesh, sull’inizio della sesta estinzione di massa nell’indifferenza generale. Non ho chiuso occhio per tutta la notte. E di fronte a quello che Petrillo chiama “Il Grande Rancore”, che sia quello dell’umanità o della natura, ho scoperto di non sapere esattamente come reagire. Ho tentato la fuga, con goffe e brevissime evasioni dai social. Ho ceduto anche io alla tentazione dell’attivismo da tastiera, pensando di cambiare il mondo rispondendo a un commento. Spesso, mi sono messa sotto le coperte e ho pianto. Lei ha descritto tutto questo così e io non potrei scriverlo meglio:

ho scoperto che ho un limite. Non posso gestire, elaborare, processare più di una certa quantità di informazioni al giorno – soprattutto se contengono sofferenza, morte, sangue, ingiustizia, sopruso – senza perdere la lucidità, la calma, e in fin dei conti, la capacità di comprenderle e di inserirle in un sistema di collegamenti, senza la quale le informazioni non servono a niente, né a me né agli altri.

Allora, ho eretto anche io le mie protezioni del cuore, quelli che chiamo piccoli atti di resistenza quotidiana, il mio “combat ordinaire”, che, per quanto mi riguarda, avviene soprattutto IRL, ovvero off-line, a schermi spenti. Li ho buttati giù, in una sorta di piano di battaglia, mentre seguivo una lezione poco avvincente sulle tecniche di narrazione del marketing (chi mi conosce sa che sono allergica alle pubblicità, ho tre AdBlock sul computer e nessuna televisione blaterante in casa).

albero

E allora, eccole qui, le mie modeste tattiche di contrattacco, minute, semplici, attuabili anche con poche risorse, con l’ambizioso obiettivo di “restare umani”:

  • abolire il multitasking: per una poderosa dissertazione sul tema rimando al bell’articolo pubblicato su  Soft Revolution, io mi limito a non consultare il telefono quando cammino (salvo emergenza), togliere gli auricolari e smettere di fare altro quando mi chiama un’amica, restando semplicemente ad ascoltare; concentrarmi su quello che dico e faccio, cercare di vivere nel presente
  • parlare con gli sconosciuti: non sono molto dotata per il cosiddetto “small talk”, l’arte della conversazione spicciola, per discettare del tempo in ascensore, ma non ho paura se qualcuno si avvicina a me per strada. Mi fermo e lo ascolto: se posso lo aiuto, se non posso rispondo educatamente e vado avanti. “Mi dispiace, non ho soldi con me” o ancora “sono di fretta, per oggi non posso” sono sempre meglio che tirare avanti, senza neanche girarsi a guardare. L’indifferenza fa sempre male, anche a chi ci è abituato
  • rinunciare all’overdose di notizie: ho selezionato accuratamente newsletter e fonti neutre e affidabili, cerco di informarmi leggendo anche gli articoli, non solo i titoli ed evito di cliccare sulla cascata di post della mia bacheca su fb
  • i commenti sono il MALE: evito di leggerli, di commentare, di rispondere, di reagire con emoticon, li ignoro più che posso, perché aprono uno spaccato umano con cui non riesco a interagire
  • finanziare e sostenere la piccola editoria (sì, sono un po’ di parte ma tant’è): quando ero piccolina, al primo anno di università, pensavo che se non fossi andata a vivere a Parigi, sarei sicuramente andata a Portland. Non so il perché ma ero innamorata dell’idea di questa città sull’oceano nell’Oregon, dall’altra parte del mondo. Ero anche sostenitrice, con le mie modeste finanze, di una rivista locale: stampa radicale e femminista, The Bitch Magazine, detto il titolo, non c’è bisogno di aggiungere altro. Sono tornata tra i suoi lettori, tra i suoi sostenitori, perché in tempi oscuri come questi, c’è bisogno di ascoltare le donne un po’ di più e dare loro voce. Un motivo in più? Articoli interessanti, grafica user-friendly, etica di ferro: di recente hanno anche detto di no a una offerta di sponsor dalla Coca Cola.
  • non seguire più i miei amici: ovvero, ho preso in prestito il trucchetto di una preziosa conoscenza e anche io ho smesso di seguire la maggior parte dei miei contatti su Facebook e… che dire? si vive meglio senza le foto delle vacanze, i post arrabbiati contro il meteo, i video improbabili, le gif, i servizi del matrimonio, gli sproloqui pseudo-politici e i reportage su infelici exploit culinari.
  • avere speranza: un’amica mi ha detto un giorno “a volte l’unico modo per eliminare qualcuno è guardarlo all’opera”. Oggi mi sono svegliata con un fascistoide impazzito eletto in Brasile, che in confronto Trump sembra un gentleman. In Italia, la società va a rotoli, in Francia, la faccia pulita di Macron non è sufficiente per far dimenticare le scelte ultra-liberiste, i tagli alle associazioni d’integrazione sociale, la completa mancanza di provvedimenti sull’ambiente. Forse siamo solo in un periodo nero della storia, viviamo un’alternanza che rientra nell’ordine naturale delle cose, e forse ha il merito di mostrarci concretamente quello che, passati questi lunghissimi e durissimi quattro anni, speriamo non accada più.

Coltivare umanità, lentezza, silenzio, ascoltare prima di rispondere, informarsi prima di parlare. Cercare di fare, e di fare bene. In un libro che ho letto di recente, si diceva che “il bene è contagioso” e, creandone ogni giorno, “magari il mondo si aggiusta un pochettino”. E se fosse davvero così semplice?

Soundtrack: Pink Moon, Nick Drake

Foto: Ellie Davies

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Diventare grandi

A Chiara, Mino e Lucia, 

i bambini della spiaggia di Baia Verde

Andare al mare senza farsi il bagno. Cucinare “di più” e congelare le porzioni. Tenere sempre i fazzoletti nella borsa. Avere voglia di legumi. Diventare una di quelle mamme che dicono “se non la smetti ce ne andiamo a casa”. Perdere la fiducia nell’amore. Andare a letto presto la sera. Non so quale azione, esigenza, vizio, mi abbia fatto capire che forse sono diventata grande. M’aspettavo di guardarmi un giorno allo specchio e scoprire che non sono più quella di una volta. O forse sarebbe stata una lucida constatazione, che m’avrebbe impregnato giorno dopo giorno, di una consapevolezza nuova.

Dopo incalcolabili traslochi, tre asili cambiati, lavori che vanno e vengono, ho capito di essere diventata grande quando non ho potuto più sottrarmi all’obbligo della reperibilità. All’obbligo del telefono sempre acceso, tenuto accanto. Un obbligo che è diventata anche una pessima abitudine, o viceversa. Potrebbe chiamare la scuola, o il primo lavoro, o il secondo lavoro, o gli inquilini di casa, o il proprietario dell’altra casa, e poi l’idraulico, l’amministratrice del condominio. E poi i messaggi di quelli a cui hai dimenticato di rispondere, di quelli a cui non hai mandato un cuore o uno smile, di quelli che ti chiedono perché non hai chiesto come stavano. E poi i commenti da moderare, i post da approvare, gli aggiornamenti sugli articoli da inserire in tempo reale. E, in ultimo, il vizio di “controllare” il telefono.

mail

Qualche anno fa me ne andavo per le strade di Milano appesantita solo da uno zainetto sulle spalle. A volte lasciavo di proposito il telefono a casa, per sentirmi più libera e leggera. Anzi, avevo anche accantonato nell’armadio tutte le borse. Avevo solo un cappotto rosso, e nelle tasche una banconota da dieci euro e le chiavi di casa, che cambiavano ogni tre mesi. Ecco, questo è un lusso della gioventù e io penso di averlo perso.

