Luna piena

Andrea non s’era perso. Anzi, sapeva fin troppo bene dove andare. Sin dall’inizio. Quando si presentò inaspettato, inatteso, sul pianeta Terra. Erano tutti gli altri, intorno a lui, a essersi smarriti, in coordinate geografiche incerte, in uno spazio-tempo indefinito e poco rassicurante. Perché non bastava il sole, né il mare, a fare bella la vita se tutto l’orizzonte è da rifare. Non era Andrea a essersi perso. Ma la mamma, finita in mezzo al mondo a spiegare un pancione. E il papà, catapultato in un altro universo, che parlava un’altra lingua.

Mani sconosciute che lo accarezzano, ospedali chiusi per le feste patronali, conoscenti che non bevono il caffè perché altrimenti il bimbo nasce con la voglia, vecchiette che al supermercato nascondono la frutta nelle sporte, “ché sennò gli vengono le macchie”. E poi, quella precarietà, quella guerra tra poveri che, nelle lande periferiche, fa sì che gravidanza faccia sempre rima con disagio, paura, timore, mancanza di soldi, fastidio. Anche negli ambienti più amici. Quel sentimento di doversi quasi scusare di essere là e di avere avuto un’idea improbabile.

Dal suo arrivo, tutto continuava inalterato in uno strano limbo. Il lavoro, la scuola, l’asilo, la spesa. “Io ero già un maschietto ma mi chiamavano con nomi da femminuccia. Papà prendeva le misure per il lettino e la vaschetta. Intanto, un altro bimbo saltava sulle ginocchia della mamma, la stringeva forte forte, forse per paura di doverla dividere con qualcun altro.

Poi un giorno, un vecchio signore con la motoretta andò a sbattere contro la macchina della mamma e papà. Me lo ricordo bene, io. Avevo ancora tanto spazio nella pancia e ho fatto un grande salto in avanti. Poi ho sentito la mamma correre e l’odore del sangue sulle mani di papà. E poi la mamma piangere. Mettere una mano sulla pancia e chiedermi scusa. E fare il fioretto di riposarsi, di abbandonare tutto, di prendersi cura solo di me. Era l’otto maggio e quella era la prima bugia della mamma”. Ne seguirono tante altre.

La prima estate di Andrea fu calda, dura, aspra e umida come solo le terre del Sud sanno essere. L’acqua del mare troppo fredda, “la mamma aveva sempre la pelle d’oca e non ha fatto neanche un bagno, aveva tante bollicine rosse sulle gambe e sempre voglia di patatine salate”. Le giornate lunghissime, infinite e arse vive dal sole. Le notti sudate, lontanissime dal sonno ristoratore e dal riposo.

A casa di Andrea si cantavano già le ninne nanne, si guardavano già i cartoni animati e si leggevano le storie di riccioli d’oro e di brutti anatroccoli. C’erano macchinine che correvano sul pavimento, le spalle di papà già abituate a portare i bimbi, alti come una montagna. C’erano biscotti a forma di animali, piumoni colorati, trenini libri musicali. Pinguini parlanti e plastilina. Colori e fogli tutti bianchi.  Andrea non vedeva l’ora di arrivare. E la mamma glielo chiedeva ogni giorno, di aspettare, ancora qualche settimana. Ogni giorno, facendo i conti con le dita, davanti al calendario, ogni settimana una conquista. Ogni mese compiuto, un traguardo. Ancora c’erano tante cose da imparare, e scoprire, in quel sacco pieno d’acqua. Come dormire, come fare la pipì, come aprire gli occhi e indovinare quando fosse notte e quando giorno. Come raggomitolarsi e poi stiracchiarsi occupando tutto lo spazio possibile.

Andrea non s’era perso, anzi aveva trovato la strada giusta prima di tutti. Il secondo come la mamma. Dello stesso sesso del primo, come la mamma. Nato con il freddo, come la mamma.

Non ci credeva nessuno, né i medici, né i nonni, neanche papà, eppure siamo quasi al solstizio d’inverno, oggi è l’ultima luna piena e siamo ancora stretti, strettissimi, incollati, e questi nove mesi li abbiamo quasi finiti. Tutti non vedono l’ora di abbracciarlo, e ancora non lo sanno. Solo lui, lo sa già e ha già perdonato tutti. E sta per arrivare, per insegnare la bellezza della vita, del tempo che si ferma per un istante, dei baci che danno senso a un’intera esistenza, il silenzio e la lentezza.

Images: Thomas Jordan

Soundtrack: Anyone else but you, The Moldy Peaches

 

 

 

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