Anatomia dell’irrequietezza

In questi ultimi giorni, ho lavato le mani un centinaio di volte, le mie e quelle di altri due esserini sotto il metro d’altezza. Ho disinfettato la tastiera del computer e quella del telefono. Bevo spremute, proteggo la gola dal freddo e ho limitato le uscite. La vita, che per me scorreva già diluita e al rallentatore, ritmata dai tempi della maternità, ha subito un’ulteriore battuta d’arresto, confinandomi non solo nel mio appartamento, ma anche in una scatola nera di timori e angosce senza data di scadenza.

Personalmente, mi sono lasciata contagiare, anzitempo, dalla paura della malattia. Da circa tre settimane, vivo con l’angoscia del colpo di tosse, con il timore di sentire una fronte un po’ più calda del solito quando metto al letto i miei figli, che la malattia entri a casa dei miei cari o, in generale, che devasti una regione già fiaccata dalla mancanza di risorse. Vivo, anzi sopravvivo, con la paura che un incidente, una casualità, un bisogno improvviso mi costringa a cercare un medico, un posto in ospedale e che questi non siano disponibili. Sono caduta nel tranello della ricerca spasmodica di informazioni, trovando conforto solo nella carta stampata, quella che, posata sul comodino, non cambia, non aumenta, non si aggiorna. Pagine che trovano il tempo e la volontà di spiegare senza urlare, di raccontare effetti collaterali e retroscena senza rincorrere i clic e le visualizzazioni.

A mettere il naso fuori, gli altri non se la passano meglio. Lasciando da parte chi continua a fare finta di niente, a sottovalutare rischi e pericoli, per se stessi e per gli altri, vedo sfilare su internet decaloghi per resistere alla clausura coatta, regole e idee per vivere meglio a casa, suggerimenti e risorse per sfidare la noia e l’incertezza. Mai come ora, tutto questo tempo, diluito, rallentato, l’impossibilità di fare piani, la totale perdita di controllo sul futuro ci spiazza e delle nostre esistenze sottomesse al caso quasi non sappiamo che farcene.

Una riflessione s’impone su tutta questa irrequietezza che ci assale.

Baudelaire la chiamava “horreur du domicile”. Magris e Tabucchi, sempre crepuscolari ma dalla vena post-modernista, parlavano di uno smarrimento umano davanti alla parete bianca, l’insidia delle mura domestiche, nel limbo di una domenica pomeriggio che potrebbe durare anche settimane. La letteratura è piena di esistenze che hanno fuggito la trappola dell’abitazione privata, cercando nel viaggio un modo per placare desideri e inquietudini. Tornando ancora più indietro nel tempo, le antologie sono zeppe di scrittori, autori che hanno fuggito la peste e l’epidemia rifugiandosi nella scrittura e nelle storie, che sono anch’esse viaggi, a volta ancora più immaginifici di quelli reali.

Qualche anno fa, quando avevo fatto degli spostamenti compulsivi il mio stile di vita, mi portavo spesso dietro, proprio come un breviario, “Anatomia dell’irrequietezza“, il libro uscito postumo di Bruce Chatwin. Viaggiatore, archeologo, scrittore, moderno avventuriero, colui che amava pensare camminando mi faceva compagnia, con un testo, forse non da leggere tutto d’un fiato, ma di consultazione, per ritrovare, nelle parole di un irrequieto per definizione, la risposta quando la vita ti porta a chiedere “ma che ci faccio qui?”.

Da quando sono confinata a casa per motivi prima personali e poi mondiali, ogni mese redigo un piccolo, ma ambizioso, piano delle cose da fare. Da due mesi questo piano salta inesorabilmente, gli appuntamenti sono rinviati a data da destinarsi, giorni e giorni di lavoro sono andati in fumo, e io con loro. L’impossibilità di lavorare, di progettare, di fissare un appuntamento, di rimetterci a una casualità che potrebbe durare anche mesi, mi ha tolto anche quelle poche ore di sonno che la natura mi concede. Io che amo la solitudine e il silenzio, mai come in questi giorni ho avuto bisogno di parlare, di compagnia, di una casa dove c’è rumore, persino della televisione accesa.

«Il nomade rinuncia; medita in solitudine; abbandona i rituali collettivi e non si cura dei procedimenti razionali dell’istruzione o della cultura. È un uomo di fede» – Bruce Chatwin

Chatwin amava pensare camminando. Forse, perché quando un piede si muove dopo l’altro, si fa comunque qualcosa, il corpo vive, lasciando alla mente la possibilità di allargare i confini. E allora è a Chatwin che ritorno, anche io come un atto di fede, mi rileggo le sue parole, cerco di alleggerire le zavorre, di tagliare i rami secchi, di aprire la finestra e cambiare aria. “Sono convinto che un uomo è la somma delle sue cose, anche se alcuni fortunati sono la somma di un’assenza di cose“, scriveva, e se non posso accumulare scadenze, date e cose da fare, allora comincerò a sottrarre, a fare meno liste, diluire, rinviare, allentare la presa e lasciare scorrere il tempo, imparando ancora una volta a fare i conti con l’attesa.

Ricordando che il viaggiatore resta tale anche quando la valigia è ferma a prendere polvere sotto il letto, quando le contingenze costringono all’immobilità e alla prevenzione. Leggere, chiedersi il perché di tempi così malati, aprire la finestra, scaldare un mucchio di foglie di tè e raccontare una storia. Chatwin, ai tempi del Coronavirus, avrebbe forse fatto così.

Le mie personali strategie di sopravvivenza:

  • l’informazione ragionata: nonostante non sia ancora riuscita a liberarmi dalla schiavitù degli aggiornamenti last minute, ogni giorno attendo con impazienza la newsletter de Il Post, la sola che sia riuscita a spiegare, decifrare, raccontare con ragionevolezza, senza urlare, un’epidemia che di ragionevole non ha nulla. Al Post mi ci sono anche abbonata, come senz’altro inadeguato ringraziamento per il conforto ricevuto.
  • la lettura di Internazionale, per comprendere che nel mondo succede anche altro, per avere una visione d’insieme sul pianeta, per la rassicurazione della carta stampata, che non cambia volto a ogni refresh
  • la sospensione dell’incredulità: ovvero rifugiarmi nei film, nelle serie tv, nei libri, per tuffarmi dentro una storia e lasciarmi trasportare altrove, in un’altra dimensione, appena possibile
  • l’urgenza di scrivere, di dare forma, senso e significato alla realtà, mettendola nero su bianco
  • camminare, in posti isolati e senza edifici che bloccano l’orizzonte

Soundtrack: Piangi Roma, Baustelle

Image: © Witchoria

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