Ho cominciato a sentirmi a mio agio e tranquilla solo nelle prime ore del mattino o nottetempo, quando posso leggere senza essere interrotta, quando sono sicura che il cellulare non squillerà per un messaggio, una richiesta, un’ennesima perdita di tempo. Ho avuto un attimo di vertigine quando ho preso la scheda nuova, un numero sconosciuto al mondo intero, ma sono bastati pochi secondi per capire che le notifiche mi avrebbero trovato in ogni dove. E che io mi sarei lasciata trovare.

E allora ho cominciato ad apprezzare le traversate in macchina, quelle dove a guardarmi c’erano solo i fiori perplessi, attaccati al ciglio di una rotatoria, le gazze ladre appollaiate sui rami abbrustoliti, e la musica alta, altissima, per coprire ogni rumore di fondo e asciugare le lacrime, come quando avevo 18 anni.

volo

Ma soprattutto, il tempo passato al parco o in spiaggia, solo con i bambini, piccole parentesi di pace riservate agli umani non più alti di 1 metro e 50, che mi hanno gentilmente ammesso nei loro fiabeschi circoli di giochi. Ecco i momenti più belli di quest’estate sono stati quelli dove ho guardato il cielo distesa su uno scivolo, quelli passati a svuotare il mare con un secchiello o a fare una buca, quelli trascorsi insieme a Mino e a Chiara sulla spiaggia di Baia Verde, a costruire per tre quarti d’ora la montagna di sabbia più grande del mondo, solo perché la loro sorellina Lucia potesse distruggerla con un calcio in un secondo. I pomeriggi nei parchi desolati della Lecce agostana, con Émile, ad annusare i fiori e accarezzare i cavallucci di metallo ipnotizzati dal caldo. Con il mondo lontano, rinchiuso dentro ad un telefono, a riempirsi di sabbia in una borsa, sotto il sole.

Ho cercato di regalare ai bambini l’unica cosa di cui hanno bisogno, il tempo e l’attenzione, e loro in cambio mi hanno insegnato tanto: che si chiama scivolo, ma oltre che a scivolare, sullo scivolo ci si può arrampicare, giocare a nascondino e anche coricarsi per guardare le stelle; che dire una bugia a un bambino è un peccato mortale; che è buona educazione dire arrivederci alle dita dei piedi prima di infilare i calzini; che “dopo”, “poi”, “tra poco”, “domani” sono parole vere e che “se una cosa la facciamo domani”, domani quella cosa si deve fare. E poi che il tempo è prezioso, ma si può anche passare un’ora a guardare un filo d’erba, o a costruire un castello di sabbia da distruggere in un secondo con un bel calcio. Che se qualcuno ti dice di non gridare, gridando, allora non merita di essere creduto. Che provare a fare le cose da soli, in autonomia, è un diritto, a tutte le età. E soprattutto che se ci si fa tutta la strada legati a un seggiolino per andare al parco, e poi al parco non si può correre, non si può sudare, non ci si può sporcare, non si possono mettere i piedi nelle pozzanghere d’acqua e le mani nella terra, la vita ha talmente poco senso che abbiamo tutto il diritto di pestare i piedi, di urlare e di piangere. E che restare con loro è il modo migliore per non diventare mai grandi.

Acquarelli © Alessandro Sanna

Soundtrack: Una storia del mare, Dimartino feat. Francesco Bianconi

Ci vuole un fiore

Due anni. Duecentocinquantamila bottoncini a pressione. Circa quattrocento notti bianche che non torneranno più. Una ventina di calzini spaiati, le ginocchia sbucciate e le dita rigate dai pastelli. Ti prendo per la mano e corri via. Vuoi fare da solo, scoprire, farti male, sbagliare, sbattere la testa e piangere. E alla fine, continuare a riprovare. E io resto dietro a guardare, senza interrompere. Sbagliare, finire contro un muro e ritornarci è quello che faccio sempre anche io.

Le cose che tu mi hai insegnato, invece, non le conto più. Far scivolare il tempo tra le mani, seduti a terra a guardare una formica. Inventare un alfabeto altro, parole nuove. Sentire la felicità, stesi a terra a guardare il soffitto, mangiando un biscotto. Mi hai insegnato che esistono abissi di paura e che, se guardi bene, in fondo, c’è una risata. Che non ci si conosce mai per intero. E che esiste un tempo parallelo, che non è il tempo degli uomini, ma quello dell’amore ché, se mi stringi la mano, basta un minuto a far passare il mal di pancia di giorni interi, il nodo in gola di tutta una notte.

vedere insieme
una forma
deposta sul fondo

la forma del niente
o quella di un antico insetto
il primo che vide la terra

forse la nostra voce
viene dalle sue ali
il vuoto dal suo cuore spento

mentre tu mi prendi la mano
e mi porti nel punto più buio di tematerassi

 

 

 

 

 

 

Due anni di meraviglia, di stupore, di frustrazioni acerbe e dubbi che tornano a fare visita di notte. Tu, invece, ti addormenti sereno sulla mia spalla, sicuro che se la vita non ha sogni, io ce li ho e te li do, tutti. Tu, così piccolo che mi insegni ad avere fiducia, a seguire l’istinto, a continuare a vivere a modo mio, a credere in quello che sono, ad amare quello che faccio e io che mi ritrovo a inseguire i sogni, a sbattere la testa ancora più forte, a correre dietro a un battito di cuore, a vivere il più possibile, perché tu un giorno sia fiero di me.

Émile, anima antica, che tutto comprende e tutto perdona. L’unico che rimette ogni debito e non conosce il peccato. Il solo che indovina quando ho detto una bugia. Che mi accarezza i capelli quando piango e non mi dice mai di smetterla. Emile, che ancora non parli, che hai un mondo in potenza che sta per esplodere, sulla punta delle tue labbra, e sei l’unico a saper chiedere scusa. Tu che hai poteri magici e neanche lo sai. Che fai volare i gabbiani attaccati alle pagine del libro. Che spaventi la tristezza con un bacio e schiacci la malinconia con un ditino. Che hai sulle spalle la saggezza sconosciuta dell’universo e corri leggero. Insegui le formiche e le saluti prima di andare via. Per te, che per fare tutto ci vuole un fiore.

 

L’amore che ci diamo
ci avvicina alle montagne
agli animali
agli sconosciuti che di notte
ci stringono la mano.

Pensare che Dio ti abbia detto qualcosa
che non ha mai detto a nessuno.
Pensare che tu mi cerchi
per non farmi credere più a niente
che non sia sconfinato.

Buon compleanno, piccola grande vita.

Soundtrack: Piazza Grande, Lucio Dalla 

Poesie di Franco Arminio.

Immagini di Julie Morstad.

