Paris, jardin Shakespeare

Tre giorni consecutivi di sole a Parigi, la temperatura sale sopra i 15 gradi e da domenica c’è anche il cambio dell’ora. Fa buio intorno alle 8 di sera e dagli alberi si levano cori di pennuti allegri. Ormai è definitivamente primavera, devo farmene una ragione. Fatta eccezione per lo scorso anno, quando me ne andavo in giro per la città con il mio pancione da 16 chili e sorridevo beata, e beota, a ogni bocciolo, la primavera parigina mi ha sempre provocato un po’ di tristezza, il sole in città mi fa venire voglia di tirare le tende e fare finta che fuori sia grigio, restare sul divano con un libro e una tazza di tè, illudermi che sia ancora autunno, la mia stagione preferita, o almeno inverno.

Quando fuori è solo “pioggia e Francia”, è come se Parigi mi piacesse di più. Da buona meridionale, con il sole e il caldo, cerco l’ombra e le prime tiepide giornate primaverili mi piace godermele al fresco di un albero o, se proprio non c’è verde intorno, almeno sotto un ombrellone o un porticato. Di conseguenza, la psicosi collettiva per accaparrarsi un posto al sole non m’ha mai contagiata. Senza contare che primavera a Montmartre fa rima con strada di casa ingolfata di turisti che ti guardano storto se temporeggi sul marciapiede per trovare le chiavi di casa; concerti di fisarmonica e chitarra spagnola sotto la finestra dalle due del pomeriggio al tramonto (e il tramonto, ahimè, arriverà sempre più tardi); autobus e funicolare sempre pienissimi; cori di viandanti ubriachi e bottiglie rotte a notte fonda.

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Insomma, amo Parigi in autunno, con il colore caldo delle foglie, con l’aria fresca e il profumo d’erba, le prime piogge, il vento che solletica le narici, le giornate corte e i pomeriggi languidi. Il tepore primaverile mi abbatte e mi spegne.

Premesse polemiche a parte, per sopravvivere alle orde di parigini galvanizzati dall’inizio della bella stagione, e per sfuggire agli insopportabili pomeriggi en terrasse, stretti al tavolino di un caffè, spesso a pochi metri dal manto stradale e sommersi dalle chiacchiere dei vicini, c’è qualche rifugio a portata di metropolitana, ovvero i boschi. Da Montmartre, il più vicino, a una decina di fermate, è il Bois de Boulogne, enorme distesa verde alle spalle dell’Université Paris 7. Non che il bosco non sia preso di mira dalla fauna cittadina, ma è sufficientemente grande e abbastanza selvaggio da consentire di dimenticarsi di essere a Parigi, almeno fino a quando non spunta il profilo della Tour Eiffel, poco lontana.

Da un paio d’anni il Bois de Boulogne è una destinazione fissa, almeno una volta a settimana, eppure ci sono angoli sempre nuovi, sentieri che ancora non abbiamo esplorato, intere porzioni di foresta dove non abbiamo mai messo piede o, se l’abbiamo fatto, la vegetazione è talmente cambiata da confonderci e da sembrare sempre nuova. In fondo, è grande circa tre volte Central Park! La scorsa settimana, eravamo alla ricerca della Fondation Louis Vuitton, alla quale non siamo mai arrivati, ma abbiamo trovato il Jardin du Pré Catelan, un giardino botanico situato tra il lago inferiore e il parc de Bagatelle, almeno secondo le carte.

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La storia dice che a dare il nome a questo giardino fu il capitano di caccia di Luigi XIV, Théophile Catelan. Un altro personaggio, tuttavia, un trovatore di nome Arnault Catelan, sembra avervi trovato la morte, nell’atto di portare a Filippo il Bello dei doni d’amore da parte di Beatrice di Savoia, contessa di Provenza. Un tempo splendido parco d’attrazione, con la latteria che spillava latte fresco, le giostre, i concerti, le passeggiate in velocipede, il giardino non è sopravvissuto alle scorrerie di rivoluzionari e soldati e si spense a fine Ottocento.

Oggi, il parco ha le sembianze di un giardino incantato. Quasi troppo perfetto per essere vero. Tulipani, narcisi, viole del pensiero, sono diligentemente disposti a formare sentieri e vialetti, geometrie floreali, coreografie di verde, tutto è minuziosamente piazzato per comporre un quadro estetico simmetrico e perfetto, sebbene un po’ inquietante. Ci si aspetta che, da un momento all’altro, un tulipano possa esplodere o una viola del pensiero mutarsi in pianta carnivora. La latteria oggi è uno chalet, vuoto, una sorta di rifugio di pianura, dove non c’è più nessun concerto, né velocipedi. Qui è la natura a offrire lo spettacolo più impressionante, perché tra i graziosi recinti di fiori e le aiuole squadrate, svettano alberi magnifici, araucaria, sequoie, magnolie, uno splendido faggio color porpora.

E, poco prima di ritornare alla porta d’ingresso, un angolo di verde fa bande à part. È il Jardin Shakespeare, arena scavata nel verde, ispirata a cinque opere del bardo, composta da cinque giardini tematici e un anfiteatro fatto d’erba, e c’è perfino una cavea per i musici di scena. Arrampicandosi su un lato del teatro, cortine di cespugli, profumo d’erbe aromatiche, Puck il folletto soffia e ti scompiglia i capelli, Titania e Oberon ti sussurrano all’orecchio filastrocche incantate: siamo in un Sogno di una notte di mezza estate. Basta cambiare direzione e ci si ritrova tra brughiere, il tasso che s’infittisce e un ruscelletto che scivola tra le pietre e piange la sorte di Ofelia, è il decoro di Amleto, mentre una vegetazione più selvatica, densa e scura evoca la foresta di Arden e le scenografie di Così vi piace. Prospero, Lady Macbeth, Calibano, sono gli altri personaggi che popolano queste frasche, nascoste nel cuore del bosco.

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Una delle cose positive della bella stagione a Parigi è che questo giardino diventa un vero teatro, dove si recita, soprattutto Shakespeare, ça va de soi, all’aria aperta e al fresco. Altrimenti, il giardino è aperto tutti i giorni, dalle 14 alle 16, per le contemplazioni solitarie, di gran lunga le mie preferite, nel silenzio dove Parigi può ancora mostrarsi per quella che è, una città di sorprese, all’angolo della strada o semplicemente nascoste dietro il tronco di un albero.

 

Qui il sito del teatro, con il programma degli spettacoli.

 

 

 

 

 

 

 

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