Le due linee

C’era una volta una linea, curva, costretta allo sguardo basso per natura, incattivita e amareggiata per la statura e il portamento cui era stata destinata. Di fronte, bersaglio preferito di sberleffi e motti di spirito, un’altra linea, retta, integra, da capo a piedi, spiccata verso l’alto, sorda, dato l’altezza, a ironie meschine e umane bassezze. Le due si ritrovavano spesso, una dirimpetto all’altra e, quella retta, senza perdersi d’animo, ricordava sempre all’amica curva che, nonostante i tempi bui, le magre consolazioni, gli squallori contemporanei, non c’era da cambiare orientamento, da piegarsi e abbassare lo sguardo. Lo scontro quotidiano si combatte restando dritti e lei era lì, viva, dritta, integra, occhi rivolti verso l’alto e petto in fuori e, sempre e comunque, la strada più breve tra due punti.

Questa è la storia di una poesia, che s’intitola Le to linie, vale a dire Le due linee in dialetto salentino. L’autore è Rocco Cataldi, maestro elementare, poeta dialettale e cantore salentino, originario di Parabita. Era lo zio di mio padre e, nei miei ricordi, una delle prime persone che mi abbia incoraggiato a leggere, ad alta voce e da sola, e forse anche un po’ a scrivere. Abitava a poche centinaia di metri da casa mia, mi regalava libri di favole e racconti, e hanno continuato a fare lo stesso anche i suoi figli negli anni. Lo incontravo spesso in paese, ma l’immagine che ho nella testa, quando penso a lui, è un signore anziano, sulla veranda di casa, nel pomeriggio, forse a godersi gli ultimi raggi di sole del giorno.

Io, che faccio collegamenti improbabili e voli pindarici tutti miei, ripenso a questa poesia dall’ultima volta che sono tornata a casa, durante il periodo di Natale. Una vita intera è cambiata da allora ma, l’altra sera, di ritorno qui, sono corsa a prendere il libro, una raccolta di poesie dialettali, che conservo nella mia stanza, a rileggere quei versi, a guardare l’immagine delle due linee. Sono urgenze personali, alle quali non saprei dare un senso.

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Devo confessare che per le linee rette non ho mai avuto una predilezione, anzi le ho sempre guardate con sospetto. “Attraversavo le vie rettilinee in lunghe oblique da un angolo all’altro e così avanzavo tracciando invisibili ipotenuse tra grigi cateti”, è Italo Calvino a scriverlo, in un libro meraviglioso, che s’intitola Eremita a Parigi.

Calvino, che si guardava bene dal pretendere di realizzare quello che andava predicando, rifiutava non solo le linee rette, itinerari troppo semplici per chi soffriva, come lui, di nevrosi geografica, ma anche ogni piano strategico, ogni tattica di sopravvivenza: “non parto da considerazioni di metodologia poetica: mi butto per strade rischiose, sperando di cavarmela sempre per forza di natura”. Animata dalle migliori intenzioni, io mi sono buttata a capofitto nelle strade più improbabili e, tornando indietro, rifarei tutto allo stesso modo. Se potessi ricominciare domani, mi ci butterei con lo stesso entusiasmo, la stessa incoscienza. Questo perché, come scrive sempre Calvino, “ci si abitua ad avere ostinazione nelle proprie abitudini, a trovarsi isolati per motivi giusti, a sopportare il disagio che ne deriva, a trovare la linea giusta per mantenere posizioni che non sono condivise dai più“.

Ad abitudini di questo tipo, ci si affeziona. In mancanza di domicili fissi, in abitudini del genere, ci si può anche sentire a casa, soprattutto per chi, di città in città, resta sempre a mezz’aria, fatica a stabilire relazioni durature con i luoghi e si porta dietro una serie di incompiuti geografici ed emotivi. “Rifiuto la parte di chi rincorre gli avvenimenti. Preferisco quella di chi continua un suo discorso, nell’attesa che torni attuale, come tutte le cose che hanno fondamento“, perché ho sbagliato tante volte ma l’intenzione era quella di restare integra, di andare per la mia strada, di restare sorda alle voci degli altri. Ma soprattutto perché esiste una coerenza di fondo e un disegno probabilmente verrà fuori quando un giorno mi deciderò a unire i puntini.

“Non credo a niente che sia facile, rapido, spontaneo, improvvisato, approssimativo. Credo alla forza di ciò che è lento, calmo, ostinato, senza fanatismi né entusiasmi”. Da quando la lessi negli appunti parigini di Calvino, questa dichiarazione di intenti è diventata il mio manifesto, il mio paracadute quando perdo la terra sotto i piedi, quando penso che forse sarebbe stato meglio seguire una linea retta, senza perdersi tra innumerevoli andate e ritorni, quando sono stanca, la sera, o come adesso basta poco ad abbattere ogni difesa, a contrastare tutto l’impegno del mio scontro quotidiano.

Non so cosa speravo di trovare nella poesia delle due linee. Non so cosa immaginavo di trovare in quei versi. Forse un punto di riferimento, forse un incoraggiamento ad andare avanti, sempre e comunque, lungo una linea, che di certo non è retta, ma almeno è la mia. Forse qualcuno che, pur non sapendo nulla, mi incoraggiasse ad aspettare che la mia, di direzione, torni attuale, come tutte le cose che hanno fondamento, a restare costante nelle mie abitudini, a non cambiare orientamento perché anche questa erranza geografica ed emotiva sia, sempre e comunque, la strada più breve tra i miei due punti.

Soundtrack: 24-25, Kings of Convenience

Image © Mario Cala, maestro elementare di Parabita