Paris, rue Lepic

È la tortuosa scalata per arrivare a Montmartre, impietoso pendio che scala la collina, dal Moulin Rouge al Sacré-Cœur. Lunga arteria di quella che una volta era la comune di Montmartre, la rue Lepic è una delle strade più percorse in tutto il quartiere, consumata dai turisti che vengono a cercare un briciolo di magia del film di Amélie, dai camion delle consegne agli innumerevoli ristoranti, caffè e commerci dei dintorni, da chi ci abita ed è costretto a risalire a piedi, perché trasporti e mezzi pubblici, fatta eccezione per il piccolo bus che attraversa Montmartre, non vanno più in là della pianura.

Per i coraggiosi che sfidano il rumore, la salita, i chiassosi negozietti di souvenir e i capannelli di turisti incantati dietro la vetrina del negozio del Can-Can, la fatica di risalire la strada viene ripagata da piacevoli scoperte, se solo ci si ferma ad ascoltare quello che hanno da dire i muri, le vecchie abitazioni, le porte socchiuse. Lungo la rue Lepic, hanno vissuto Vincent e Théo Van Gogh, verso la fine dell’Ottocento, precisamente al civico 54, e si dice che qui, dalla sua finestra su Montmartre, Van Gogh abbia dipinto la serie di quadri sui tetti di Parigi. Poco più in alto, Louis-Ferdinand Céline, secondo la leggenda, occupava il secondo piano dell’immobile al numero 98. “Dalla rue Lepic si comincia a incontrare gente che viene a cercare la gaiezza sopra la città“, scriveva, “si mettono a guardare in basso la notte che fa un gran vuoto pesante (…) Noi eravamo arrivati alla fine del mondo, era sempre più chiaro. Non si poteva andare più lontano, perché dopo, oltre il confine, non c’erano che i morti“.

Quando Montmartre era ancora la periferia di Parigi, la rue Lepic contava almeno otto mulini, mentre adesso, con le pale immobili che dominano la rue Tholozé, si distingue solo il Moulin de la Galette, antico ristorante dove Renoir ha immortalato con il pennello il celebre ballo danzante. E se un tempo a popolare la strada c’erano gli habitué dei cabaret, come La vache enragée Chez Sardou, oggi il caffè preso di mira dai turisti è quello dove s’aggirava Amélie Poulain, al civico 15, mentre di fronte il bar Lux offre un’alternativa popolare, con una scenografia in legno istoriato e vetro, preferita dagli autoctoni.

gen-paul

La rue Lepic dipinta da Gen-Paul, pittore parigino di fine Ottocento.

I ristoranti chic, le terrazze sofisticate, i negozi bio, stanno lentamente prendendo il posto delle vecchie botteghe che un tempo animavano la lunga strada, fino alla collina della Basilica, strada popolare per eccellenza, dove si vendeva à la criée, come si dice in francese, urlando ai potenziali acquirenti le offerte del giorno, come al mercato. Nella parte più bassa, che scende fino al Moulin Rouge, resiste ancora l’animo commerciale della rue Lepic, con la grande pescheria che fa angolo, il negozio di formaggi, la più antica cioccolateria di Parigi, À la mère de famille, chez Marthe, che vende i prodotti dell’Alvernia e del centro della Francia e, al civico 22, da cinquant’anni il bazar di spezie, pepe, erbe, té e caffè da tutto il mondo, dove lavoro anche io, da un paio di mesi.

Dopo circa un anno di vita domestica, lontana da ogni prospettiva professionale, un sabato di fine aprile ho finalmente messo piede in negozio, finendo catapultata in un mondo altro, io che in cucina usavo solo rosmarino, timo e, quando volevo un tocco esotico, un po’ di menta selvatica. E invece, in poco più di due mesi, ho imparato a fare il pollo alla creola, il couscous, la tajine, il taboulet libanese, il pollo tandoori, la carne marinata allo yuzu, dessert vietnamiti, punch e rum. Ma soprattutto so riconoscere le erbe e le spezie all’olfatto, al gusto, alla vista, solo sentendone il profumo so cosa consigliare ai clienti, invento ricette, miscugli, esperimenti. Ho imparato ad apprezzare le differenze tra i tanti té verdi e neri, affumicati e non, profumati e naturali. Conosco nomi e particolarità di almeno cinquanta tipi di pepe e, uno per uno, stanno tutti arrivando nella mia cucina e nei miei piatti.

Durham-Indian-Grocery-Spices

Le Comptoir Colonial esiste da circa mezzo secolo. Secondo i racconti di Josiane, la mia collega, in servizio dal 1973, prima il negozio era una graineterie, un negozio di semi, un vero e proprio bazar di prodotti al dettaglio dove si vendeva di tutto: pasta, ogni tipo di farina, sacchi di legumi, riso e semolino, formaggi, succo d’arancia appena spremuto, confetture artigianali ma soprattutto introvabili prodotti africani, come la carne di scimmia in conserva. Oggi, dagli scaffali del negozio, leggermente più imborghesito ma ancora inguaribilmente selvatico, si affacciano un centinaio di varietà di té, dal Giappone, dalla Cina e dall’India, sale dell’Himalaya, da Cipro, dalle Hawaii e dai bacini francesi e baschi, pasta italiana, olio d’oliva profumato al tartufo, al lampone, al peperoncino, una decina di tipi di curry, una ventina di mostarde, marmellate savoiarde artigianali, fiori di violetta in salamoia, pesche e pere sciroppate, rum e punch da tutto il mondo, tarama fatto in casa, humus, tzaziki, centinaia di olive al dettaglio, cipolle fritte, aglio in polvere, cardamomo, bianco, nero e verde, miele di foresta, d’acacia, al rosmarino, nigella, sumac, niora, zaathar, habanero, ciliegie al cointreau, zucchero di canna, nero, effervescente, pasta di pistacchio, aceto di pomodoro, di Champagne, farina per la tempura, salsa alle ostriche, pastella per involtini primavera, foie gras d’oca e d’anatra, escargot di Borgogna, angostura, amaretto, ouzo, menta piperita e al limone, calendula, capelli di diavolo, fiori di hibiscus, dukka. E, fiore all’occhiello, cinquanta varietà di pepe, dalla Tasmania al Madagascar, dal Nepal alla Cambogia, lungo, a coda, rosso, nero, muschiato.

Avvicinarsi alla cultura del fare, a quella conoscenza concreta di chi ha imparato le cose testandole con i propri sensi, mani, papille gustative, l’esperienza vera e onesta di chi conosce qualcosa per averla un giorno tenuta tra le mani, annusata, mangiata. Io che ho sempre studiato, letto, scritto, ragionato, elucubrato, oggi so fare, cucinare, mescolare insieme, pestare, cuocere. Questo è quello che mi piace di più del mio lavoro. E poi la possibilità di lasciare tutto alle spalle, i libri, i miei studi, i corsi all’università, i vasetti di verdura da preparare, i pannolini che stanno per finire, la lavatrice, i biglietti per l’Italia, le lettere della Caf, i sogni interrotti ogni tre ore, i primi dentini, la febbre a 40, la babysitter, il libro che mi trascino sul comodino da tre settimane, le parole non dette e quelle che non avrei dovuto dire, tutto resta a casa e io faccio il giro del mondo in un pomeriggio.

tavolo

E se la mia, di esistenza, resta ad aspettarmi a casa, quelle dei clienti aleggiano nell’aria, come il profumo delle spezie e del caffè appena macinato, che impregna il negozio. Questa è la tipica bottega di quartiere, dove ci si ferma anche, e a volte soprattutto, per aggiornarsi sulla vita del vicinato, per scambiare quattro chiacchiere e raccontare un po’ di sé. C’è una signora che ogni settimana corre a comprare tre bottiglie di sciroppo alla mora per il marito, che ne pretende due bicchieri al giorno in estate; una casalinga che si lamenta dei figli che si lamentano di lei e dei suoi piatti sempre uguali e ogni volta viene a trovarci con un blocchetto per gli appunti dove segnarsi le ricette; c’è una anziana del quartiere che ogni volta riparte con una bottiglia di punch e tre confezioni di ciliegie al Cointreau, tutte per lei; c’è un signore rimasto vedovo da poco, vestito elegante, con le spille all’occhiello della giacca, che mi ha raccontato d’aver conosciuto Churchill; il proprietario di una boutique di francobolli che ci riserva il peggio del suo senso dell’umorismo; un omone grande e grosso che prima di comprare un sacchettino di basilico ha chiamato la mamma per chiederle il permesso. E poi gli appassionati, quelli che conoscono ogni tipo di sale, quelli che vengono ogni mese ad acquistare un chilo di pepe, quelli che arrivano con dieci barattoli vuoti e i sacchetti già pronti da casa, per risparmiare sugli imballaggi. Tutti si fermano a raccontare gioie e sventure dell’esistenza quotidiana, i problemi dei vicini, cosa hanno visto e sentito dalla finestra, i litigi sul lavoro, la scelta del liceo per i figli adolescenti, il marito invecchiato che inizia a non ricordare le cose, la mamma troppo vecchia che controlla tutti gli scontrini.

E io sono lì, dietro al bancone, ad intrufolarmi in punta di piedi, in ognuna di queste minuscole vite, che per un poco diventano anche la mia, giusto il tempo di servire un sacchetto di té.

Soundtrack: Vashti Bunyan, Train Song

Punto di non ritorno

Ci sono viaggi di ritorno che non mi hanno mai riportata indietro. Posti dai quali non sono più tornata. Viaggi che non ho raccontato a nessuno, quelli che mi hanno fatto sentire grande per la prima volta, preparare una valigia al volo e partire, senza dover chiamare nessuno all’atterraggio. Voli che mi hanno catapultato per qualche giorno nelle vite altrui. Partenze che ho confidato solo a pochi, con una promessa: “se ritorno, dammi uno schiaffo“.

Poi ci sono anche i viaggi di ritorno ordinari, standard, quelli che non ho mai descritto perché sono solo una banale attesa tra due destinazioni, che servono solo a trasportarti da un luogo all’altro della terra. Sono di solito i più lunghi. Come il mio primo viaggio di ritorno dagli Stati Uniti, una traversata durata mezza giornata. Da New York a Roma, da Roma a Brindisi, con i diari di Susan Sontag in mano e l’adrenalina di tre mesi in America ancora tutta ferma in un nodo in gola.

Quello cominciato un anno fa è sicuramente il più importante dei miei viaggi, quello dal quale non sono più tornata e sicuramente non tornerò più. Per mesi, sono rimasta nel mio quartiere, nel punto più alto di Montmartre. Ho smesso perfino di prendere la metropolitana per un po’. E senza muovermi da casa, ho conosciuto parti di me stessa che non avrei mai sospettato d’avere. Abissi di gioia, talmente grande da far paura a guardarci dentro. Cascate di impotenza, cime altissime di rabbia, tempeste di stanchezza. Il dolore fisico più grande mai sopportato prima. I nervi che saltano. Il cuore che batte per cose nuove. Sfumature inedite che ho dato alle parole amore, vita, solitudine, tempo, libertà.

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La vista dalle finestre dell’ospedale, un anno fa.

Quando Émile è nato, il 31 maggio dello scorso anno, a Parigi pioveva. Era un maggio insolito, molto diverso da questo mese asfissiante che ci sta trascinando già stanchi e arsi all’inizio dell’estate, da questa primavera volata via. Sulle finestre dell’ospedale Lariboisière, batteva forte il vento e cadevano righe di pioggia. Sul mio comodino, gli antidolorifici quotidiani, gli antispasmodici, un bicchiere d’acqua e una pila di libri e fumetti presi in prestito alla biblioteca dell’ospedale, che non avrei mai letto.

Davanti a me, ore interminabili di attesa, la pancia stretta in un laccio e cronometrata, l’anestesia che non funziona, qualche minuto nella terra di nessuno e poi un esserino raggomitolato tra le braccia, con gli occhi semichiusi, dove già mi sembrava di intravedere tratti familiari, una testolina minuscola che pensavo di conoscere da sempre.

Dopo le prime lacrime, ne sono venute altre, e poi non c’è stato più tempo per nulla. Dodici mesi di notti bianche, una valanga di preoccupazioni e inquietudini, migliaia di puntini rossi (rosolia e varicella in un mese solo), capelli con dentro bava, pipì, crema di verdure, banana mangiucchiata, pomata per il culetto, CACCA, sabbia e pezzi di pannolino decomposto, ogni testa più o meno pensante che si sente in diritto di insegnarti a prenderti cura di tuo figlio. Decine di prime volte: la prima pappa, la prima caduta, il primo passettino, il primo volo in aereo, la prima notte completa, la prima babysitter, il primo dentino, la prima volta seduto, la prima volta in piedi, la prima notte completa, il primo pomeriggio senza la mamma, la prima febbre alta, il primo bacino, la prima parola, che non è mai mamma.

Quest’anno sono spariti tanti vecchi fantasmi, ma ne sono forse comparsi dei nuovi. Quando ho scoperto di essere incinta, un’amica mi disse: “le nonne dicevano che quando fai i figli ti passa il mal di testa, nel senso che poi non ti viene più, nel senso, forse, che poi non pensi più alle stupidaggini, che finalmente hai fatto qualcosa di serio, di vero, di importante e, dunque, non ha più tempo per “i  mal di testa”… Ti sembrerà strano, ma adesso tutto sarà più semplice, le cose stanno così e basta“. E forse aveva ragione. I problemi non sono spariti, ma ho imparato a vederli, a rinchiuderli in una parola, a metterli a fuoco, sono diventati ostacoli concreti, che posso evitare, saltare o a volte prendere a calci, quando non ne posso più.

Se è vero che in amore siamo tutti principianti, con un esserino di un anno bisogna ricominciare dalle basi. Mi rimetto in discussione, conto fino a dieci quando tutti i piani e i progetti vanno a monte senza una vera ragione, mi chiedo il perché delle cose, dove sbaglio, perché sbaglio, faccio infiniti passi indietro nella speranza di farne anche uno solo in avanti, e non smetto mai di cercare. E di perdermi ogni giorno in un paio di occhietti neri.

E anche se l’autosvezzamento, il metodo Montessori, l’apprendimento del sonno, per ora sono un buco nell’acqua, spero solo di riuscire a insegnargli le certezze del dubbio, per citare la mia Goliarda, e quanto faccia bene alla salute, una volta ogni tanto, regalarsi un punto di non ritorno, tirare una linea e ricominciare da capo.

Buon compleanno, Émile, piccola grande vita

la tua mamma

 

 

 

 

Paris, jardin Shakespeare

Tre giorni consecutivi di sole a Parigi, la temperatura sale sopra i 15 gradi e da domenica c’è anche il cambio dell’ora. Fa buio intorno alle 8 di sera e dagli alberi si levano cori di pennuti allegri. Ormai è definitivamente primavera, devo farmene una ragione. Fatta eccezione per lo scorso anno, quando me ne andavo in giro per la città con il mio pancione da 16 chili e sorridevo beata, e beota, a ogni bocciolo, la primavera parigina mi ha sempre provocato un po’ di tristezza, il sole in città mi fa venire voglia di tirare le tende e fare finta che fuori sia grigio, restare sul divano con un libro e una tazza di tè, illudermi che sia ancora autunno, la mia stagione preferita, o almeno inverno.

Quando fuori è solo “pioggia e Francia”, è come se Parigi mi piacesse di più. Da buona meridionale, con il sole e il caldo, cerco l’ombra e le prime tiepide giornate primaverili mi piace godermele al fresco di un albero o, se proprio non c’è verde intorno, almeno sotto un ombrellone o un porticato. Di conseguenza, la psicosi collettiva per accaparrarsi un posto al sole non m’ha mai contagiata. Senza contare che primavera a Montmartre fa rima con strada di casa ingolfata di turisti che ti guardano storto se temporeggi sul marciapiede per trovare le chiavi di casa; concerti di fisarmonica e chitarra spagnola sotto la finestra dalle due del pomeriggio al tramonto (e il tramonto, ahimè, arriverà sempre più tardi); autobus e funicolare sempre pienissimi; cori di viandanti ubriachi e bottiglie rotte a notte fonda.

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Insomma, amo Parigi in autunno, con il colore caldo delle foglie, con l’aria fresca e il profumo d’erba, le prime piogge, il vento che solletica le narici, le giornate corte e i pomeriggi languidi. Il tepore primaverile mi abbatte e mi spegne.

Premesse polemiche a parte, per sopravvivere alle orde di parigini galvanizzati dall’inizio della bella stagione, e per sfuggire agli insopportabili pomeriggi en terrasse, stretti al tavolino di un caffè, spesso a pochi metri dal manto stradale e sommersi dalle chiacchiere dei vicini, c’è qualche rifugio a portata di metropolitana, ovvero i boschi. Da Montmartre, il più vicino, a una decina di fermate, è il Bois de Boulogne, enorme distesa verde alle spalle dell’Université Paris 7. Non che il bosco non sia preso di mira dalla fauna cittadina, ma è sufficientemente grande e abbastanza selvaggio da consentire di dimenticarsi di essere a Parigi, almeno fino a quando non spunta il profilo della Tour Eiffel, poco lontana.

Da un paio d’anni il Bois de Boulogne è una destinazione fissa, almeno una volta a settimana, eppure ci sono angoli sempre nuovi, sentieri che ancora non abbiamo esplorato, intere porzioni di foresta dove non abbiamo mai messo piede o, se l’abbiamo fatto, la vegetazione è talmente cambiata da confonderci e da sembrare sempre nuova. In fondo, è grande circa tre volte Central Park! La scorsa settimana, eravamo alla ricerca della Fondation Louis Vuitton, alla quale non siamo mai arrivati, ma abbiamo trovato il Jardin du Pré Catelan, un giardino botanico situato tra il lago inferiore e il parc de Bagatelle, almeno secondo le carte.

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La storia dice che a dare il nome a questo giardino fu il capitano di caccia di Luigi XIV, Théophile Catelan. Un altro personaggio, tuttavia, un trovatore di nome Arnault Catelan, sembra avervi trovato la morte, nell’atto di portare a Filippo il Bello dei doni d’amore da parte di Beatrice di Savoia, contessa di Provenza. Un tempo splendido parco d’attrazione, con la latteria che spillava latte fresco, le giostre, i concerti, le passeggiate in velocipede, il giardino non è sopravvissuto alle scorrerie di rivoluzionari e soldati e si spense a fine Ottocento.

Oggi, il parco ha le sembianze di un giardino incantato. Quasi troppo perfetto per essere vero. Tulipani, narcisi, viole del pensiero, sono diligentemente disposti a formare sentieri e vialetti, geometrie floreali, coreografie di verde, tutto è minuziosamente piazzato per comporre un quadro estetico simmetrico e perfetto, sebbene un po’ inquietante. Ci si aspetta che, da un momento all’altro, un tulipano possa esplodere o una viola del pensiero mutarsi in pianta carnivora. La latteria oggi è uno chalet, vuoto, una sorta di rifugio di pianura, dove non c’è più nessun concerto, né velocipedi. Qui è la natura a offrire lo spettacolo più impressionante, perché tra i graziosi recinti di fiori e le aiuole squadrate, svettano alberi magnifici, araucaria, sequoie, magnolie, uno splendido faggio color porpora.

E, poco prima di ritornare alla porta d’ingresso, un angolo di verde fa bande à part. È il Jardin Shakespeare, arena scavata nel verde, ispirata a cinque opere del bardo, composta da cinque giardini tematici e un anfiteatro fatto d’erba, e c’è perfino una cavea per i musici di scena. Arrampicandosi su un lato del teatro, cortine di cespugli, profumo d’erbe aromatiche, Puck il folletto soffia e ti scompiglia i capelli, Titania e Oberon ti sussurrano all’orecchio filastrocche incantate: siamo in un Sogno di una notte di mezza estate. Basta cambiare direzione e ci si ritrova tra brughiere, il tasso che s’infittisce e un ruscelletto che scivola tra le pietre e piange la sorte di Ofelia, è il decoro di Amleto, mentre una vegetazione più selvatica, densa e scura evoca la foresta di Arden e le scenografie di Così vi piace. Prospero, Lady Macbeth, Calibano, sono gli altri personaggi che popolano queste frasche, nascoste nel cuore del bosco.

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Una delle cose positive della bella stagione a Parigi è che questo giardino diventa un vero teatro, dove si recita, soprattutto Shakespeare, ça va de soi, all’aria aperta e al fresco. Altrimenti, il giardino è aperto tutti i giorni, dalle 14 alle 16, per le contemplazioni solitarie, di gran lunga le mie preferite, nel silenzio dove Parigi può ancora mostrarsi per quella che è, una città di sorprese, all’angolo della strada o semplicemente nascoste dietro il tronco di un albero.

 

Qui il sito del teatro, con il programma degli spettacoli.

 

 

 

 

 

 

 

(Ancora) dalla parte delle bambine

In quest’anno appena iniziato, in questi mesi in cui ho ritrovato a fatica il tempo di leggere, ho avuto sotto mano quasi esclusivamente libri di donne. Per caso o per scelta, sono stata in compagnia di Goliarda Sapienza, Annie Ernaux, Simone de Beauvoir, Monique Wittig, Anna Maria Ortese e, in ultimo, grazie ai consigli di un meraviglioso club letterario, mi sono ritrovata tra le mani Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, testo del 1973, purtroppo ancora tragicamente d’attualità.

Gianini Belotti, psicologa e psicoterapeuta per l’infanzia, racconta come i condizionamenti sessuali siano un’invenzione sociale e culturale, e come gli stereotipi e i luoghi comuni perpetrati nella scuola e dalla famiglia diano corpo a due classi di individui opposti, i maschietti, “per natura” dominanti, aggressivi, competitivi, chiassosi, volitivi, e le femminucce, “per vocazione” timide, riservate, aggraziate, composte, silenziose, modeste, noiose. Il libro, scorrevole come un romanzo e corredato da esempi realmente accaduti nei suoi anni di lavoro, è di una verità agghiacciante e, nonostante sia stato scritto negli anni Settanta (e conservi talvolta qualche semplicismo), ancora terribilmente vero. E soprattutto insiste su come il contesto, sociale, familiare, professionale, ricordi in ogni istante alle bambine il fatto d’essere prima femmine, e poi esseri umani come tutti gli altri.

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In un piccolo paesino del Salento, negli anni di scuola elementare, io e le mie compagne eravamo il perfetto stereotipo delle bambine nevrotiche e addestrate a dovere. In ordine, in fila per due, grembiule rosa e fiocco ben stirato. E cattivissime. Al contrario dei nostri compagni maschi, più giocherelloni e solidali, eravamo sul chi vive, per poterci scoprire in difetto o senza i compiti fatti, e correre a denunciarci alle maestre, “per il nostro bene”. Le punizioni, i brutti voti, i rimproveri erano un’offesa insopportabile, dalle quali non ci si riprendeva facilmente. Per una nota sul registro, si tornava a casa in lacrime e le maestre sapevano bene di colpire nel segno quando mettevano una di noi dietro la lavagna.

Immersa fino al collo nella trita tiritera dell’educazione cattolica, ho convissuto per un bel po’ di tempo con il senso di colpa di fare qualcosa di sbagliato e, per andare a letto tranquilla e assolvermi la coscienza, soprattutto nei primissimi anni di scuola, m’ero imposta l’obbligo morale di dire tutto alla mamma, anche i dettagli più stupidi e insignificanti. Queste nevrosi sono andate scomparendo con l’arrivo dell’adolescenza, quando insieme alla ribellione per l’universo rosa e asettico della mia infanzia, sono arrivati anche i grossi, grossissimi, stupidi complessi fisici, altro privilegio (quasi) esclusivamente femminile.

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Anche senza grembiulino rosa, una volta cresciute, il fatto d’essere una ragazza non ce lo si può scordare nemmeno un attimo. I primi passi nel lavoro sono stati quelli fatti per portare pizze e insalate in un pub di Lecce, tra i più noti del centro storico. Ero la più piccola delle cameriere, l’ultima arrivata, e per questo esonerata dai vizietti del proprietario, che si dilettava a tastare con mano, letteralmente, le qualità delle mie colleghe. Era un tipo autoritario, imponente, ricco, lo si riconosce da lontano per via del bolide rosso che esibisce anche nel più piccolo budello del centro storico, con un senso dell’umorismo alquanto discutibile. Ogni tanto mi chiamava per ripetermi sempre la stessa battuta: “Anche io sono andato all’università, lo sai? Alla Bocchini!” E giù grasse risate. Le sue, ovviamente. Solo qualche centinaio di metri più in là, la pizzeria, oggi chiusa, dove approdai al terzo anno di università, ci voleva tutte in divisa, con un cravattino rosa shocking e, per spingerci a vendere di più, metteva in palio ricchi premi e cotillon, ovvero smalti e rossetti per noi cameriere. Infine, il ristorante greco, chic e conosciuto, dove il padrone di casa selezionava solo imperativamente “ragazze di bella presenza” alle quali, ogni sera, controllava trucco e capelli. “Potresti acconciarti un po’ di più?”, mi chiese una sera, “sei bellissima così come sei, ma immagina di andare a un ballo quando vieni a lavorare qui”.

A Parigi, ormai editrice italiana per la rivista Cafebabel, ho rimontato le sorti delle pagine social e animato la comunità italiana dei collaboratori. Oltre ai dati e ai conteggi settimanali di like e clic, ho anche ricevuto una mail di apprezzamento da parte dell’allora direttore. Si profondeva in lodi e complimenti, per me e la mia collega polacca, per come avessimo magistralmente ottemperato al nostro turno di pulizia mensile. “L’ufficio brilla”, ci scrisse, “brave, soprattutto per le toilette!”. Ora, pensava davvero di farci piacere? Di lusingarci? E soprattutto, avrebbe mai detto la stessa cosa a un ragazzo?

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Se ne sono uscita fuori illesa, lo devo soprattutto alla mia famiglia. Alla nostra casa piena di libri e riviste, sin da quando eravamo piccole, alle estati di libertà completa, sola in sella a una bicicletta, passate a giocare con le foglie di eucalipto e le siepi di felci, con bambini e bambine, tutte insieme. Ai miei genitori, che mi hanno sempre lasciato partire, anche se con un nodo in gola, soprattutto quando andavo tanto lontano, e ci hanno sempre considerate, me e mia sorella, capaci di fare tutto, di essere mamma e avvocato, di fare la giornalista o la cameriera, di andare in giro per il mondo o restare a casa con un bimbo di pochi mesi.

Dalla parte delle bambine è un testo invecchiato benissimo, nonostante la semplicità di alcune analisi. Ma, si sa, per arrivare alle orecchie di tanti, occorre ridurre la complessità dell’oggetto in questione. È quello che i teorici della letteratura hanno chiamato “essenzialismo strategico“. Quello di Elena Gianini Belotti è un libro che andrebbe consegnato a ogni insegnante, regalato ai genitori, letto da tutti. Perché stare dalla parte delle bambine non è schierarsi stupidamente e fare il tifo per le ragazze, ma attivarsi perché tutti possano crescere liberi, ragazzi e ragazze, di essere se stessi, di fare danza classica o andare a cavallo, di imparare il tombolo o andare a pescare, di sognare il cosmo e i viaggi oppure una casa in campagna e un recinto con le galline.

Soundtrack: Janis Joplin, Kozmic Blues

Image © Julie Morstad

Letture consigliate: Storie della buonanotte per bambine ribelli, di Elena Favilli e Francesca Cavallo, edito da Mondadori.

Il canto delle sirene ferroviarie

“[…] ho sentito il canto delle sirene ferroviarie (ogni luogo ha la sua sirena) che ha spinto tante donne, uomini e ragazzi a darsi alla via della strada. Il loro canto scendeva indescrivibilmente avvolgente, dissonante, note crudeli miste a inni di guerra (l’andare sempre senza chiudersi mai in una cella) ricadenti dall’immensa volta della stazione cattedrale… Ecco: le voci delle sirene entrano dalle aperture con sfrigolio di ruote, altoparlanti e frusciare di passi, versi richiamati dall’underground, dalle file ai botteghini, dall’aprirsi del pacchetto delle patatine, giornali (almeno quattro o cinque correnti di suoni) si mescolano sapientemente (la sapienza del caos che ci regola) a mezz’aria per poi slanciarsi verso le volte, da dove prendono a ricadere in una pioggia fitta di note impastate di tutte le disperazioni, le gioie del viaggio, della fuga ora coatta ora voluta dall’eterna corsa ambivalente che ogni ‘essere nato’ porta con sé per tutta la vita”.

Goliarda Sapienza, al canto delle sirene ferroviarie, non sapeva resistere. Pochi giorni a Roma, tra gli amici “cinematografari”, la scrittura, il teatro sperimentale. Poi correva a rifugiarsi a Gaeta, nella vecchia mansarda che condivideva con Angelo Pellegrino, poi ritornava a Positano, dove la aspettavano fantasmi di vecchie storie, amicizie e luce, anfratti raggiunti solo dal mare e piedi nudi sulle scalinate che portano alla spiaggia.

Passare davanti alla stazione e lasciarsi ipnotizzare dalla voce automatica che srotola le destinazioni, dai cartelloni che sbattono le ciglia ammiccando, dai caffè presi al volo, dalla partenza inesorabile di un treno. E non potersi fermare. Per me, che al canto delle sirene ferroviarie soccombo volentieri dai tempi delle corse notturne a Gare du Nord, la gioia della fuga, ora coatta ora voluta, arte nella quale amavo considerarmi un’esperta, oggi che il tempo scivola indisturbato e lo spazio si restringe sempre più intorno, è quella di trovare una nuova strada, di conoscere quello che ho già, parafrasando Saramago, andare a vedere con la pioggia quello che ho visto con il sole, respirare l’aria di primavera in un bosco visitato solo in inverno.

Ho scoperto un nuovo autobus per raggiungere l’università e la mattina corro a prenderlo con l’entusiasmo di quando si resta svegli la notte, la vigilia della gita. Il libro rimane aperto sulle ginocchia e io con il naso incollato al finestrino. In quaranta minuti, attraverso tutta Parigi: il bus passa accanto al colonnato della Borsa, si tuffa nel grigio che circonda la Senna, sfila davanti ai capannelli dei bouqinistes, fa la riverenza ai teatri di Châtelet, fa l’occhiolino da lontano a Notre-Dame, arriva in punta di piedi nel quartiere degli studenti, dove tutti vanno di fretta, si stringono nelle giacche, fumano l’ultima sigaretta e corrono verso un ufficio, un’aula, una copisteria. E anche io corro insieme a loro, finalmente parte del pianeta che gira.

E non solo, ritornare nei luoghi già visti, la magia di ripetere gli stessi itinerari in città, che significa ritrovarsi con lo stesso microscopico universo che la mattina si alza alla stessa ora, reitera gli stessi gesti. Alle otto in punto, alla fermata del bus della rue Custine, ai piedi di Montmartre, ogni giorno, un ragazzino con la giacca a vento blu cobalto passa sfrecciando con il monopattino, arriva una donna con un cappotto di panno, ricamato con degli orsi polari, la macelleria apre, un signore anziano e il suo cane, entrambi con la stessa giacca di lana, passeggiano non appena si spengono i lampioni.

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A casa, il pianeta inizia nel soggiorno e finisce nella camera da letto, insormontabile periplo che Emile, otto mesi, inizia a percorrere. Assisto all’inquietudine di un corpo che fino a ieri era un organismo da nutrire e mantenere in vita, e oggi si trasforma velocemente in personalità, carattere, guizzo, risate, reazioni, uniche e meravigliose. Ancora costretto in un involucro che non gli consente di muoversi e andare, punta i piedi, si rotola, solleva il petto, stende le braccia, ricade sul letto, si rialza, prova ad andare avanti ma va indietro o, nel migliore dei casi, di lato. E nonostante i tentativi falliti, in pochi minuti riesce ad attraversare tutto il letto, a raggiungere il punto opposto del tappetino. Come dice Elena Gianini Belotti, il bambino ha l’istinto del vagabondo, “curioso di qualsiasi cosa e desidera viverla, e proprio in quel momento. […] è disposto ad affrontare rischi, pericoli, ripulse violente, scontri cruenti, battaglie durissime. Conquiste faticose che non sono mai definitive e possono durare anche solo un momento. Ma lui non ci bada, è disposto a riprovarci, ogni volta si espone temerariamente, affronta maltrattamenti, botte, morsi, graffi, con un coraggio che è soltanto suo e di quell’età”.

Mi fermo a guardarlo mentre cerca di alzarsi, afferra le mie mani e muove un piede poi un altro. La serietà e la concentrazione che dedica a ogni sforzo, ogni piccolo passo. Una fortissima voglia di muoversi, di andare, di camminare da solo, di staccarsi dal mio abbraccio, di essere anche lui parte del pianeta che gira ininterrotto.

“Un essere così intrepido, che vive con tale intensità, meriterebbe autonomia, incoraggiamento, approvazione, incondizionata ammirazione. Gli andrebbero dati i mezzi, il materiale per le sue esplorazioni, come si fa con un ricercatore, e poi bisognerebbe rispettarlo e lasciarlo in pace”, conclude Gianini Belotti. Perché “il bambino è una persona seria”.

 

Mentre io riprendo piano il mio spazio nel mondo esterno, Emile ogni giorno conquista qualche centimetro in più e se la ride. E io resto qui, a chiedermi se le sirene ferroviarie si sentono anche a otto mesi.

Image @ bebopix.fr

Soundtrack: Train Song, Feist & Ben Gibbard

L’albero di Natale

n.1

Abete artificiale di prima classe. Acquistato da una decina d’anni e ancora in splendida forma. Ogni anno, tutti gli anni, mi tirano fuori dalla scatola l’8 dicembre, mi approntano diligentemente nell’angolo dello studio, quello dove c’è il computer, lo schermo grande della televisione, la biblioteca, il divano in pelle. La vestizione prende non più di una giornata. Mi addobbano sempre con i toni del rosso e del dorato. Qualche ghirlanda di lucine intermittenti, sostituite con puntualità non appena una lampadina guasta ne compromette l’effetto. Le decorazioni sono disposte sempre nello stesso modo, più in abbondanza sui lati in vista e rade su quello rivolto verso il muro. Lo stupore di chi entra nel salotto dura pochi minuti. Sono un albero di Natale ordinario. Acceso ogni giorno due ore prima di pranzo e due ore nel tardo pomeriggio, anche quando non ci sono ospiti. Prima, quando in casa circolava ancora qualche bambino, ombreggiavo un presepe, fatto con estrema cura. Era tradizione andare a prendere il muschio, grattandolo dalle cortecce con il coltello, per approntare la grotta e le montagne. Un fondo di bottiglia in plastica rivestito di carta d’alluminio faceva da laghetto per i cigni. Ora il presepe non c’è più, sostituito da una natività di cartapesta, talmente poco natalizia da essere lasciata sullo stesso tavolino tutto l’anno. Ai miei piedi, sempre meno regali, sostituiti da efficienti bonifici bancari alle figlie ormai fuori sede. Sparisco ogni anno il 7 gennaio, nel preciso rispetto del calendario. Mi ripongono nel cellophane e poi nella scatola. Nel salotto, resta solo qualche ago verde dimenticato sul pavimento. Come oggetti di poco valore scivolati dalle tasche di un passante disattento.

n.2

Mi hanno chiamato albero sospeso. Ma non cercate cime verdi, aghi di pino, ghirlande e fili di Natale. Non sono un albero, solo una serie di decorazioni acquistate distrattamente al supermercato e appese al soffitto. Di legno ci sono solo le travi a vista dove mi hanno appiccicato. Tra le palline di vetro anche una dove c’è scritto “Il mio primo Natale”. Qui in casa sono l’unico vestito a festa, insieme a un alberello di plastica messo sul frigorifero. L’unico segno delle vacanze imminenti. Il silenzio e l’indifferenza del resto dell’abitazione mi fanno sentire a disagio. Il Natale in casa non c’è e non ci sarà. La notte della vigilia, qualcuno ha accumulato i regali sul tavolo. Nessuno li ha aperti. Bambini troppo piccoli per aspettare con impazienza Babbo Natale, per godersi le mattinate lunghe, quando non si va a scuola e si resta ipnotizzati davanti alla televisione, con i programmi della mattina, mai visti primi. Adulti risucchiati dal lavoro nei ristoranti, dove il Natale è solo l’ennesima festività a cui sopravvivere. Per fortuna sono in alto. Posso vedere il Natale fuori dalla finestra. I turisti che si sbracciano anche sotto la pioggia e vanno a sbattere l’uno sull’altro per farsi una foto. Il signore delle crêpe che ha passato tutto la giornata in un cubo di un metro quadro, a guardare il telefono. Il negozietto di souvenir che s’è riempito di cappelli di Babbo Natale e lucine intermittenti. Il suono delle campane, dalla Basilica, la sera del ventiquattro dicembre. La pioggia sugli addobbi delle strade. Sono talmente invisibile che mi lasceranno qui tutto l’anno.

n.3

Anche quest’anno mi hanno messo nell’angolo del salotto. Accanto alla foto del padrone di casa, deceduto trent’anni fa, e il cero acceso sul centrino. Ma quest’anno è diverso. Questa volta, anche la padrona di casa è andata via. Morta in ospedale il primo giorno dell’anno. Un manipolo di ragazzotti vestiti di nero ha portato via tutto, ha fatto fuori il presepe, ricco di luci intermittenti e ceppi di legna rivestiti da carta roccia, per far posto alle sedie della camera ardente. Hanno coperto gli specchi. Hanno spento il camino. Hanno spostato, chissà dove, il grande tavolo in cristallo. Ma a nessuno è venuto in mente di portarmi via. Sono qui, in castigo in un angolo del salotto. Di fronte a me il quadro con le foto dei nipoti. In fondo posso vedere la punta della bara ricoperta da un lenzuolo bianco. Per il resto sono qui, sempre lo stesso da anni, ma questa volta spoglio, solo con un improvvido fiocco rosso in cima. Mi sento nudo, mi nascondo dietro i paltò venuti a rendere omaggio, dietro le parole a bassa voce, cerco di rendermi invisibile con il verde delle pareti. Mi sento osservato, come un attore distratto, che ha dimenticato di uscire di scena. Mi vergogno di essere qui. Una ragazzina mi ha fissato con gli occhi lucidi. Hanno pensato a tutto, tranne a me, e tra i tanti presenti, a nessuno è venuto in mente di ripormi, per i prossimi dodici mesi, o forse per sempre.

Images © Gustaf Fjæstad

Soundtrack: Fabrizio De André, Ave Maria

Il vizio di parlare a me stessa

“Che cos’è la vita, se non ti fermi un attimo a ripensarla?”

Goliarda Sapienza

In queste giornate di tempo rubato al sonno, di tazze di tè verde per resistere qualche minuto in più nottetempo, di poche parentesi di solitudine, il pensiero della scrittura è diventato una delle tante cose da fare, come una lavatrice, la spesa, i vestiti da piegare sulla sedia, una necessità che rimando a giorni più silenziosi, a pomeriggi meno stridenti e nottate più lunghe. Prima di spegnere la luce, la sera, mi riprometto di pensarci domani, di ritagliare al volo una porzione di pomeriggio, che puntualmente finisce per essere impiegata altrimenti. Non solo. Il meccanismo a volte sembra essersi arrugginito. Le parole fanno fatica a mettersi in fila, arranco alla ricerca di una sfumatura, di un guizzo narrativo. La sindrome dell’impostore è dietro l’angolo: m’immagino scrittrice e poi chiudo il quaderno con un buco nell’acqua.

Nei suoi consigli agli scrittori, Rebecca Solnit insiste sull’importanza del tempo da consacrare interamente alla scrittura, ma soprattutto sulla necessità di cominciare. Di scrivere, di non aspettare il momento giusto. Leggo Rebecca Solnit ormai da anni. La sua scrittura limpida, sicura, autentica, mi ha sempre preso per mano e condotto fuori dal labirinto in cui m’ero cacciata, anche quando il suo era un invito a perdersi, un’altra volta, infinite volte. “La strada è fatta solo di parole” e non tutte saranno degne di essere pubblicate, ma il fallimento, la scrittura goffa, che stenta a camminare da sola, è una tappa obbligata. Ogni storia, anche la più articolata, comincia sempre e solo con un paragrafo che barcolla, con lo schizzo di una frase, con la riflessione intorno a un aggettivo, con una parola che si allunga davanti a un’altra, e poi un’altra ancora.

Ho ricominciato timidamente a scrivere. A guardarmi le spalle mentre butto giù qualche appunto, come se non fosse il mio posto, come se dovessi fare altro, di più sensato. Anche se qui riesco a esserci sempre meno, anche se, come mi ricorda il grande fratello, le poche sparute centinaia di persone che seguono i miei dispacci “non hanno mie notizie da un bel po’”, ho ripreso la penna e la mia agenda rossa ha finalmente intere pagine scritte a mano. Scrivo lontano dal clamore delle pubblicazioni, dall’ansia di esserci, nel silenzio di pochi istanti di calma nella giornata. Cerco di fissare un’idea quando arriva inaspettata e, se non ho con me nessun pezzo di carta, mi ci aggrappo con tutte le forze per non farla scappare. Scrivo poche righe ma sempre più spesso, l’intuizione di una storia, il baluginare di un personaggio, un gesto, l’inclinazione di una battuta, il ritmo di un dialogo. Le cose che vedo, che sento, le piccole minuzie quotidiane dell’esistenza ché, diceva Goliarda Sapienza, “che cos’è la vita, se non ti fermi un attimo a ripensarla?”.

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Dai miei lunedì mattina a Odéon, fugaci e intense immersioni nel mondo esterno, torno a casa con una girandola di facce. Ho la vertigine da narrazione. Sono seduta nella metropolitana e la scrittura continua a lavorare da sola, segue una per una le persone che mi passano davanti, fino alla soglia di casa, le immagina riordinare i sacchetti della spesa, parlare al telefono, piangere, fare l’amore. Come precisa Solnit, scrivere non è battere i tasti di un computer. Si scrive anche leggendo. Osservando, mettendo insieme i puntini, allenando quella che Annie Ernaux, autrice scoperta negli ultimi mesi e che ha stravolto la mia concezione di scrittura autobiografica, chiama “l’abitudine di trasformare il mondo in parole”, di convertire la realtà in frasi, dialoghi, personaggi.

E così sono lì i miei personaggi in cerca d’autore. nell’agenda, nel quaderno degli appunti, in un foglio bianco del computer. Abbozzo un dialogo, metto in scena un pomeriggio d’estate, richiamo in superficie ricordi d’infanzia. Una signora che s’affretta e mi passa davanti, la mamma di una compagna di classe quando avevo cinque anni, una ragazza, vestita come me, della mia stessa età, che fa l’elemosina nella metropolitana una mattina d’inverno a Parigi. Sono tutti lì, a chiedere di essere raccontati e io a chiedere a loro di raccontarmi storie. Forse non usciranno mai dal cassetto, lì dove li ho rinchiusi a spiare la vita, ma intanto riempiono le mie giornate, assediano pacificamente i miei pensieri. Scrivere, l’unica cosa che ha popolato e incantato la mia vita, diceva Marguerite Duras, “Io ho scritto. E la scrittura non mi ha mai abbandonata”.

Illustrazione © Gabriella Giandelli

Soundtrack: The Piano Sonata No 16 in C Major, Mozart